Memorie di un fiore di cotone*

Cura contro il complicato

Il fiore di cotone nella sua conchiglia da viaggio (2012)

Prevengo subito ogni obiezione che potrà essere qui, facilmente avanzata. Sono io, in fondo, il primo a riconoscerlo: mi sono dichiarato un fiore di cotone quando di quello non sono che un filacciosamente rado e ridotto frammento.

Ma credete davvero che, una volta posti di fronte a un fiore intero, lo scarto tra ciò che è completo e ciò che di quella completezza è pura volenterosa evocazione, salterebbe lesto all’occhio?

Abbassate le palpebre. Toccatemi.

Soffice al tatto, una molle eppur in fondo risoluta cascata lieve di fili aggrappati l’uno all’altro. Che lasciarsi è perdersi, svanire. Ci sono stati fili a cui ero legato e che, colti impreparati da un soffio di vento più intenso del solito, non hanno più fatto ritorno.

Non scorgete alcun ramo a sorreggermi, dite?

 Aspettate. Ho sostenuto di essere un fiore, non la pianta completa. Di quella non ho che vaghissimi, imperfetti ricordi. Da dove ero, nel mio affaccio oscillante e imprudente verso il mondo dei gerani e dei mirti, nel ripiano sottostante, non potevo scorgerne granché. Dovreste chiedere agli altri, ai miei fratelli, da sempre stretti agli steli più bassi. I pavidi.  

Ascoltate la mia storia, adesso, non interrompetemi ancora.

Restate.

Perché, vi chiedo, la voce di quello che è ormai debolmente ravvisabile non dovrebbe essere tanto meritevole di attenzione quanto le parole che cadono da un immediato riconoscibile?

E perché non dovrei sentirmi ciò che desidero continuare a essere, un fiore, tutto, solo perché divelto oramai da una rassicurante continuità con un talamo e un magro rametto scuro, le mie radici, qualche pugno di terra ad accoglierle? 

A dirla tutta, se esistere è averne coscienza, poi, la mia nascita è nella perdita di quella definizione che tanto alacremente ricercate.

Prima non sapevo di essere un fiore. Meglio, non sapevo di essere. Sostavo sul mio calice, annuivo alle povere brezze spezzate nel loro iniziale vigore dal muro dietro il quale le mani del giardiniere mi avevano sistemato. Lasciavo che qualche raggio polveroso asciugasse quelle due, tre gocce trattenute dai miei filamenti.

La coscienza è venuta tempo dopo, e tutta assieme: fu lo scorgere rapidissimo gli altri fili ancora stretti ai sepali da cui mi stavo allontanando, fili che là si sarebbero per sempre trattenuti, immobili, sicuri, incoscienti. Fu il brivido freddo che cominciò a percorrere ogni mia fibra, una volta oltre quel muro, gli spifferi di bora che s’insinuavano tra le dita della ragazza dai ciuffi rossi, nel cui palmo pallido e lindo avevo trovato accoglienza. Fu la sensazione che mai più sarei tornato nel luogo in cui ero nato.

Dimostrare che esisto è spossante. E io non sono che un pezzo di fiore di cotone.

Vengo dunque da un vivaio, dove, due persone cercavano un surrogato di albero di Natale, più lei che lui, a dire il vero, circa due mesi fa. Lei ricordava di come qualche rametto di cotone le fosse piaciuto, tempo prima, in un vaso, un vaso dello stesso vivaio. E così vi erano tornati.

Ora, il tempo, il vento e il fresco non avevano mantenuto intatta la fonte di quello stupore e i rametti erano ormai pochi e scarni. Restava un fiore. Io sono un frammento morbido di quel fiore, tirato via dalla mano di lui. “Tieni”, le aveva detto, per scherzo.

