Per un’antropologia della frivolezza

 
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Devo ammettere che un po’ (ma solo un po’) mi manca quest’anno, in questa stagione, intervallare il lavoro con la relativa leggerezza di ore passate a cercare in giro e su internet la combinazione migliore di fiori e succulente per un bouquet, la torta di fragole perfetta (più fragole, più fragole, meno zucchero e inutili decorazioni di pasta di zucchero – se non posso mangiarle, che me le metti a fare?! – più fragole, più fragole, le fragole non sono mai abbastanza, e qualche rosa, pure, qua e là), il vestito non da sposa ma comunque bianco e bello come un aquilone, la biancheria iper strategica poi (ho visto cose che voi umani…) adatta a quel vestito geometrico un po’ trasparente e con schiena nuda, gli anelli eco-etici parigini, il trucco (non troppo “dark“, ma tanto poi la truccatrice avrebbe fatto di testa sua) la gravosa scelta dell’acconciatura o di non averne affatto una, perché contro l’umidità feroce di quest’isola ho già perso a tavolino, le scarpe non da tortura, le liste (quante liste, troppe anche per chi le liste le ama visceralmente), le idee per la tavola, i menù ad hoc (senza cipolla, senza lattosio, per celiaci, per vegetariani, per vegani), le decorazioni, il prosecco migliore, i vini, i dolci sabini e serbi, e fare tutto in appena cinque settimane…
 
É così. Ogni volta che guardo indietro è sempre della me frivola e leggera che sento di più la nostalgia.
(fotografia: Chiara Carolei, Moumou photography)

25 aprile, mio, nostro.

Ora quella non era una fine d’aprile qualunque: era quella memorabile dell’anno 1945. Non eravamo purtroppo in grado di intendere i giornali polacchi: ma il corpo dei titoli che cresceva di giorno in giorno, i nomi che vi si leggevano, la stessa aria che si respirava nelle strade e alla Kommandantur, ci facevano comprendere che la vittoria era vicina. Leggemmo « Vienna », « Coblenza », « Reno »; poi « Bologna »; poi, con entusiasmo commosso « Torino » e « Milano ».
Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi 1997, p. 277.
25 aprile, sul piano della mia storia personale uno dei giorni peggiori, se non il peggiore. Su quello di una storia più ampia, collettiva, universale, no. E’ sempre il 25 aprile e le emozioni sono sempre quelle belle. Anche ripensando al racconto di chi nel ’45 c’era, e non era che una ragazzina, e nel 2008 non ci fu più (ma è sempre qui).

Io e il maltese. Qualche appunto.

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(N., V. e G., primavera ’05, Msida).

Ci penso spesso. Ci penso molto ogni volta che mi ritrovo a tradurre.

Il maltese è una lingua a cui sono più vicina visivamente che con la voce, o con l’ascolto. La lingua dell’isola in cui vivo è qualcosa di letto e scritto, prima che parlato. Una lingua con cui hanno maggiore famigliarità e agio i miei occhi, che le mie orecchie. In pratica, il maltese che capisco e uso meglio è una sequenza digitale (nel senso di separata e successiva) di lettere e parole; solo in un secondo momento una continuità circolare composta di suoni e pause che in gran parte capisco, ma con cui so poco interagire.

L’ascolto, specie quando mi chiama direttamente in causa esigendo rapido una risposta, lo trovo scomodo, se non perturbante: mi scuote dal mio spazio, espone i miei limiti e, invece di avvicinarmi, finisce col distanziarmi sempre un po’ dalla persona che a me si rivolge in quel momento. Nel tentativo di comprendere cosa mi sia stato chiesto, infatti, mi blocco, impigliata nella velocità delle parole e nell’urgenza di una reazione. Arranco, non ne esco più. Nel migliore dei casi farfuglio: jekk joghbok, tista titkellem bil-mod? Nel peggiore resto in silenzio, sollevo spalle e sopracciglia, chiedo tacita comprensione. Cerco di riportare alla mente una o due parole a cui, magari, appigliarmi. Mi butto, provo a indovinare. La mia risposta diventa un’altra domanda, la richiesta di una conferma. A quel punto la persona inizia a parlare in inglese. O peggio in italiano. Come i suoni che non ho saputo cogliere,  anche il suolo su cui mi trovo mi scivola da sotto i piedi. Mi sento inadeguata al luogo, perché è come essere appena arrivata, di nuovo.

