La fontana

Racconto inviato la scorsa primavera per il concorso letterario Caffè Corretto, città di Cave (qui il regolamento per il 2020). Selezionato tra i primi cinque, arrivato quarto, mi sembra. Funziona così: ti danno un incipit e tu scrivi tutto il resto.

La fontana

“Silvia e Antonio non ci potevano credere, ma finalmente l’hanno trovata. E dopo tanto cercare, gli sembra impossibile averla tra le mani. Infatti per un po’ restano così, immobili a fissarsi, e a fissare questa vecchia scatola blu.

-Aprila tu-, dice Silvia.

-No, sei matta, aprila tu. Anzi, secondo me dovremmo proprio lasciarla chiusa, sai.

Ma non è vero. Anche lui muore dalla voglia di vedere cosa c’è dentro. Se è quel che pensa, se è qualcosa che invece non si aspetta proprio, se è valsa la pena di cercarla così tanto. Alla fine lo fanno insieme, le loro dita che si sfiorano mentre aprono la scatola. E insieme, Silvia e Antonio perdono il respiro.”

            L’idea che la prozia Marga celasse chissà quale segreto in qualche vetusto contenitore o nel doppiofondo di una credenza, aveva da sempre solleticato la loro curiosità, oltre ad arricchire le estati della loro infanzia di continue spedizioni per tutte le stanze della villa appartenuta da sempre alla taciturna e solitaria parente. Era, la sua, l’ultima casa di un paesino di collina, dove erano soliti trascorrere il mese di agosto. Sebbene nessuna di queste ricerche avesse mai dato il risultato sperato, i due cugini non se ne erano mai fatti un cruccio. Le eccitanti e interminabili avventure carponi sul pavimento o tra i cespugli del giardino, le scoperte immaginate oltre gli sportelli serrati di un armadio, in fondo ai cassetti gracchianti, sotto i cuscini di velluto dei divani, nelle imbottiture delle poltrone, sotto una mattonella un po’ traballante, erano già una ricca ricompensa. Da settembre in poi, inoltre, aveva inizio tra i due cugini una fitta corrispondenza fatta di congetture su nascondigli non ancora valutati e di supposizioni evocanti una miriade di passaggi segreti, tra cui un tunnel sotterraneo che dalla villa avrebbe condotto alla grande fontana al centro del giardino, sul cui parapetto la zia soleva camminare, incurante del rischio di finire in acqua, una volta all’anno, sempre lo stesso giorno, un giorno di agosto.

Vi si arrampicava senza alcuna difficoltà, allo stesso modo con cui riusciva a inerpicarsi agile per tutte le scale di casa, nonostante l’età avanzata.

Marga era sempre stata alta e magra, le spalle larghe e dritte, e fino ai cinquant’anni, i capelli castani e lunghi fermati da una coda. Non si era mai sposata e si manteneva dando lezioni di pianoforte e solfeggio ai bambini del paese, almeno tre volte a settimana. Sebbene avesse più di settant’anni, era riuscita comunque a non perdere la maggior parte delle forme slanciate che l’avevano accompagnata per quasi tutta la sua vita. Solo i capelli si erano fatti bianchi come neve e il viso era ora appena un vago suggerimento di quella che era sicuramente stata, se non una convenzionale bellezza, almeno una graziosa leggiadria. Leggeva molto e annotava le impressioni ricevute dalla lettura su un taccuino color celeste. Era anche solita foderare tutti i suoi quaderni e gli spartiti con carta dello stesso colore. Non cucinava, non aveva voglia o forse non aveva mai imparato, ma aveva una vicina che le portava sempre qualcosa da mangiare e le andava a far spesa, in cambio di qualche spicciolo, di un vecchio soprammobile di famiglia o di un recital privato. Pur non uscendo quasi mai, e anche nei giorni in cui non aveva lezioni, trascorreva sempre almeno un’ora abbondante seduta alla toletta, intenta a truccarsi e ad aggiustarsi i capelli. A volte, nell’acconciarsi, si concedeva il vezzo di un fiore fresco colto dal giardino, sistemato con cura sopra l’orecchio destro.

Con i nipoti era affettuosa, faceva sempre trovare loro regali, soldi per il gelato e  non se la prendeva se le mettevano a soqquadro la casa durante i loro giochi. Ma di sé non diceva mai nulla, cosa le piacesse, cosa le passasse per la testa, come avesse vissuto prima che loro venissero al mondo. Questo, assieme ad alcune sue abitudini, non facevano che acuire l’idea che la zia celasse un enorme segreto.

Avevano infatti notato di come, ogni volta che il cielo si rabbuiava e minacciava tempesta, Marga fosse solita dirigersi verso la finestra più vicina e con l’indice tracciare sul vetro parole invisibili, sussurrando frasi impossibili da cogliere, arrestandosi di scatto quando le prime gocce iniziavano a cadere. A quel punto chiudeva brusca le tende e riprendeva quella o quell’altra particolare occupazione interrotta a causa di quel bizarro rituale la cui durata non era mai completamente prevedibile. A questo strano gesto si aggiungevano poi le già citate rischiose camminate intorno all’acqua della fontana.

Ora, caso volle che un anno, quel particolare giorno di agosto in cui la zia ripeteva come sempre il suo tradizionale giro sul parapetto, il cielo si stesse anche rabbuiando, con la solita sollecitudine che hanno i temporali estivi. E così, come suo solito, dopo aver dedicato stavolta appena pochi secondi a quella impalpabile formula sul vetro, Marga si era precipitata in giardino, seguita dai due nipoti. Per la prima volta, aveva pregato Antonio che le desse una mano per salire sulla fontana, insistendo poi che non restassero là fuori, che tornassero in casa, ma loro non le avevano obbedito; almeno fino a pochi minuti dopo, quando i tuoni si erano fatti più prossimi e la superficie dell’acqua della vasca aveva iniziato a tintinnare di piccole gocce. Solo allora si erano precipitati in casa. Poco dopo l’avevano vista rientrare senza fretta, sorridente e fradicia dalla testa ai piedi.

Mentre si chiedevano come avesse fatto a scendere da sola e a bagnarsi in quel modo in così poco tempo, la zia aveva loro chiesto di attenderla in salone, perché c’era qualcosa che doveva loro assolutamente raccontare, non poteva crederci, finalmente era successo, ma poi era corsa di nuovo fuori, in cerca di qualcosa.

Quella era stata la loro ultima estate nella villa. Prima della fine di quello stesso anno Marga fu condotta a forza in una clinica privata dove avrebbe passato i successivi quindici anni.

Ha fatto ritorno alla villa solo da qualche settimana, e trascorre la maggior parte del tempo a letto, accudita dalla figlia di quella stessa vicina che per tanti anni si era presa cura di lei. Anche Antonio e Silvia sono tornati dopo tanto tempo per farle compagnia, assisterla e forse trovare il momento giusto per chiederle perdono: erano state infatti le loro parole a convincere i genitori che la zia non ci stesse più tanto con la testa e a fare in modo che fosse ricoverata. Senza valutare le conseguenze, quasi per scherzo, loro che della zia non dicevano mai nulla, avevano riferito ai loro genitori di quello strano giorno e dell’incredibile successivo racconto di Marga, della pioggia, di una scatola blu che avrebbero dovuto portarle e subito – perché non c’era tempo da perdere – della successiva disperazione della zia per una chiave smarrita.

 – Ti dico io cosa ha smarrito quella! – aveva inveito allora il padre di Antonio.

La dura decisione presa dai genitori e la fine definitiva delle loro vacanze con la zia mise fine anche alla loro amicizia. Smisero di inviarsi lettere, di telefonarsi. Quella complicità aveva solo provocato danni e quindi era meglio farla finita. Due cugini che smettono di parlarsi non è poi cosa così rara, e infatti nessuno ci fece caso. Nelle rare riunioni di famiglia che seguirono, in occasione delle feste, di qualche matrimonio e di un funerale, riuscirono sempre a schivarsi, salvo poi cercarsi da lontano, tenendo l’uno lo sguardo nell’altro quel tanto che bastava per sospendere quella distanza e cullarli brevemente nell’illusione che il passato potesse essere riacciuffato e cambiato, cosicché sarebbero tornati a trascorrere l’ultimo sprazzo delle loro estati nella villa della zia, con la zia, per sempre. Ma poi l’assenza di Marga pesava come quei due massicci aironi di marmo al centro della fontana incriminata, il groppo nelle gole s’ingrossava fino quasi a soffocarli e lo sguardo finiva altrove, in luoghi più leggeri. 

Eppure lei non sembra avercela con loro. È felice di rivederli, è lei a scusarsi per prima: per non essere più in grado di accompagnarli in giardino, per non avere la forza di alzarsi dal letto.

Al dottore che accettò il ricovero, la madre di Silvia riferì tra le lacrime come le dispiacesse che una donna come Marga, la quale era stata così brillante in gioventù, sebbene sempre un po’ con la testa fra le nuvole, si fosse poi reclusa come una monaca nella villa di famiglia; che nonostante questo lei e suo fratello si fidavano di lei, tanto da affidarle i figli per settimane, ogni anno; che un po’ se l’aspettava, quel suo essere andata fuori di testa, ma così presto no, decisamente no. Poteva almeno aspettare che i due cugini fossero maggiorenni. L’ultima frase però la pensò e basta, mordendosi il labbro inferiore per quell’indelicatezza che le stava inquinando i pensieri. Suo fratello, invece, riferì in maniera assai inaccurata il racconto con cui Marga avrebbe, a suo dire, messo in subbuglio l’animo di suo figlio e quello della figlia di sua sorella. Segno che, più che il racconto in sé, gli interessasse provare come avesse sempre avuto ragione sulle stranezze della zia.