Là dunque la mia origine, dalla costatazione di un cambiamento inesorabile, da uno strappo, da un dono leggero, dagli occhi divertiti di lei che sorride, perché le ricordo altro, una coniglia dagli occhi celesti ora mischiata alla terra di un campo lontano. Mi prende, mi stringe nel palmo, mi porta a casa, mi mette in una conchiglia raccolta da lui durante una delle sue nude immersioni. La mia conchiglia da viaggio, appunto.

“Siamo due oggetti semplici da toccare e vedere” pensai “Staremo bene”.  

Dovetti invece presto ricredermi.

Il rapporto con la conchiglia si faceva di giorno in giorno più difficile: liscia, algida e scivolosa non aveva nulla a cui intrecciare i miei fili. Ma era bella, di abbandonarne il guscio non mi riusciva. La riluttanza di un gesto che mi avrebbe sollevato lo spirito, di nuovo, e alleggerito di ogni pensiero, mi dava il tormento.   

A volte penso che uno, il complicato, più lo scansa e più ci ritrova impigliato.

Ma come si fa a non ingarbugliarsi se in fondo tutto quello che percorre e stringe e circonda i miei pensieri non sono che filamenti?

Iniziai a sentire la nostalgia allora, di lui, del mio fiore, del ramo scarno. Mi mancava l’abbraccio del fiore e dei fili, di tutti gli altri fili, da cui sono stato tirato via.

Provo ancora ad aggrapparmi alla mia conchiglia ora, alla mia conchiglia fredda. La mia conchiglia da viaggio. La conchiglia di un viaggio statico, polare.

Ho deciso di uscirne. Svincolarsi da un abbraccio può essere estremamente semplice, se l’abbraccio non c’è.

Le ho chiesto comunque se avesse voglia di seguirmi, giù dalla succulenta, nel vaso in cui la mano di lei mi ha per poco lasciato.

Non ha fatto alcun cenno, la bella conchiglia. – Resta pure lassù, fa’ come vuoi, io me ne vado – le ho detto mentre avanzavo verso il bordo di terracotta, in attesa di un soffio di vento che non ha tardato ad arrivare.

E là, solo là, m’è sembrato di scorgere nella sua madreperla l’onda di un riflesso di luce debolmente diverso. S’era mossa, finalmente. O ero solo io a essere più lontano?

*Qualche giorno fa mi è tornato in mente questo blog che avevo su tumblr e ho voluto mettere insieme un po’ di contenuti, ritenendo che quello che questo fiore di cotone aveva da dire, allora, sia oggi ancora meritevole di attenzione.

https://cottonflowerandseashell-blog.tumblr.com/

E ora?

E ora, cosa faremo adesso? Sarà la stessa cosa di quando decidi di curarti gli occhi miopi, dopo decenni di mondi impressionisti nello sguardo? Sarà come passare da un risveglio senza contorni, solo colori, a un altro di bordi sempre più definiti? Quando sai che tuttavia devi aspettare, perché gli occhi devono imparare di nuovo a vedere (e la tua mente anche) o a distinguere, una a una, le lettere sulla pagina di un libro (i miei li rieducai su Cime Tempestose) e prendersi tutto il tempo di cui hanno bisogno per farlo? Quando devi trattenerti prima di guardare uno schermo, perché la luce fa male, e ti dici che aspetterai, che non c’è niente di urgente, niente di davvero essenziale nel virtuale e in quel ciarlare, in quel momento? Sarà così la nostra rieducazione a un mondo che non ci eravamo davvero soffermati a capire in tutti questi anni, a cui davamo solo occhiate distratte, e che inseguivamo, a nostra volta con l’idea bislaccca di dover sempre sbrigarci, come se qualcuno ci corresse sempre dietro? Sarà che capiremo che la vera urgenza è quella legata a cose più essenziali, la salute, l’istruzione, il rispetto, la gentilezza? E l’intelligenza collettiva di leggere e capire, a una a una, le istruzioni per questo nuovo mondo a cui dovremo addomesticarci piano, ci sarà? E per scriverne di nuove, chi prenderà in mano la penna?