Letto invece no, il maltese letto è tutto un altro mondo.

E’ una lingua di cui posso avanzare qualche pretesa di possesso attraverso l’uso, seppur in modo temporaneo, labile. E’ un enigma che so di poter sciogliere più o meno facilmente, una serratura da sbloccare, un intreccio di parole che sempre mi restituisce, alla fine, la piena dimensione del mio stare qui.

Leggere (o leggere e tradurre) il maltese mi radica, allo stesso tempo, nel presente della lingua che comprendo e interpreto e nella storia di quella a cui appartengo, e che mi appartiene. La mia identità è completamente in quella parola tradotta, nella traslazione ragionata di uno stesso senso in sequenze diverse di fonemi. Nella parola maltese di partenza che capisco o arriverò a capire e in quella italiana di arrivo (che in fondo sapevo già, ma non prima di averla trasformata) mi ci ritrovo tutta. E tutto ritrovo.

I rapporti che si intrattengono con le lingue sono vari, come quelli intrattenuti con le persone: relazioni fatte di circostanze, di tempi, di contesti, di rotture, di riprese. Le volte in cui il maltese l’ho lasciato e ripreso non si contano più, non me lo ricordo.

Ricordo però come questa mia invertita dislessia nella relazione con il maltese ebbe inizio e ricordo pure di essere stata particolarmente felice, se non eccitata, prima del mio arrivo a Malta, nel settembre 2004, di sapere che sull’isola, oltre all’inglese, ci fosse anche il maltese. La guida ne riportava alcune parole, sì, no, buongiorno, via. Iva, le, bongu, triq. Le note sulla pronuncia sfuggirono a me e alle mie amiche cosìcché, all’arrivo all’aeroporto, salutammo chi venne ad accoglierci con un largo “bonguuu” (non bongiu).

Le implicazioni contestuali, letterarie e sociali della lingua locale avrebbero avuto una certa rilevanza per la mia ricerca sui campi letterari, ben più di quanto avessi immaginato. Quello che mi trovai a fronteggiare, allora, era una sistema in cui i miei scrittori informatori investivano una composita ed energica strategia di possibilità, reclami indentitari, conflitti letterari intergenerazionali, invenzioni, rimaneggiamenti. Il maltese non era solo un mezzo di espressione invisibile, uno strumento fàtico: il suo uso apriva a uno spazio completo di azione, di scoperta, di costruzione. A volte gli scrittori maltesi mi apparivano come esploratori infaticabili in viaggio a casa propria, una casa dalle mura espandibili, dagli angoli ancora celati; una casa il cui numero totale di stanze restava (e resta) sconosciuto.

Il maltese era la linea fluida che incorniciava campi letterari e culturali in espansione, all’interno dei quali la nuova generazione si concedeva sempre più spazio per rafforzare e testare la propria legittimità. Là distendeva le gambe, alzava sempre più la voce.

Acquistai subito un libricino, l’unico allora per stranieri, per studiarmelo. Iniziai ad apprendere quella lingua in silenzio, di sera, dopo cena, scrivendo appunti a matita, riempiendo esercizi che nessuno avrebbe corretto, immaginando la pronuncia. Era un modo per conoscere meglio il mio terreno, per affondarci i piedi ancora di più, avvicinarmi alle persone che avrei incontrato.

Quel mio originario entusiamo fu scalfito anzitempo, anche se non in modo irreparabile.

Frequentavo già da qualche giorno la sezione Melitensia, nella libreria universitaria. Un giorno chiesi in prestito a uno dei bibliotecari, assieme a qualche testo inglese di critica letteraria, anche un paio di libri di poesie, in maltese appunto. Tutto quello che volevo era vedere la lingua nella sua forma letteraria, toccarla con mano, ripassarmela tra le mani come fosse una cartolina delle spiagge o delle città, la foto di un paesaggio, di una strada. Il fatto che non capissi cosa ci fosse scritto non era importante, per il momento.