– Si rende conto? Il mare! Il mare dentro una fontana, con lei che aspetta che piova per poter finalmente imparare a nuotare e ritornare al mare. Ma quando mai mia zia l’ha visto il mare? Non ha mai fatto un passo al di fuori dei cancelli della villa o tutt’al più al di là di quelle colline. Chiedeteglielo! Io gliel’ho chiesto, anche l’ultima volta che ci ho parlato, per scrupolo: zia Marga, questo dove tu vivi è un paese dell’interno, il mare è lontano, oltre le colline, hai mai fatto un passo per uscire dal paese? E lei: no caro, mai. E io: zia, dimmi la verità, sei mai stata al mare? E lei: certo caro. Ma si rende conto? Non ha mai fatto un passo fuori dal paese eppure è stata al mare! E mio figlio doveva correre in cerca di una scatola dimenticata chissà dove, finire di nuovo sotto la pioggia e i fulmini, assecondare le visioni di una vecchia pazza e buscarsi chissà che malanni, se non peggio! Sapevo che era strana, ma fino a questo punto!

Marga dorme. Il suo viso pare fatto di carta, pare una lettera scritta, appallottolata, raccolta di nuovo, riaperta e infine lisciata per potere essere letta ancora.

Dopo averla salutata, Silvia e Antonio vanno in giardino, si siedono sul parapetto della fontana asciutta con i piedi verso l’interno. Antonio le fa notare come un airone non abbia più il becco.

– Secondo te era vera quella storia del mare? – chiede Silvia.

Antonio scuote la testa. È il diciannove agosto, lo stesso giorno in cui Marga aveva l’abitudine di camminare in circolo dove loro ora sono seduti. Silvia se ne rende conto solo in quel momento e tutti i diciannove agosto passati lontano da quel giardino le sembrano non essere mai davvero trascorsi. Prende la mano di Antonio e gli sussurra:

            – Mi sei mancato. Come abbiamo fatto a sprecare tutto questo tempo lontani? Lontani da qui? Io ci credo invece alla sua storia. Che ragione aveva di inventarsi tutto?

Nella vasca c’è appena un rivolo di acqua verdastra sul fondo, terriccio tutt’intorno e un oggetto di metallo arrugginito e sporco che non permette ai raggi del sole di farlo brillare ma che non sfugge allo sguardo di Silvia.

 Intanto, nel suo letto, Marga sogna. Sogna di una lontana giornata trascorsa al mare, l’unica della sua vita, la giornata in cui in cui non aveva avuto il coraggio di imparare a nuotare. Era stato tutto così veloce, come le nuvole che quel pomeriggio le passavano sulla testa e che seguiva con lo sguardo ogni volta che, dopo avere inforcato la bicicletta e aver raggiunto un prato poco lontano da casa, si sdraiava tra l’erba a immaginare cosa potesse esserci oltre quei soffici cumuli, e verso che altri orizzonti si stessero recando. In quali altri sguardi sarebbero scivolati di lì a qualche ora.

Quanto tempo è passato? Quanti anni da quel giorno? Ottanta? Di più? Non ricorda neanche la sua età di adesso. Gli anni si sono sciolti in giorni identici e incolori, immobilizzata in un letto non suo, a seguire con gli occhi non più le nuvole ma i sentieri delle crepe sul soffitto, sperando che la conducessero comunque altrove. Gli anni sono scaduti in interminabili minuti a strusciarsi per le pareti bianche dei corridoi, a stringere le sbarre alle finestre, con l’amaro di tutte le pillole che le hanno fatto ingoiare e che, se ci pensa, le ristagna ancora nel palato. Ha smesso di misurare gli anni dal giorno in cui ha dovuto lasciare la villa e ora non ricorda più neanche che forma abbiano i numeri. Ricorda però che era molto giovane, che le piaceva osservare il cielo, le nuvole e, tra quelli, i bimotori che le trafiggevano come frecce, aerei diretti chissà dove, quell’ anno di guerra che nessuno sapeva che sarebbe stato l’ultimo ma tutti non facevano che desiderarlo. E un giorno d’estate, un giorno d’agosto, un aereo era atterrato all’improvviso nel vasto campo tra la villa e il resto del paese, a un qualche centinaia di metri dai suoi piedi.

Era una vasta e sgombra area lasciata apposta vuota e incolta per permettere ai piccoli mezzi di atterrare, fare rifornimenti, portare medicinali, consegnare la posta. A dire il vero quello non era il primo aereo che Marga aveva visto atterrarle vicino e per questo era rimasta immobile e tranquilla, almeno fino a quando un ragazzotto robusto e sorridente non ne era sceso, venendole incontro. Si era poi presentato dicendole di averla già vista dall’alto, sul terrazzo della villa o nel suo giardino, poco prima di ogni suo atterraggio. Era però la prima volta che la scorgeva ai bordi del campo e si era detto che doveva assolutamente conoscerla, parlarle. Le aveva rivelato di come ogni cosa dall’alto apparisse come su una tavolozza e tra i colori lei fosse sempre la pennellata più bella. Le aveva poi detto del nero delle rocce, del verde scuro degli altipiani, dei tanti blu che colorano il mare, ma tra tutti quei blu nessuno era luccicante come il vestito che ora lei indossava.

Il mare.

Marga non c’era mai stata e glielo aveva confessato, con un po’ di imbarazzo. Lo sguardo di lui s’era illuminato, l’aveva presa per mano, pregandola di seguirlo, assicurandole che sarebbero stati via appena qualche ora. A Marga era parsa la cosa più naturale del mondo salire su quel piccolo aereo e farsi portare al mare.

– Anche tu mi sei mancata – le risponde Antonio – Forse hai ragione, la zia era sincera. Non avremmo dovuto deriderla, dirlo ai nostri genitori. Ti rendi conto che è rimasta in quel posto per quindici anni a causa nostra? Io sarei furioso. E invece lei sembrava addirittura contenta di vederci. Sapessi quante volte ho pensato alle sue parole, all’espressione del suo viso quel pomeriggio, così felice, così diversa; mi sono anche chiesto tante volte cosa potesse esserci in quella scatola che sembrava così importante per lei. Forse era quello il segreto che le abbiamo sempre attribuito, il tesoro che per tanti anni abbiamo cercato.

–  Ci ho pensato anche io, sai. Il tesoro della zia. L’avevamo cercato ovunque, senza neanche sapere cosa stessimo cercando davvero. E bastava chiedere. Credo non vedesse l’ora di dircelo, ma aspettava solo il momento giusto, come la rottura di un incantesimo di cui era prigioniera. Se penso di nuovo a quel giorno, al colore del cielo, al rumore dei tuoni e a lei che in bilico appoggia il piede sulla superficie dell’acqua, mi sembra ancora di essere in un sogno, ma un sogno non mio. E penso anche che il fatto di sentirmi un’intrusa nel suo sogno mi abbia fatto scappare via, e non la pioggia. E sono sicura che aspettasse quel giorno da sempre; ce lo disse anche, Antonio, ci disse che finalmente era successo. Si era liberata. E noi, con le nostre parole, l’abbiamo rinchiusa di nuovo.

Dopo neanche un’ora il bimotore era atterrato dolcemente su una pista poco distante dalla costa. Arturo, così si chiamava il giovane pilota, l’aveva aiutata a scendere e sempre per mano si erano diretti verso una spiaggia di rena leggera, cosparsa di tronchi e rami. Si erano tolti le scarpe, affondato i piedi nei granelli bollenti e di corsa, ridendo, avevano poi raggiunto la battigia. A quel punto si erano seduti sul bagnasciuga, incuranti delle onde leggere che bagnavano loro le vesti. Era vero, le aveva detto poco dopo, il vestito di lei era un’altra sfumatura del mare, la più bella. Aveva poi tracciato con l’indice il proprio nome sulla sabbia bagnata, lei vi aveva aggiunto il suo. Un’onda si era portata via gran parte delle lettere. Incuranti che sarebbe accaduto di nuovo avevano scritto di nuovo i loro nomi, due, tre, quattro, cinque volte ancora. Lei vi aveva anche aggiunto i primi versi di una poesia che aveva imparato a memoria gli ultimi giorni di scuola e quando si era interrotta lui le aveva sussurrato il verso successivo. Poi si era alzato in piedi, si era levato giacca e camicia e l’aveva invitata a fare altrettanto con il vestito, promettendole che non l’avrebbe guardata finché non fosse entrata completamente in acqua. Subito dopo si era immerso e con una serie di vigorose bracciate si era diretto al largo. Marga era rimasta a fissarlo con il vestito ormai completamente incollato alle cosce e alle ginocchia. Quando lui era tornato con in mano un guscio di madreperla come dono, l’aveva trovata seduta ancora sulla sabbia bagnata. Lei gli aveva confidato che le dispiaceva molto ma non sapeva proprio nuotare, non aveva mai imparato, neanche tutte le volte che l’insegnante aveva portato lei e le sue compagne di scuola in gita al lago.

Allora Arturo le si era seduto di nuovo accanto e le aveva raccontato di quando da piccolo anche lui avesse avuto paura dell’acqua, di come non si debba lottare contro le onde ma seguirne il ritmo, del modo in cui le gambe dovessero muoversi per non andare a fondo e delle volute da tracciare intanto con le braccia, in sincronia, come in un volo liquido. Le fece immaginare di essere una foglia sospesa sulla superficie o una ninfea che lui avrebbe sorretto, una ninfea marina, la prima, l’unica. Le disse dei pesci che li avrebbero accompagnati e di come avrebbe potuto vederli con facilità, tanto l’acqua era trasparente; le anticipò la forma delicata di ogni conchiglia che avrebbero raccolto poco lontano, dove il livello del mare tornava ad abbassarsi. Là avrebbe potuto di nuovo camminare.