La prima reazione del bibliotecario, dopo essere tornato dalla ricerca con in mano i testi domandati, fu quella di rifiutare parte della mia richiesta. Indicando proprio quelli di poesia mi disse:

“These ones are in Maltese”.

“I know” risposi candidamente.

“Do you read Maltese?” continuò, caricando di uno stridulo sarcasmo le due vocali della parola “read” che poi trovarono manforte nell’assonanza della seconda vocale della parola “Maltese”, tanto che l’espressione sibilò pressapoco così: do you riiid Maltiiiise?

Poi, senza aspettare la mia risposta, sicuro di aver concluso così quella sfortunata negoziazione, iniziò a separare i libri in inglese da quelli in maltese, tirando a sè i due volumetti a me proibiti. Prima che li sfilasse del tutto dalla mia vista, riuscii tuttavia a mormorare: “No, but I have someone that will help me to read them”.

Non era vero, ma almeno l’ebbi vinta, diciamo così, e quella sera, appoggiata al grosso bancone di marmo verde della cucina, tra parole che ancora mi sfuggivano e altre difficili da pronunciare, andavo in cerca di quelle note, o di quelle che anche solo evocassero quelle note, come inattesi spiragli sulla superficie di un muro la cui altezza e spessore avevo prematuramente sottovalutato. Strizzavo gli occhi per vedere cosa ci fosse oltre, ma quella barriera era ancora troppo spessa e compatta.

Il maltese era quel muro e col tempo si sarebbe sempre più assottigliato e riempito di crepe da cui avrei scorto un panorama sempre più vasto. Parti intere sarebbero crollate, e una selva di immaginari rampicanti non avrebbe più ricoperto le aperture a ogni partenza creduta definitiva. Il profilo della Sicilia, e di tutte le altre terre i cui lemmi la lingua maltese aveva in sé accolto, si sarebbe profilato all’orizzonte, sempre più nitido, sempre più netto.

Ma nel mio procedere rasente quel muro, i suoni avrebbero continuato a essere per lungo tempo un intralcio ai miei passi.

 

 

 

 

 

The true Science-Fiction

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(Trans. by Teodor Reljić)

Just like last year, I’ve once again rescinded any responsibility of choosing a place to visit for the latter and most punishing parts of the summer. A place that would have spared my skin the shock of early aging, which would have spared me having to gasp for breath. And a place that would have turned my gaze away from an island which appears to be growing uglier by the minute. Uglier, and filled beyond the brim by those eager to stretch their grasp over any remaining bit of open space. Which means no time or silence for yourself, even beyond the summer months.

The entire stretch of Malta is turning into St Julian’s, and the entire year into August.

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And those who truly love the island, who have, let’s say, searched for it again and again – unlike many others who, while also being the first to judge and condemn it, come here simply to cream off its immediate economic benefits – those are the ones who suffer the most. They would remember the island being different, more beautiful, and just six, eight, nine, thirteen years ago. And no, it is not just a matter of personal outlook.

Even Marta, a delicate and beautiful creature, almost (sticking to the theme of this post) elf-like, an architect in reality and deep within her heart – she knows it, and feels it too.

Last year the trip I was strung along for was to Belgrade, for a language course suggested by Ludo, and this year it was the turn of Helsinki, as I accompanied Teodor to WorldCon 75, which meant snaking my way through the labyrinth of a genre that he loves very much, but within whose confines I can never manage too long a soujourn.

I say this with a measure of regret, and even perhaps out of a certain ignorance of the exact parameters of the “genre” (not that I particularly like speaking about genres of literature in any case), but as a dedicated (even zealous) devouerer of books, I’ve always found the “realist” tradition (a genre in its own right, I know) always more compelling… less easy to grasp, in some ways. Because I believe that it is under the stark light of reality that fantasy is truly put to the test. I’ve even tried to explain it in these terms – all the while, if I’m honest, battling some nerves, especially after he felt compelled to jot down some notes on the anthropology of objects, after I mentioned it as one of my fields of interest – the amiable science fiction writer Jeff VanderMeer, author of three fascinating and intelligent books which share shelf space with Pavese and Calvino* at home.

But then, the moment that I wrote down this final phrase – because it’s within the limits of reality that fantasy is put to an even harsher test – this verse floated back into my mind:

O Muses, O high genius, now assist me!

O memory, that didst write down what I saw,

Here thy nobility shall be manifest!

(my emphasis)

Words that come from a work, the Commedia, which is not exactly realist, but neither is it the other thing, but at the same time it is, completely, it is that also – it is everything, and it is the greatest work of literature ever to be written.

So, down with genres. Of all kinds.

It’s something I’ve always believed, deep down. In literature, the only valid differences to be found are those which lie between a story which grabs you, takes your breath away and overpowers you with chills, and one which leaves you just where you are, as you are, or which simply skate over you, like a calming breeze. Which might raise a smile, but which leaves you rooted to the same spot after all is said and done.

 

I actually came here to speak about Helsinki – not literature and not science fiction. Even if, to speak about Helsinki means to speak about this too.

To speak about those moments in which, snaking our way out of WorldCon’s labyrinth, we happened upon what, for us, was the real science fiction: a city that is organised to the hilt, shaped by an intelligent architecture which respects individual and social rhythms, a logical organisation of spaces, a respect of all social categories and age groups on its public transport, in public spaces, cafes and shops. There were no ‘non-places’ in Helsinki, is what I’m trying to say, and in future I hope to find the words to articulate it better. And I’m finding it hard to understand those who, prior to our departure, described it as an uninteresting city, unattractive… unjustly lowering my already meager expectations even further downwards. Now, however, I only want to go back – and I even want to see what lies beyond the confines of the city itself.

 

Helsinki is a city to be read between the lines, which does not reveal all, which betrays the “genre” assigned to it by others: you creep up towards it on tiptoe, believing yourself to be following a linear narrative, only to end up stumbling, bewitched, into one of Murakami’s enchanted forests.

 

*I also hope that I’ll soon catch up with the work of the other writers I’ve had the pleasure to meet over these days, and with whom we’ve shared space on tables both large and small (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). I remain passionate about anthropology, and testament to that are the twenty-odd years I’ve dedicated to the practice and how I still dedicate the brilliance of my better days to it. But literature remains my first love, and being able to speak to an author immediately after you’ve read their work is something I find indescribable, an even more potent form of science fiction for someone like myself. That is, someone who, while waiting for a Worldcon panel to start, opted for Tolstoy.

Rivoluzioni #annakarenina #worldcon75 #libronondicarta

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I rest my case.

p.s.

An ebook and a film camera. Dimensions which I never believed I would find myself entering into, and others which I never thought I would be revisiting.

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La vera fantascienza

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Come l’anno scorso, ho sospeso ogni responsabilità nella scelta del posto che avrebbe risparmiato alla mia pelle precoci invecchiature, al respiro sospensioni indesiderate e agli occhi la vista di un’isola imbruttita, riempita fino al limite e allo stremo di quello che a stento riesce, non so come, ancora a contenere e che, neanche tanto lentamente, sta divorando anche lo spazio, il tempo e il silenzio dei mesi al di fuori.

 

Tutta Malta si sta facendo St Julian’s, tutto l’anno si sta facendo agosto. E chi l’isola la ama davvero e non ci è capitato come molti (i più spietati nel giudicarla e condannarla, ora) per ragioni economiche e di comodo, diciamo, chi l’isola se l’è cercata e ricercata, ne soffre tanto, ne soffre parecchio. La ricorda diversa, bella, appena sette, otto, dodici, tredici anni fa. E non solo perché gli occhi avevano un altro sguardo.

Anche Marta, una delicata e bella creatura, quasi elfica (per restare in tema con questo post), architetto di cuore e di fatto,  lo sa, lo sente.

Lo scorso anno a Belgrado, per un corso di lingua proposto da Ludo, quest’anno a Helsinki per accompagnare Teodor al WorldCon 75, dunque, defilandomi molto spesso dai labirinti di quella letteratura che lui tanto ama e in cui io non riesco mai a sostare più di tanto.