Erano tutti e due così presi, lei da quel racconto e lui dalla sua pelle diafana, che non si accorsero dell’improvviso temporale che incombeva alle loro spalle.

Si era quasi lasciata convincere, quando pesanti gocce iniziarono a bagnarle i capelli e tutta la parte superiore del vestito che le onde avevano fino al quel momento risparmiato. Si precipitarono fuori dall’acqua in cerca di un riparo. La pioggia non durò molto. Quando lui la invitò nuovamente a tornare verso la riva, come se solo allora se ne fosse resa conto, Marga si ricordò di essere lontana da casa e che si stava facendo tardi. Lo pregò di riaccompagnarla indietro, gli disse che era meglio sospendere quella prima lezione di nuoto, ma che l’avrebbero ripresa, presto. Prima di infilarsi di nuovo le scarpe mise una manciata di sabbia dentro ognuna, per continuare a sentire sotto i piedi lo stesso sfrigolio che l’aveva condotta verso quella felicità breve e perfetta.

Un’ora dopo era di nuovo nel campo da cui era partita. Nessuno si era accorto della sua assenza. Il vestito era ancora bagnato ai lembi, salato. Lui la salutò con un bacio morbido sulla guancia e la promessa che avrebbero entrambi fatto ritorno su quella spiaggia, prima della fine dell’estate. Mentre l’aereo si rimpiccioliva di nuovo nel cielo, Marga strinse forte la conchiglia che Arturo aveva pescato per lei e pensò a tutte quelle che avrebbero raccolto insieme, da allora in poi. Rientrò in casa di soppiatto e prese dalla cucina una scatola di latta color blu. Vi mise dentro la conchiglia, vi svuotò la sabbia che aveva ancora nelle scarpe. Pensò che quello era solo l’inizio dei loro ricordi, che negli anni quella scatola si sarebbe riempita di preziosità marine, di foto, di pietruzze lisce, di coralli, vi immaginò anche la lisca brillante di un pesce raro.

Ma lui non fece mai ritorno.

–          Lo attesi ogni giorno, per anni. Ma tanti aerei sparivano quegli anni, di tanta gente non si sapeva più nulla. Sapevo già che non sarei mai più stata felice come quel giorno, e per questo non volli stare con nessun’altro. Però decisi che ogni anno, quello stesso giorno, avrei camminato sul bordo della fontana, fingendo di essere ancora accanto alle onde, per ritrovare un poco di quell’emozione. Non solo, a ogni futuro annuncio di tempesta, ovunque mi trovassi, avrei scritto sul vetro le stesse parole che scrivemmo quel giorno insieme, ma stavolta con gli occhi in direzione del temporale, e già al riparo, per non essere più colta alle spalle, alla sprovvista. Oggi per la prima volta da allora, nello stesso giorno – come quel giorno – la pioggia è arrivata, così dal nulla. E cosa potevo fare stavolta se non tuffarmi? Avessi avuto allora il coraggio di oggi! E sapete ragazzi? Sono rimasta a galla, ho sollevato i piedi e sono rimasta a galla, tra le ninfee, tra le foglie, come una ninfea, come una foglia, proprio come aveva detto lui. E ho urlato al cielo: torna! Ora posso seguirti, ora possiamo andare insieme a raccogliere conchiglie! Quella fontana è stata di nuovo, per pochi minuti, il mio mare… La scatola! Antonio, vammi a prendere la scatola blu. Devo metterci qualcosa dentro, qualcosa di oggi.

Ma ai nipoti che la fissavano basiti non era stata in grado di indicare dove quella scatola fosse. Prima che Antonio potesse chiederglielo, si era messa le mani in tasca, aveva mormorato con un filo di voce di aver perso qualcosa ed era di nuovo corsa di fuori, sotto il temporale. Loro erano scoppiati a ridere. 

– Cosa può essere?           

Si chiede Silvia, scendendo con un balzo nella vasca asciutta e raccogliendo l’oggetto arrugginito che poco prima ha attirato la sua attenzione. Vi soffia sopra, lo pulisce con un lembo della gonna, incurante della terra che le sta macchiando la stoffa, e con stupore si accorge di avere tra le mani una piccola chiave.

In quel momento, dal balcone della stanza da letto di Marga la vicina si affaccia, li chiama, vuole che la raggiungano immediatamente. I due cugini attraversano il giardino, rientrano in casa, fanno le scale a due a due, l’ultima rampa tenendosi per mano.

Marga è sdraiata sul letto, con addosso una coperta leggera. Ha gli occhi chiusi. La vicina dice loro che non vuole più mangiare nulla, non vuole neanche più bere.

–          Ci pensiamo noi ora Anna, grazie – le dice Silvia.

Si siede sul letto, sussurra il nome della zia. Poi chiede ad Antonio di avvicinarle il vassoio del pranzo.

Ma lui non le risponde e attira la sua attenzione verso il ripiano di uno scaffale dove, tra i quaderni foderati di celeste, i vasi di fiori secchi, gli spartiti ingialliti e stanchi che si piegano come giunchi, è poggiata una scatola di latta color blu, chiusa da un lucchetto.   

Scritti in barattolo

Contavo i giorni che sono stata via quest’anno. Fanno settantaquattro, se ci aggiungo le notti a Gozo. Più di due mesi con la testa su altri cuscini. E sì che mi ero ripromessa che sarei stata buona buona in casa, a scrivere. Invece c’è stata Roma, sei volte, e sono felice di aver trascorso quattro di quelle con Kiwi, prima che se ne andasse, il dodici agosto.

Gatto mio bello, il mondo è davvero meno dolce senza di te, senza il tuo occhio color ruscello di montagna e l’altro di nebulosa di stelle.

C’è stata Parigi a fine gennaio, Parigi che ancora mi mette a disagio visitare da esterna, non viverci più. Quei tre giorni a San Valentino a Innsbruck, per lavoro, e nelle pause le Alpi, il freddo, la neve e la sacher di cui avevo bisogno. Il mio compleanno a Lisbona, una città che profuma di crema, pagine di vecchi libri e limonata. E poi i viaggi di cui ancora non ho scritto – ma lo farò presto, appena consegnati i due articoli, le mie sudate carte d’autunno. Amsterdam, una sorpresa verde e fresca, e il volo oltre oceano, il primo, a Toronto, che ancora se ci penso non ci credo. Strana e velocissima Toronto, dirò presto qualcosa anche di te. Qualcosa in realtà ho già detto.

Sono stata parecchio fuori, ma anche parecchio ho scritto. Traduzioni, articoli accademici, un articolo per una rivista, un racconto per un concorso (è arrivato tra i primi cinque, non ha poi vinto), l’ennesima correzione a un romanzo che ho iniziato più di dieci anni fa e chissà se sarà mai pubblicato. E poesie. Io non scrivo poesie, di solito. Ma quest’anno, anche ispirata da un paio di eventi dove sono stata coinvolta come traduttrice di poesia dal maltese, m’è venuto da buttar giù qualche verso, di tanto in tanto.

L’ultima poesia si intitola Jet-lag. Quel che in effetti ho già detto di Toronto.

E quindi la promessa l’ho mantenuta. Ho scritto. Anche se i miei scritti sono per il momento come conserve di frutta diversa messe in barattolo, ognuna con una diversa etichetta (prosa, poesia, traduzione, antropologia, altro), appoggiate sullo scaffale del quando la apro non si sa ma dovrò a un certo punto, una per una, il prossimo anno. Saranno saporite, profumate, belle. Sono sempre così, tante cose che rileggi, dopo tanto tempo.

p.s.

Buon Natale, intanto. Anche di questi giorni di festa, di quanto mi manchi essere a casa con tutti, e di quanto ormai non si possa più essere a casa con tutti, avrei dovuto scrivere. Ma ci sono cose di cui nulla, neanche i versi, possono parlare. Solo i pensieri a occhi chiusi, i viaggi veloci tra ricordi di voci e lampi di visi e stanze, quelli che parlano tutte le lingue e sono traducibili in nessuna.

Compleanno di un’amica

Potessi chiamarti oggi, per dirti buon compleanno. Non ti lascerei solo un messaggio nei tanti luoghi che abbiamo per lasciarci parole mute, senza tono. Ti chiamerei e ti direi: auguri bellezza, ci vediamo stasera allora? Stasera? Mi diresti. Sì, stasera. Torno a casa un paio di giorni, e guarda un po’, torno oggi che è il tuo compleanno. Quanto tempo che non passiamo un tuo compleanno insieme, eppure sei stata subito così cara da quella sera in cui ci siamo conosciute in piscina, quando ancora gli anni non avevano il venti davanti e la più grande paura era il compito in classe, o l’interrogazione. E mi dispiace che poi ci siamo un po’ perse, è stata più colpa mia che tua, lo ammetto; non si dovrebbe mai delegare a un altro tutta la propria libertà, non si dovrebbe mai mettere l’amicizia in secondo piano per un po’ di baci, per l’illusione di una sicurezza sentimentale. A quell’età, poi. Non si è sicuri mai, figurati sul ciglio dei venti. Ma il passato non si cambia, aggiungeresti tu, mettendo sull’a di quell’ultima parola il tuo bel sorriso e sollevando le spalle. No, non si cambia, aggiungerei io, e la lezione l’ho imparata, però almeno ci siamo ritrovate, sì, anche se di anni ne sono dovuti passare quanti? Dieci? Ma eccoci di nuovo qui, a parlare come se niente fosse, a uscire di nuovo insieme da quella bella estate del 2009 quando per puro caso abbiamo cominciato a riscriverci, a vederci, a ordinare insieme una chiara grande. Avevi promesso di venire a Parigi, ricordi? Mi avevi raccomandato di trovare una stanza grande, e mi avresti raggiunta, e io la trovai, alla fine, proprio a Montmartre, dopo tanto peregrinare, in una via vicina a quella di ciottoli dove tu ti eri scattata quella foto, ricordi? Nei tuoi primi anni di lavoro. Che bella foto. Non ne abbiamo quasi nessuna insieme, forse nessuna, chi girava con la macchina fotografica quando ci siamo conosciute? Chi pensava a farsi foto in continuazione? Gli appuntamenti li prendevamo ancora sul telefono fisso, o al citofono. E quindi avremmo potuto farcene una proprio lì, di foto, lì e in tante altre parti. Ci sarebbero bastate poche ore per cancellare l’assenza stupida di quei dieci anni passati solo a pensarsi, da lontano.