Lo dico con rammarico, e forse anche con una punta di ignoranza sul “genere” (detesto parlare di generi in letteratura, tuttavia), ma da buona e solerte divoratrice di libri, ho sempre trovato la letteratura “realista” (ancora generi, lo so) sempre molto più avvincente, più profonda, meno facile, per intenderci. Perché è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova, secondo me. Come ho anche cercato di spiegare (parecchio emozionata a dire il vero, sin dal momento in cui prendeva appunti su un’antropologia degli oggetti in cui gli dicevo di essere impegnata) a un amabile scrittore di fantascienza, Jeff VanderMeer, autore di tre libri di un’affascinante e intelligente storia disposti sui miei scaffali accanto ai vari Pavese e Calvino*.

Però poi, nel momento in cui scrivevo quest’ultima frase –  che è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova – mi sono venuti in mente questi versi

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi 
qui si parrà la tua nobilitate

i quali vengono da un’opera, la Commedia, che proprio realista non è, ma non è neanche l’altra, e allo stesso tempo lo è totalmente, lo è entrambe, è tutto, ed è il miglior lavoro di letteratura mai scritto.

Abbasso i generi dunque. Di tutti i tipi.

L’ho sempre pensato, in fondo. In letteratura l’unica differenza valida è quella tra una scrittura e una storia che ti prendono, ti consumano il fiato e ti mangiano di brividi e altre che ti lasciano là dove sei, o che ti passano appena addosso, come una piacevole brezza. Per cui sorridi ma poi tutto resta com’è.

Volevo parlare di Helsinki in realtà, non di letteratura, né di fantascienza. Anche se poi parlare di Helsinki è parlare anche di quello.

Parlare dei momenti in cui, defilandoci dal Worldcon 75, siamo capitati in quella che per noi è stata la vera fantascienza: una città organizzata in tutto, fatta di un’architettura intelligente rispettosa dei ritmi individuali e sociali, una logica organizzazione degli spazi, il riflesso del rispetto di tutte le categorie sociali e di età nei trasporti, nei luoghi pubblici, nei locali, nei negozi. Non c’erano non luoghi a Helsinki, questo è quello che ho avvertito. Troverò meglio, in futuro, argomenti per spiegarlo meglio. E non capisco chi, prima di partire, me ne ha parlato come di una città poco interessante, poco attraente, abbassando così, e ingiustamente, anche le poche aspettative che già avevo. Ora invece vorrei tornarci e vedere di più, vedere anche quello che c’è oltre.

Helsinki è una città che va letta tra le righe, che non svela il suo finale, che tradisce il genere che le è stato da altri assegnato: inizi a visitarla quieto, a “leggerla” credendola narrativa, e alla fine ti ritrovi a vagare ammaliato in uno dei boschi di Murakami.

 

*spero di leggere presto, in originale o in traduzione, anche le opere di altri scrittori incontrati in questi giorni e con cui ho condiviso tavoli e tavolini (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). Sono sì appassionata di antropologia da quasi vent’anni e su quello si spende la mia miglior parte, ma la letteratura resta sempre il primo amore e l’idea di poter parlare con uno scrittore dopo aver letto il suo libro è qualcosa di indescrivibile, il più delle volte pura fantascienza per chi, come me, nell’attesa di un panel al WorldCon, leggeva Tolstoj.

Rivoluzioni #annakarenina #worldcon75 #libronondicarta

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Appunto.

p.s.

un libro elettronico e la pellicola. Dimensioni dove credevo non sarei mai andata, altre in cui pensavo non avrei mai fatto ritorno.

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La lezione del matrimonio

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© Gaia M.

Anni fa, su uno sgabello di legno chiaro che usavo come comò accanto al letto, aveva sostato a lungo un romanzo voluminoso intitolato “The marriage plot”. Lo avevo in versione originale e ci misi un po’ a procedere nella vicenda. Riuscii a finirlo poi solo in traduzione, in italiano.

Mi sono sposata in una lingua non mia, la stessa di quel romanzo, con una cerimonia e una festa su un’isola che, paradossalmente, più passa il tempo e più mi è straniera, lontana. E forse non solo a me.

Io e il ragazzo che non mi abituerò mai a chiamare marito, abbiamo aperto i festeggiamenti tra le pietre gialle di Valletta per poi concluderli su un prato fresco, lungo una siepe che correva da un imponente ulivo fino a un salice, con le luci di Roma e un oraziano monte sullo sfondo. Una vigna dove sento ancora i passi dei miei nonni, vedo le mele cotogne a terra, i filari delle viti, i grappoli appiccicosi percorsi dai ragni, l’avvicinarsi morbido di una bella gatta, la distesa di margherite, l’erba alta quasi quanto lo ero io.