Le ore non sono bastate, te ne sei andata prima, senza volerlo, pochi mesi dopo, in un giorno di aprile. E da nove anni i miei auguri si perdono nell’aria, tra le nuvole, sulle strade che non percorreremo mai insieme, sui tavolini intorno ai quali non ci sederemo più per una chiacchiera, mia bella Rosalba. Eppure io te li faccio lo stesso, amica.

Il viaggio d’acqua

Il giorno prima di partire per Roma, a casa, è mancata l’acqua. Le bottiglie che di solito riempio e lascio piene per le piante sono servite a sciacquare via giusto il primo strato di sale, dopo un tuffo al mare. Il secondo e forse il terzo sono rimasti sulla pelle che è partita dunque assetata, impaziente di acque ben più sciape.

Alba di casa

Fuori da Fiumicino l’aria era già più fresca e clemente. Il giorno dopo era nuvolo, e ha piovuto. Quant’era che le narici non si riempivano di umidità buona e fresca? La pioggia ha fatto saltare il programma di recarsi tutti insieme alle terme, spostato al giorno dopo, e ci ha portato in centro, ad assistere al fenomeno di una città che si svuotava come una vasca a cui è stato tolto il tappo. A Malta non succede, Malta non si svuota mai.

Mentre percorrevamo le vie dietro Corso Vittorio ho ripensato che, quando si è a Roma, più di scarpe a prova di sampietrini (e no, le espadrillas piatte non lo sono) e un voto di resistenza alle gelaterie (miseramente fallito), è importante mettere in borsa una bottiglia vuota; e poi iniziare a vagare senza mete precise, ma con una lista – vaga – di posti in cui ci si vorrebbe di nuovo – casualmente – trovare e se non succede, pazienza. In tutti questi vagheggiamenti c’è però una costante e questa costante è il nasone, la fontanella. Non si va in cerca della fontanella, tuttavia. La fontanella è una cosa che capita, una bella sorpresa, come la neve e l’arcobaleno. L’acqua che ne esce è la migliore che si sia mai bevuta (se poi ci si vuole dissetare con acqua pura e buona come il miele, almeno così si dice sia, bisogna camminare fino a piazza Barberini, alla fontana delle api – luogo in cui, stavolta, non ci siamo imbattuti).

Il giorno dopo, finalmente, le terme di Chianciano. Ho perso il conto del tempo passato in acqua, sotto gli spruzzi, tra le bolle, a far sonnecchiare beato lo sguardo nel verde di un boschetto tutt’intorno, sotto l’ombra. L’acqua è il mio spazio di meditazione e riappacificazione con il mondo. Che sia il mare, il getto di una doccia o una piscina, l’acqua mi restituisce a quello che sono, a quello che vorrei essere: liquida, fresca, trasparente e vestita di tutte le sfumature del blu. Chiare, fresche e dolci acque.

Acqua, mescolata con altri ingredienti trasformati in qualcosa di divino, è quella che ci siamo ancora concessi prima di fare ritorno nel Lazio. Tre agosto duemiladiciannove è il giorno in cui credo di aver mangiato una delle pizze migliori di tutta la mia vita al ristorante Re al Quadrato di Chianciano: pomodorini, colatura di alici, alici, burrata e prezzemolo. Più gli assaggi alle altre: margherita e marinara. Chi dice che la felicità non può essere mangiata e perfettamente digerita?

E poi, infine, ancora mare, perché il mare è come la pizza, non se ne ha mai abbastanza. Sempre in Toscana, dove abbiamo fatto ritorno, ai piedi dell’Argentario. L’ultima volta che mi ero bagnata nel mio Tirreno era stato nel 2008, durante un paio di giorni a Orbetello con due care amiche antropologhe, prima che il destino ci disperdesse come correnti marine. Orbetello anche questa volta, ma dall’altra parte del promontorio, a Ansedonia. Guardando dal mare verso la spiaggia ho ricordato che il mare italiano è anche contrasto tra spiaggia libera e l’occupazione degli stabilimenti, e poi alternanza tra l’una e gli altri per chilometri, a perdita d’occhio.

L’acqua era una danza di rametti e sabbia, limpida e piacevole ma così diversa da quella a cui ora sono tornata. Acqua turchese, un poco mossa, che ho salutato questa mattina, facendomela di nuovo famigliare nel mio volo liquido tra tanti pesci e una medusa.

Sottrazioni

In questi ultimi giorni di luglio, nel pieno di un’estate che pareva tardiva e si è rivelata inclemente, penso alle sottrazioni. A quello che va via, al vuoto che lascia.

Penso al sorriso gentile e bianco di labbra e di occhi di un antropologo che sapeva davvero ascoltare e dare rilievo e colore a ogni parola scambiata, così che l’astrattezza di ogni concetto e il fluire via di ogni suono si attaccassero invece tenaci alle pareti dei pensieri, come farfalle pronte a divenire altro ancora, a volare oltre. Fu così fin da quella prima chiacchierata insieme, dieci anni fa, durante una cena, quando a vicenda ci rivelammo e confrontammmo le nostre Malte, scoprendo di averne a volte percorso gli stessi sentieri. Caro Paul, mancherai molto.

Penso a quest’isola che si sta sbriciolando sotto i rulli delle schiacciasassi, divorata e masticata dalle gru, dai camion, dal rumore, dalla polvere. Penso a tutto quello che fa a pezzi spazi di respiro e di memoria. Penso a noi, depositari di memoria, che ne perdiamo i supporti, a noi che non possiamo esserne i soli supporti, perché è un attimo, e non siamo più.

Penso al sogno di stanotte: il maledetto Link project è fatto e finito ma a quello se ne sono aggiunti altri, e ora camminiamo e ci arrampichiamo a fatica sui palazzi e i cavalcavia ancora in costruzione, perché di vie non ne sono rimaste più, rischiamo di cadere, ci graffiamo le braccia, sbucciamo le ginocchia. Percorriamo sentieri sopraelevati di cemento e intorno, sotto e sopra di noi solo corsie a scorrimento veloce, palazzi grigi senza finestre, solo pertugi, e macchine che filano velocissime. E io penso che non vedo l’ora di fare ritorno a sud, nel villaggio in cui vivo, dove almeno sono rimasti i campi, dove posso adagiare lo sguardo sul mare.

E questo mi fa tornare alla mente quando, dodici anni fa, ebbi un grave incidente d’auto. Ero in macchina con un’amica, tornavamo da un pranzo e una festa, non fu colpa sua, fummo travolte da una macchina grande tre volte quella in cui eravamo noi e lo schianto la fece ancora più corta, i vetri scomparvero, gli oggetti volarono decine di metri oltre, per qualche attimo ebbi la lucida e stupita coscienza che sarei scomparsa anch’io. In quella sfortuna fummo, tuttavia, estremamente fortunate. Nelle settimane che seguirono, passate tra analisi alla testa, ospedali, fisioterapia e altro, tra le varie conseguenze del trauma, non riuscivo più a tollerare la vista e il rumore delle auto. Brividi di paura scorrevano lungo la mia schiena ammaccata, ogni volta che una mi passava accanto. Vivevo ancora a Monteverde vecchia e avevo a pochi minuti da casa la bella pur se trascurata Villa Pamphili. Se a poco a poco mi ripresi fu grazie al verde e ai pomeriggi passati a leggere all’ombra degli alberi del parco, sdraiata sul prato, con gli occhi a riposo completo tra i fili d’erba e le fronde, l’orecchio prestato unicamente al frinire delle cicale, ai cinguettii, al fruscio delle foglie. Il libro era Cent’anni di solitudine.

Come quelli di cui quest’isola avrebbe bisogno per curarsi da noi.

Hic sunt leones

Cartografie romane. Lo Gnam, il Giappone, il fumetto.

Ultimamente Roma per godersela bisogna prenderla alla lontana, navigando al largo, cercando di non finire nel vortice di folle, motori e vetrine del centro; a meno che al centro non si conoscano già una buona gelateria dove rifocillarsi e poi un porto sicuro dove approdare e dove faranno rotta anche le amiche più care, come è stato, e come accade spesso, alla libreria Griot, una domenica pomeriggio.

Fiera di Roma

La mattina di quella domenica giungevo tuttavia dall’immersione in altre folle, quelle variopinte del Romics, con mia sorella che di queste cose ne sa più di me e che disegna in modo incredibile, perdendoci e ripescandoci regolarmente tra nugoli di ragazzini, supereroi, disegni, schizzi e patatine fritte, dove un po’ mi ritrovavo e molto mi sentivo controvento. Eppure a me i fumetti piacciono assai, mi sono sempre piaciuti, li ho divorati, collezionati, disegnati anche, per divertimento. Regalatemi una graphic novel ben fatta e mi vedrete felice.

Sempre procedendo ai margini del centro, due giorni dopo ho dedicato qualche ora (per la quarta volta) a uno dei luoghi più belli e rasserenanti in cui mi sia mai capitato di mettere piede: lo Gnam.

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La Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea è uno di quei posti che vizia lo sguardo e l’animo e mette completamente a proprio agio, tra tanto ben di dio. La prima volta c’ero stata con Chiara (l’unica volta che avevo potuto ammirare il bacio di Klimt, tutte le altre volte sempre in viaggio), quando non era ancora stata ristrutturata; da quel che ricordo, era un bel museo come ce ne sono tanti grazie alla sua collezione, ma pesante, buio, polveroso. Da pochi anni è tutta un’altra storia. Gli spazi e il nuovo allestimento non cronologico sono belli quasi quanto le opere che ospitano. Le descrizioni non disturbano e quasi si confondono con il bianco delle mura. Tutto è arte, perché si è oltre qualsiasi categoria: l’etnico e il periodo storico sono stati messi al bando. Il moderno, il contemporaneo, l’occidentale e il non occidentale si mescolano, si accompagnano, si danno man forte e sembra si facciano i complimenti a vicenda. A volte si ha anche l’impressione che non abbiano più neanche bisogno dello sguardo del visitatore, della sua logica ordinatrice. Altre invece che lo invitino a unirsi, come una nuova opera mobile e sempre variante, alla festa perpetua che hanno messo in atto.

Perché, come già detto, è questo il punto. La visita allo Gnam è come una colazione sull’erba, una festa tra amici cari, una passeggiata sul prato a piedi scalzi, dove si può tranquillamente scegliere di non vedere tutto pedissequamente e sentirsi comunque a posto con la coscienza – la bellezza che ci circonda ci ha già raggiunto tutta, quasi per osmosi. Abolita la dittatura delle didascalie e dei periodi, si vaga, si vaga e basta alla ricerca della cosa più leggiadra o spiazzante; ci si inventa il proprio percorso, si torna indietro, ci si sdraia su divani che sembrano istallazioni, ci si muove in balia di onde leggere, trascinati verso sale che galleggiano nella luce come isole bianche piene di tesori. Se è tanto che non vedete un amico, se volete un bel posto dove passeggiare e ogni tanto fermarvi di fronte alle tele di Fontana, a una statua di Canova, a un quadro di Fattori, solo per citarne qualcuno, lo Gnam è il posto ideale. Altro che le vie di Trastevere.

Poco distante dalla galleria (nel bar servono anche ottime pizze bianche ripiene, così, tanto per dire), c’è l’Istituto Giapponese di Cultura, dove avevamo prenotato una fugace visita (è proprio il caso di dirlo), al giardino, per la fioritura dei ciliegi. La visita va prenotata il martedì e il giovedì ed è assai breve, non ci si può stare per più di mezz’ora, buona parte della quale si è accompagnati da due guide che raccontano la storia del giardino, si sforzano di farci immaginare che quello che abbiano davanti non è uno stagno ma il mare e ci tengono a specificare che il giardino in cui ci troviamo non sia zen. Zen o non zen il profumo del glicine e del ciliegio ci ha già stordito appena varcata la soglia, quei trenta minuti passano come se fossero solo cinque, la preoccupazione maggiore è quella di non finire a far compagnia alle carpe, e quando usciamo abbiamo la certezza che se la primavera tarda un po’ ad arrivare del tutto (venti freddi e piogge turbavano ancora la navigazione romana, per non parlare dell’atterraggio a Fiumicino) è forse perché si sta ancora stiracchiando le gambe sul prato di quell’incantevole giardino.


Viaggio in Portogallo

Ovvero, il dramma del pomodoro.

Tutto è iniziato sul volo da Zurigo a Lisbona (non perso per un soffio), quando decido di prendere da bere, per la seconda volta nella mia vita, un succo di pomodoro (il primo fu a Parigi, per un aperitivo con Giulia C.). Adoro il pomodoro e spesso quando cucino la salsa della pasta una buona porzione se ne va in copiosi e ridondanti assaggi. Chi era con me non ne ha voluto sapere per più di un sorso e mi ha guardata, per usare un eufemismo, con scetticismo. E io ho pensato di come in effetti ogni pomodoro, una volta uscito dal suo ruolo comune, si muova nei terreni dell’incomprensione. Il dramma del pomodoro è reale ed è quello di un frutto costretto sempre a comportarsi da ortaggio per essere compreso – e consumato.

Ho ripensato a questa delicata questione mentre passeggiavo qualche giorno dopo per la bella Rua dos Remédios, a Lisbona, dove abbiamo soggiornato per una settimana e fatto regolarmente seconde colazioni nelle varie pastelarias e in particolare in quella all’inizio della via, l’Alfacinha, buona e onesta, con i suoi habitués, la sfilza di dolci cremosi (ce li sognamo ancora la notte, e anche il giorno), i barattoli di lupini e le signore del quartiere (sempre a tre a tre) che si incontravano là per un caffè.

Ci ho ripensato perché mi doleva di non essere anche io, in quel posto, une habituée, di non essere capace di ordinare cappuccino e pastel (o anche pan de deus, altra meraviglia) in portoghese, di essere confusa con tutti i turisti che passavano a decine di là per quella via, di non vivere il posto davvero, ma essere solo di passaggio, che la mia permanenza fosse veloce come il tempo di sparizione di due pasteis (perché che fai, ne prendi solo uno?). E in quel momento mi sono sentita anche io un pomodoro, qualcuno che era qualcosa ma doveva agire come qualcos’altro per trovare agio in quella realtà provvisoria di turista o viaggiatrice temporanea – se proprio vogliamo credere che le definizioni che diamo a noi stessi contino qualcosa. Viaggiatrice un corno, ero una turista, punto. Ma ero anche un’antropologa condannata a un perpetuo desiderio di ricerca, che avrebbe voluto fermarsi, trovare un argomento da approfondire, studiare la lingua, girare anche a vuoto e per giorni senza l’urgenza di far fruttare il tempo; di perderne parecchio, anzi, di tempo, per ascoltare il campo, farsi sedurre dalle sue deviazioni, chiacchierare con le persone che ci vivono e trovare nelle loro parole sentieri invisibili e nuovi. E invece tutto quello che potevo fare era consultare la guida, visitare i luoghi consigliati, cercare di perdermi un po’ ma non troppo, stare attenta ai borseggiatori (che pare siano abilissimi e in quella settimana abbiamo sentito più “attenzione ai borseggiatori” che “bon dia”) e conciliare la quantità immane di tuorli d’uovo, che quotidianamente ti passano con tutto quello che ordini, con le abitudini del mio fegato (che a un certo punto mi ha mandato a dire “Virgì, mo’ basta”).

Quando è in vacanza ogni antropologo è a suo modo un pomodoro. Ma è anche questo il bello, questo non adagiarsi mai in nulla, non prendere mai nulla per dato. Questa continua, succosa, inquietudine. E sapere che se si gratta la patina della turista, sotto sotto, c’è sempre un osservatore partecipante.

Nonostante il sentirsi un pomodoro, quei sette giorni a Lisbona sono stati quello che ci voleva. E se turista dovevo essere, allora tanto valeva farlo come si deve. Abbiamo visto parecchie cose quindi, raggiunte rigorosamente a piedi.

E quindi ecco, dopo i tentativi parigini di frivolezza, quelli lusitani, tenendo sempre conto che Lisbona è la città del fado (ah il fado) e quindi ogni frivolezza è solo di facciata.

  1. La to do list

Alcune cose non puoi proprio evitarle, specie se visiti una città per la prima volta. E quindi abbiamo ligiamente depennato dalla lista il Panteão Nacional , la torre di Belém e omonima pastelaria, il Mosteiro dos Jerónimos (splendido), il (purtroppo il chiostro era chiuso per lavori), la Praça do Comércio, il Museu Do Azulejo, il Calouste Gulbenkian, il tram 28, il Bairro Alto, la scontata LX Factory, la livraria Bertrand e una quantità innumerevole di miradores senza l’aiuto di alcun elevadores (la rima è puramente casuale). Tutto a piedi, dicevo. Succede sempre così, per un po’ di giorni ignoriamo i mezzi pubblici, facciamo come se non esistessero per niente, poi ci arriviamo per disperazione e per praticità. Ma in fondo Lisbona è una città piccola, così ha detto più volte un amico di Teo, la prima e l’ultima volta che ci siamo visti, ed è sempre bello avere amici in una città che si visita. Avere qualcuno da vedere e con cui passeggiare ti fa sentire meno pomodoro e più tomate (e quindi, cari Louis e Angelica, quando verrete a trovarci faremo di tutto per farvi sentire il più possibile dei tadam).


2. Il Feira da ladra, l’immancabile mercatino…

…dove non faccio mai nessun affare ma solo foto – e dove abbandono Teo al primo bancone di libri per tornare poi a cercarlo un quarto d’ora dopo e trovarlo esattamente dove l’ho lasciato.

3. La cura dei colori

Vivendo in un’isola gialla che per giorni e anche alla partenza era sotto un cielo grigio, uragani, tempeste, grandine, vento e chi più ne ha, Lisbona è stata davvero una cura per gli occhi.

4. Birdwatching

Venendo pure da un’isola che stermina la maggior parte dei volatili che osano mettere l’ala all’interno del suo spazio aereo, il Portogallo non ha deluso neanche in quello.

5. Sintra

L’ennesimo momento in cui ho rimpianto di aver dimenticato le mie ali da fata a Parigi. Perché Sintra è una fiaba. Ma può anche essere un incubo, se non si azzecca la stagione. Su Sintra ho letto parecchio prima di andare, cercando di capire cosa, tra le tante meraviglie, non si potesse escludere e ovunque, guide e siti, mettono in guardia dalle orde di persone che a gruppi di dieci, cento e mille la raggiungono, l’attraversano e la riempiono, traboccando da ogni dove. Nonostante il treno fosse già pieno di mattina presto e nonostante le scolaresche italiane e portoghesi in gita, siamo stati fortunati e abbiamo potuto girovagare per castelli, grotte, labirinti e lussuriosi giardini a nostro piacimento, senza file, senza intralci. Ci siamo anche seduti alla celeberrima pasteleria Piriquita dove i dolci del luogo li abbiamo provati tutti e due (i travesseiros e le queijadas) e anche quelli devo ammettere che ci mancano assai, ora. Il giro intelligente e fortunato è iniziato proprio dalla pasteleria, ha proseguito con il Palacio Nacional, la Quinta da Regaleira e infine il Palacio e Parque da Pena. Il tutto disquisendo anche di letteratura inglese e Lord Byron che a Sintra dedicò alcuni versi del Childe Harold’s Pilgrimage:


Lo! Cintra’s glorious Eden intervenes
In variegated maze of mount and glen.
Ah, me! what hand can pencil guide, or pen,
To follow half on which the eye dilates
Through views more dazzling unto mortal ken
Than those whereof such things the bard relates,
Who to the awe-struck world unlocked Elysium’s gates?

6. Alfama

Il quartiere dove avevamo casa. Il solo dove, se dovessi tornare a Lisbona, sceglierei ancora di stare. Il fado (ascoltato la sera del mio compleanno gustando un caldo verde al no. 83 di rua dos Remedios) e il commento di Teo “mi ricorda di quando ci siamo persi a Bitonto, ma senza l’ansia di stare per perdere il treno per Bari”, bastano per non desiderare di dormire altrove.

7. Quello che non mettiamo a fuoco,

che accantoniamo, che lasciamo in sospeso come le note notturne di un fado che si insinuano tra le mura piastrellate e ci accompagnano verso un sonno senza sogni, che di cose ne abbiamo già sognate abbastanza ed è tempo di riposare, di riguadagnare energie per altri sogni. Quello che è stato scartato in nome di cose che allora ci sembravano più perfette e solo ora capiamo che nello scarto c’è invece tutta la libertà e la possibilità di essere altro. E che certi errori sono anche bellissimi da fare e da ripetere.

Un errore da non rifare, tuttavia, è quello di lasciare ancora a lungo questo paese da parte. Il Portogallo, che ho vissuto per anni nella letteratura di Pessoa e Tabucchi, è stato un viaggio a lungo accantonato proprio come la sua posizione, defilata là nel lato estremo dell’Europa. Paese con lo sguardo rivolto verso il vento, l’oceano e terre ancora più lontane, terra a sua volta che parla poco del continente a cui appartiene e molto d’oltremare.

8. Dulcis in fundo.

Loro. Che pure se Lisbona non avesse avuto nulla da vedere, il viaggio valeva la pena di farlo solo per loro. Qui sotto la poesia di mani, crema e cottura a 200° della Manteigaria Fabrica de Pasteis De nata.

Obrigada.

Not-So-Lost in Translation

Writing in other languages has always amused me. When I was a teenager with just a couple of years of English under my belt (in the ’90s we would begin studying foreign languages in secondary school), I used to fill in the pages of my school journal in that language too, or what may have passed for a primordial version of the same. The extension of expressive possibility given by other languages (and the fact that Latin couldn’t serve that purpose) made me very passionate about English, so that I chose it as the first subject during my maturità, preceding even Italian, which was my second subject*. In 2002 I dedicated a few months to Spanish, but it didn’t last. Then, in 2004, I discovered the beauty of the Maltese language and its familiar exoticism. Three years later, I followed this up by learning French, whose sentences would have brought me away, first to Paris for my doctoral studies, and then again to the island. I also gave Serbian a try, last time I was in Belgrade. The two weeks there were useful at least to manage to read the signs in cyrillic in a bakery, make the order and get the right (celestial) food. And what about my first love, what about my mother tongue? Well, just when I thought I wouldn’t find time for “her” again, as I used to to before, I found a way to renovate my passion and my dedication to it thanks to the immersion into the deep and graceful sea of possibilities which translation implied. Since then I translated from English, French and Maltese prose and poetry, thanks to all the writers who entrusted me with their work. In 2013 my friend Clare gave me the wonderful opportunity to translate her intense collection of stories, Kulħadd Ħalla Isem Warajh (Merlin Publishers, 2014). Among them I particularly liked these (here’s just an excerpt of some of them):

Promotional postcard campaign for the launch (Photography by me and design by Pierre Portelli)

Rita

Sette minuti alle otto, il treno arriva racimolando fiacchezza e briciole di pane tostato ancora sulle labbra. Spazza via ogni sogno, bello e non, spazza via l’alito pesante. Spinge lontano il silenzio, ne occupa il posto appena per pochi secondi e poi riparte, lasciando che il primo si faccia di nuovo largo, e se non quello uno che gli somiglia. Otto meno sei, appare Rita con addosso il piombarle grave e ingombrante d’un cappotto acquistato l’inverno precedente a Petticoat Lane, molliche di toast sul risvolto, brutti sogni in bocca, gli occhi annebbiati dal basmati al curry. Qualche secondo dopo il suo arrivo sulla piattaforma di Stepney Green, linea verde, direzione Ealing Broadway, un treno si ferma. E preme sul silenzio, silenzio a cui lei si concede tutta. Resta immobile. Le persone le scorrono accanto come ratti, chi verso un vagone, chi verso un altro, chi in direzione delle scale. Due topini sbucano fuori di nuovo alla ricerca di quel pezzo di pane lasciato in sospeso, scovato prima che il treno si fermasse. Lei s’appoggia a un sedile attaccato al muro di piastrelle lerce, bianche. Raccoglie una copia di Metro dal posto accanto per dare un’occhiata ai pettegolezzi della giornata, scialbi come la notte. Come Salvo, le viene da pensare. Salvo è come la notte e questa copia di Metro come Salvo che è come la notte […].

(you can find the English version here)

Camilla

[…] Camilla Petroni, povera, non ebbe per niente fortuna. Perfino quando giunse qui. Restò prigioniera del suo dolore. Era come se un’ombra le gravasse addosso. Ombra, era questa la parola che usava. Dell, diciamo noi in maltese. E quest’ombra l’avvolgeva di continuo. L’ombra del ricordo di lui che ancora le permeava lo sguardo e s’impigliava tra i lunghi capelli. Un ricordo che non le dava scampo, notte dopo notte, quando dentro continuava a bruciarle l’umiliazione di essersi trovata tutto quello che le apparteneva messo alla porta, sparso sui gradini di Senglea. Invasa ancora dalle ultime parole che lui le aveva rivolto quel lunedì mattina, le ultime, in una fredda, stinta mattina. E se il passato continuava a scavarle dentro, ancora più profondo era il dolore inferto da un presente pieno di antidepressivi, dove lei si sentiva diversa, estranea anche a se stessa, irriconoscibile ai suoi propri occhi, tutt’altra donna da quella che era stata accanto a lui; le dita affusolate perennemente alla ricerca delle armonie smarrite di quell’amore, a tentoni verso il suono di una lingua, quella del mare, che non avrebbe più ascoltato; il groviglio dei suoi capelli come tentativo di celare tutto ciò che la dilaniava. Di lei serbo nella memoria lo sguardo di spettro, la voce avvolta in una tosse rauca e il bel corpo: una conchiglia imprigionata in un profondo blu, dove il suo cuore cercava rifugio. Eccola la mia Camilla.

Camilla would also go on to become a short film in 2018.

Polly

[…] Ovunque si recasse, Polly lasciava il suo marchio: pdm. Un piccolo scarabocchio sul muro, un graffio su una panchina o su una porta, su una ringhiera di ferro, per terra, su un secchio della spazzatura, sul sedile di un autobus, a una fermata del bus, sul monumento alla Libertà, i Barakka di su, i Barakka di giù, sui biglietti del trasporto di linea, sui barattoli di cibo, in fondo alle bottiglie del latte, nei cortili delle scuole in cui era stata, sui banchi della chiesa, minuto, appena appena visibile, con una moneta da due cent, su qualche lapide del cimitero, sotto le suola delle scarpe, su Gerfex la gatta tricolore, sul muro basso che circondava il tetto, nella cabina telefonica, nei pensieri dei bambini, sull’abito d’ogni bambola, sulla parete della fabbrica dove aveva per un po’ lavorato, su ogni macchinario d’assemblaggio d’occhiali, sul portone della libreria, sulla sua cartella, sul palmo della mano, sui santini dei defunti, sui libricini della messa, sul righello di legno da 30 cm, sui bastioni, sui lampioni, sulle porte dei club delle bande musicali, sul pianto versato dalla gente all’arrivo del feretro, sul chioschetto di legno in piazza, nel cantiere portuale numero uno, nei magazzini di Marsa, sulle scalinate, sul Cristo Redentore, sulle barche della regata, sui drappi, all’Ħofra[, nel cantiere cinese, sui vestiti stesi, sui cani randagi, sui giornali, sui segnali stradali, sulle sedie della sacrestia, sui lastroni delle tombe del padre e della madre, sulle cicche delle sigarette, sulla sua pipa, sulle facciate delle case, nella polvere, sul bordo delle gonne, tre minute lettere: pdm. E non solo con la moneta da due centesimi soleva imprimere il suo marchio, una volta erano ago e filo, un’altra vernice, un’altra ancora un pezzo di gesso o una pietra, sull’asfalto, sui marciapiedi, sui distributori di dolci, sui cavalli da giostra montati dai bambini, sui tavolini dei bar, sul muro del municipio, sul palo biforcuto sotto la statua del santo retto da un tipetto, nel posto di guardia o nel pubblico gabinetto, sui mai riempiti moduli del censimento, nelle croste di pane secco, nelle banconote, sulla busta della pensione, sui barattoli di tabacco, sulle bottiglie di limonata, sulle lattine di mais, sulle foglie dei fichi d’India, sui muri in macerie, nel mare, sull’elenco del telefono, ai Granai, sulle piante nei vasi, sul vetro delle finestre, nel cielo che si fa fosco, sulle rocce che fronteggiano il mare, sulle spiagge, sulle lingue della gente, sui cancelli delle grosse dimore, sulle portiere delle vetture della gente che la infastidiva e di quelli che la lasciavano stare, sui davanzali, i panni stesi, sulle mollette, sui menù svolazzanti appesi fuori le porte dei ristoranti, per terra, sul portamonete, sulla sua uniforme scolastica, ovunque non potesse essere scoperta, sulle saracinesche, sulle bombole di gas per la cucina, sullo scaldabagno al kerosene, sulle onde, le impronte delle persone, i giochi dei bambini, il suo grembiule, la bandiera con la torcia infuocata, il zittirsi delle pettegole, il tubare dei piccioni, il canto che si diffonde fuori dal convento delle suore di clausura mattino, pomeriggio, sera, sui poster, sul suo cuscino, sul letto, sulla sedia, sulla tavola, sulle scalinate, sui piedistalli nei giorni di festa, sui pannolini sporchi, sui piumoni messi via, nel vento, sui desideri dei bambini, sui lumini sotto l’Immacolata, nel confessionale, sul muro del palazzo del Gran Maestro, sui pomi delle porte, sui francobolli, sugli incarti dei pastizzi, sui cartelli dei prezzi al mercato del martedì mattina, sulle cassette delle lettere, i petardi durante le feste, i lacci che scivolano giù dalle code di cavallo delle ragazze, su un bicchierino di whisky o brandy, sulla porta del negozio di zio Vince a Whitechapel, sulla morte, sul suo fornello, sulla credenza, sul lumino tremolante sotto la Vergine, sulla litania del rosario, sulle scatoline dei fiammiferi, il secchio d’acqua saponata, la scopa, lo straccio da terra, i grani del rosario, sulla macchina da cucire, sulle cartoline d’auguri, sull’angustia serpentata delle strade, su bruttura, tristezza e solitudine, su tutto e niente, ovunque le capitasse d’essere, ovunque si recasse, tranne che sulla sua tomba, Polly lasciò il suo marchio, tre minute lettere, pure sul cuore, tre minute lettere: pdm.


Translating poetry, on the other hand, came about as the result of an unexpected (but welcome) proposal which emerged in the summer of 2017, by Nadja Mifsud. Thanks to it, I was introduced to one of the more interesting voices in Maltese poetry. And so, I translated a few poems ahead of her participation in the Italian poetry festival Voci lontane Voci sorelle .

Parentesi

Primo giorno

Ti saprò, frammento per frammento
gli occhi per cominciare
gli stessi che invocavano i miei
dal bordo della piazza
dove una folla impaziente s’era radunata
per ascoltare Adonis
e un sacco d’altri poeti
- e poi -
dammeli
mi sussurrasti nell’orecchio
lasciamene bere un sorso
fammeli amare
e di me neanche sapevi il nome.

Secondo giorno
Il mento sulla tua spalla
la mano a cingerti il fianco
adoro
fasciare la tua guancia
col mio fiato

Terzo giorno
Già naturale per i miei occhi appena schiusi cullarsi nel tuo sguardo
e fugata ormai la paura d’annegarti dentro
amo immergermi sempre più
immergermi fino a non avere respiro
immergermi fino a toccare il fondo

Quarto giorno
Testa contro testa
su questo divano vacillante
già le tue dita si dilettavano col mio ombelico
quando mi dicesti di tua madre
del suo ferro da stiro
brandito come una minaccia
tutte le volte che lacrime e sogni marciti
tracimavano margini non più contenuti dal vino
t’avrei offerto riparo nel mio ventre, ridato la vita
amato dalla testa
ai piedi
ovunque
come creatura mia
offerto il mio seno
nutrito, appagato
saziato, vezzeggiato
messo in fuga ogni affanno.
Il mio amore era allora più forte
mentre ninnavo i tuoi pensieri di roccia
e capivo meglio perché
casa tua aveva mura di colori diversi
uno per ogni umore
avevi detto
più tardi
con un rivolo d’argento
sul mio grembo
t’ascoltavo compiaciuta
slacciare tutti i nostri dobbiamo
per riannodarli in altri intrecci
in un monile di baci

Quinto giorno
Scossa dal gorgoglio
del caffè
che annuncia un’altra alba
affondo il naso nel cuscino
dove il tuo odore indugia ancora
appagata dallo scalpiccio
di te in cucina.
Lascio che carezzi il mio torpore
dilato fin che posso questi istanti
- fosse solo per sogno -
questa storia tra parentesi

Sesto giorno
Un pensiero spiacevole
fluttua in superficie
scarico il lavandino
la schiuma s’aggrappa
una lotta muta
contro l’acciaio inox
Parto domani
e non ne ho voglia.
 No, non è vero che la terra è tonda 
(per S.)

No, non è vero che la terra è tonda
ha bordi aguzzi e taglienti
come le parole che tuo padre scagliava
in faccia a tua madre
si frantumavano contro i muri
franandoti in grembo
e tu le intrecciavi con i capelli delle bambole
sperando di farle svanire.

Studiavi i colori
col mento sul tavolo della cucina
la mano di tua madre
febbrile nella semina
di una manciata di pasticche
come fuochi d’artificio
negli angoli più remoti della sua testa
o sciogliersi come arcobaleno
nel nero amaro dei suoi occhi

Sapevi a memoria
tutti i c’era una volta
e i vissero felici e contenti
ti ci rannicchiavi
assaporandoli
succhiandone ogni parola
poi li rimboccavi sotto le coperte
illudendoti di ammansire così
le durezze di un mondo
che t’irrompeva dentro con i singhiozzi di tua madre
e la bestialità di tuo padre.

Continuavi a dar retta a quelle storie
anche da ragazza
care a te come la vita
talismani color confetto
sempre addosso
e non ti tornava perché in questo mondo ingarbugliato
dove ogni cosa è sottosopra
i principi si mutano in ranocchi
e non il contrario.

La mano trema
nel seminare una manciata di pasticche
bianche come la morte
te le figuri esplodere nella testa
straordinario gran finale
sciogli i capelli
spegni la luce
senza vestiti
sdraiata a terra
marcisci ancora un po’.

And then, last summer (poetry always keeps me company during the sultry Maltese summer), I went deep in the words of another Maltese poet, whose verses I will add here as soon as they are published.

***

*prior to the reform in 1999 (where the student was given the luxury of choosing a single topic from each subject to be tested on), the final oral exam (following the written ones in Italian and Maths for those who attended Scientific high schools – Classic ones got Italian and Latin, lucky them) consisted in questions about all the programme of the year in about four subjects (actually they were “just” two, which the student chose according to a strategy of marks and hopes that the professor wouldn’t have “changed” their choice at the decisive moment). In 1997 the subjects in the Scientific strand were Italian, English, History and Physics.

Parigi… pace? Sette tentativi di riconciliazione (tra mostre, musei, poesia, galette e cucina vietnamita) e un promemoria.

Prima che iniziasse l’anno nuovo, mentre ero ancora là che mi districavo nei rimasugli del vecchio, mi sono detta, risoluta: nei prossimi mesi me ne starò tranquilla a casa a scrivere e quello che scrivo non resterà nelle disordinatissime cartelle del mio desktop, no, cara mia, stavolta quello che scrivi esce fuori, va pubblicato. Provaci, almeno.

E invece no. A gennaio sono tornata a Roma, a metà febbraio c’è stato l’intermezzo di lavoro austriaco e, tra il primo e il secondo viaggio, Parigi. Ma Parigi, mi chiedo ora, è un posto dove vado o dove ritorno? Il non capirlo mi provoca sempre problemi non irrilevanti con la città e col tempo che le dedico. Ora, mettiamo che Parigi sia il posto dove sempre torno, e non vado mai. Mettiamo che per tornare serva sempre un motivo. Quello sì, c’è sempre. E stavolta era pure validissimo: assistere alla soutenance – perfetta, incredibile, brillante – di Ludo. A Parigi non capito mai senza ragioni. Perché se non ci sono i motivi particolari ci sono comunque quelli ricorrenti: un seminario, un possibile lavoro, senza dimenticare tutti gli amici e tutti i luoghi dove non c’è mai un solo ricordo e dove le memorie si accalcano e fanno a gara per quella che emergerà per prima e per prima si lascerà raccontare.

Tutto questo fa di Parigi la città dei miei ritorni “a casa” (senza che una casa col portone di legno e il codice ci sia più), e mai la destinazione di una vacanza. Che poi queste schizofrenie tra andare e tornare, tra vacanza e quotidianità più o meno ritrovata, non diano problemi di gestione delle giornate, quello è un altro discorso che sa bene chi mi accompagna (e mi tollera). Perché io ci provo rilassarmi a Parigi, ma poi, più di tanto, non ci riesco. Parigi è pesante, sempre. Di nomi di vie e fermate di metro che sono sempre qualcosa di più, di rimorsi, di rimpianti, di visi, di occhi, di giri in bici, di valigie che non volevo fare, di ore in biblioteca, a lezione, di bei ricordi, di file alle panetterie, di giardini e picnic, di mesi che vorrei ancora trascorrervi. Però l’impegno a prendere la ville con più frivolezza c’è, c’è tutto.

Ed ecco, come prova, tutti i miei tentativi.

Tentativo no. 1: Quai Branly o Pompidou?

Avrei voluto fare un salto al Quai Branly, il quale, al di là di tutte le polemiche espositive che uno possa tirare fuori, resta uno dei luoghi più incredibili, in quanto a collezioni, in cui abbia mai messo piede. Quello e il Centre Pompidou, dove invece i piedi li ho messi tutti e due, qualche ora prima di tornare a Malta. Non sono riuscita a ritrovare il mio Matisse preferito e non so se mi piaccia la rigida seppur necessaria partizione cronologica tra arte moderna e contemporanea (preferisco sempre i percorsi tematici) ma capisco anche che sia difficile organizzare tutto quel ben di dio del moderno con le illuminazioni (o spesso i deliri) delle istallazioni contemporanee e quindi, alla fine, non sono uscita delusa (mai, dal Pompidou non si esce mai delusi. Forse un po’ scioccati per i sei euro della fetta di torta di mele. Ma era buona, e li valeva tutti).

Tentativo no. 2: dove non arriva l’arte, arriva la psicoanalisi.

Al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme c’era invece la bella mostra temporanea (ora terminata) Sigmund Freud. Du regard à l’écoute, un viaggio nella quotidianità (se così si può dire) di Freud, negli stimoli, studi, arte, spettacolo e ostruzioni del suo tempo. Non avrei messo Freud sullo stesso piano delle rivoluzioni di Copernico e Darwin (e qui l’inchino è sempre d’obbligo), ma il percorso tra astrusi macchinari di cura pre-psicoanalisi, la sua borsa da lavoro, la ricostruzione dello studio, i filmini di famiglia, le letture dell’epoca e gli schizzi illustranti le fasi dell’isterismo femminile, hanno un po’ messo a soqquadro le basi del mio scetticismo per la disciplina. Che fosse una tappa necessaria, nella storia e prima del pranzo al Marais, su questo non c’è dubbio.

Tentativo no. 3: se la vita è una, perché non viverla da rossa? 

Ancora aperta, fino al 20 maggio (lo dico perché quello che scrivo sia anche di qualche utilità) è invece un’altra bella mostra nel XVIIème (un arrondissement in genere poco praticato), presso il Musée National Jean-Jacques Henner, dal titolo Roux! e dedicata – sì, l’ho scelta io, apposta – ai capelli rossi (alla loro rarità, fascinazione demoniaca, eccezione, ossessione, attrazione, dal tempo del pittore fino a oggi, dall’arte alla pop culture). Il museo è già di per sé un viaggio nel tempo, tra le stanze e le scale di una casa accogliente che deve essere stata anche molto amata; la ricostruzione dell’atelier con scrivania, pennelli e tavolozza (o semplicemente il fatto che nulla sia stato toccato, presumo, da allora) soddisfano anche la più difficile antropologa appassionata di oggetti di memoria e gli schizzi di Henner sono un perfetto preludio delle opere più elaborate che tuttavia, anche nella loro completezza, sembrano sempre sospese nel sogno, in una perfetta soffusa fugacità, e con soggetti che non sai se saranno così disciplinati da restare là buoni e fermi, non appena avrai distolto lo sguardo.

Tentativo no. 4: Pablo. 

Ah, Picasso (al Musée Picasso e al Centre Pompidou). Non sono una critica d’arte e i miei ultimi studi strutturati di storia dell’arte risalgono al quinto liceo (se escludiamo Antropologia e Arte, durante la specialistica). Tutto questo per dire che su Picasso è meglio che taccia. Non mi piaceva molto, un tempo, ma ritengo perché allora non mi piacessi molto io e cercavo nell’arte più sicurezza che labirinti. Ora credo che il mondo senza la sua arte non sarebbe lo stesso: è un’arte che ti scaraventa oltre, e che in quell’oltre ti ci abbandona e smarrisce lasciandoti però allo stesso tempo gli indizi per tornare indietro. E tu ti incammini a ritroso, scosso, sorpreso, incantato, ma sempre con l’occhio rivolto a quel sentiero nascosto.


Tentativo no. 5: Virginie la reine (non proprio la cosa più sicura, in Francia).

Due galette, due vittorie. Non c’è molto altro da aggiungere. Sì, Teodor, anche io credevo che quel rigonfiamento fosse “il personaggio” (cit. Chiara Carolei) e la fetta te l’avevo lasciata scegliere apposta, e invece no, era una galette ingannevole. Le borse brutte (o forse i Buddha, libera interpretazione, ibidem) le ho entrambe trovate io.

Tentativo no. 6: i ristoranti vietnamiti

Se dovessi trasferirmi di nuovo a Parigi vorrei nei pressi di casa (tipo sotto, che posso anche andarci in ciavatte) un ristorante vietnamita. Una delle migliori cucine al mondo, delicata e intrigante, esotica e famigliare, con una perfetta combinazione di colori, come un affresco. E leggera. Siamo tornati con Giulia e Julien da Hanoi, dove cerco di passare ogni volta che capito nel XIème (cioè sempre) grazie a una fortuita combinazione di appetito, freddo, quartiere e mezzodì, tipo che uno ha detto ho fame e l’altro, ah ma qua vicino non c’è Hanoi? e un terzo, oh, c’è posto, e il quarto: entriamo. E zuppa fu.

Ma con Teodor abbiamo anche provato il Quan Viet e se ci tornassi ordinerei direttamente due-tre porzioni dei loro ravioli al vapore e sarei la persona più felice del mondo (almeno per una decina di minuti).

Tentativo no. 7: la poesia (e la filosofia)

Una serata di letture (anche in maltese, grazie Liz) nella bellissima libreria Les Petites Platons dedicata alla filosofia (per bambini, e quindi per tutti). E ricordarsi della bellezza della parola “leggiadro”. E sperare di poter davvero, un giorno, curare la traduzione di quella collana poetico-letteraria-filosofica. Eh, Ludo?

Serata di letture per i trent’anni della rivista Clandestino

Il migliore promemoria di sempre.

Passeggiata veloce, fredda, intensa al Père Lachaise, a due passi da dove alloggiavamo. Non ho trovato Chopin stavolta e la sua lapide piena di rose rosse. Sarà per la prossima.

Foto mie e di Teodor.

Vie Valentine (e lente pubblicazioni)*

Come da tradizione (sono già due anni di seguito e nella migliore tradizione delle tradizioni cominciate e inventate che pare abbiano sulle spalle chissà quanti anni ma invece sono nate l’altroieri – e in effetti proprio l’altroieri riflettevo su questa cosa), il giorno di San Valentino è dedicato a viaggi in terre teutoniche. A differenza dello scorso anno, tuttavia, sarà solo una toccata e fuga in cui cercherò di gettare il più possibile l’occhio verso le Alpi, e cogliere in un battito di palpebra meccanico ancora più rapido (c’è il sole, sarà rapidissimo) la loro traslazione in bianco e nero**. Ho un rullino da finire, un altro da cominciare.

Malta acuisce la nostalgia dei monti. Una nostalgia che non si sa di avere finché non ci si ritrova al di sopra di essi, o ai loro piedi. Il senso di infinitesimale piccolezza e limite che dà il mare è diverso da quello che si prova al cospetto delle montagne. Nel mare ci si fonde, confonde, anche se in maniera limitata e temporanea. Il mare accoglie, travolge. In un modo o nell’altro se ne è parte.

Tra le montagne, invece, ci si sente sempre altro, estranei alla pietra, estranei a quell’aria rarefatta che i polmoni devono imparare a respirare di nuovo, estranei alle cime, alla maestà delle altezze che, almeno a me, parlano di altre possibili vite, lontane dal Mediterraneo.

Estranei, dicevo, e allo stesso tempo presi, afferrati e stretti da tanta rocciosa bellezza che narra di storie al di là di ogni tempo umano, di increspature e innalzamenti senza spettatore.

Le montagne promettono e permettono sempre un oltre che il mare allontana, allunga, rende irraggiungibile.

Eppure se dovessi scegliere a cosa somigliare e a cosa far somigliare la mia vita, sceglierei sempre il mare e la sua liquida irrequietezza, la sua calma solo di superficie.

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Dai monti al mare #marsascala

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*Facciamo finta che sia ancora metà febbraio. Avevo iniziato a scrivere questo post all’aeroporto di Vienna, in attesa del volo per Innsbruck. Avrei voluto aggiungerci qualche foto, prima di pubblicarlo e quindi l’ho lasciato in sospeso. Poi c’è stato il ritorno, la pioggia, grandine che pareva neve, l’uragano, il racconto per il concorso, il lavoro e mettiamoci pure che febbraio è corto e finisce sempre troppo presto e una cosa tira l’altra e quando l’ho ripreso era già marzo.

** Lo sportello della macchina fotografica si è bloccato (lo è ancora). Tiene prigioniero il rullino precedente, non mi ha permesso di metterne uno nuovo. Chissà quando ci sarà ancora una perfetta combinazione di cielo limpido, finestrino giusto, neve, montagne, aereo che fa manovra decisamente al di sotto della loro altezza prima di prendere quota e far tirare un sospiro di sollievo un po’ a tutti i passeggeri.