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© Gaia M.

 

Organizzare un matrimonio in pochi mesi, da aprile in poi, per intenderci, mi ha insegnato molto.

Mi ha insegnato, anche se sarebbe meglio dire confermato, che quello che conta molto per te non conta per altri e quello che tanto sembra contare per altri per te è sì importante, ma non in maniera così assoluta. Almeno non così tanto da ricevere congratulazioni come se avessi fatto il giro del mondo a piedi.

Non parlerò del primo aspetto, che a stare dietro a cose che per me contavano e per altri nulla credo di averci speso anche troppi anni. Del secondo mi limiterò a dire che le congratulazioni le ho sempre viste più appropriate per altro: per la conclusione (e ce ne è stata più di una) di un percorso di studi, per una tesi discussa e difesa per ore in francese, per la pubblicazione di un libro, per le foto (io, che non ho studiato mai fotografia), per la ricostruzione di una vita dalle macerie di un’altra (anche qua, ce ne sono diverse), per ogni scelta durissima, fatta col cervello e tu cuore sta’ zitto, non fiatare, non dire più una parola.

Sarà perché congratularsi con una donna “solo” perché si sposa (soprattutto verso i quaranta) cela sempre la presenza di un “finalmente”, di una tappa che mancava, di un traguardo che la rende un po’ più normale e la prepara a un’altra ancora più normalizzante tappa femminile. E’, insomma, qualcosa che stona con tutti i miei principi.

Come non lo sono mai con i complimenti (se non da pochissime persone) allo stesso modo, dunque, non sono stata molto a mio agio con le congratulazioni ricevute nelle ultime settimane.

Sinceramente non aspettavo il matrimonio come l’evento della mia vita. Non è stata l’idea di sposarmi che mi ha cambiato ogni cosa, rivoluzionato le giornate, dato fiducia, un ruolo e più tranquillità.

Era perché le giornate erano già cambiate, perché la fiducia e la tranquillità avevano ripreso a popolare la mia testa, perché la mente era libera dall’idea inutile di un ruolo da rivestire che mi sono sposata con la persona che, in maniera continua, bella e paziente, aveva già rivoluzionato tutto da un bel pezzo. E lo aveva fatto talmente con cura che quasi non me ne ero accorta.

Ci voleva dunque un rito, un linguaggio condiviso, una comunicazione pubblica detta e poi, per riflesso, restituita da un gruppo di persone care, carissime, tutte intorno a noi, per rendere ognuno partecipe di questa complessa e profonda rivoluzione, per mettere di fronte agli occhi quello che già conoscevo, per farmelo tenere bene a mente per il futuro.

Per questo mi sono sposata.

p.s. ci sono ovviamente anche tante altre cose che ho appreso e di cui farò tesoro, come per esempio

  • che nessun trucco è mai troppo leggero da chiedere o troppo scuro da non poter essere tolto.
  • che ai camerieri puoi anche dire e ridire come vuoi che vengano serviti i piatti ma tanto quelli alla fine faranno come pare a loro.
  • che agli stessi camerieri puoi ricordare che se il vino finisce ce n’è molto altro ancora da travasare ma, di nuovo, quelli faranno come se non glielo avessi detto.
  • che prendere più torte di quelle che occorrerebbero si rivela sempre una scelta assai saggia.
  • che gli autobus da e per la stazione sono più che affidabili.
  • che il cibo andrebbe ordinato da chi fa anche un servizio di consegna.
  • che si può aggiornare il menù 24 ore prima senza impazzire.
  • che le fragole nella torta non saranno mai abbastanza.
  • che una festa è resa magnifica dalle persone che ci partecipano, non da una perfetta organizzazione. Ma questo lo sapevo già dal lontano ’87.

 

 

 

 

 

Un sogno fatto in Sicilia

Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando. (Leonardo Sciascia)

La dimensione del sogno raccoglie allo stesso tempo tutto il possibile e tutto l’impossibile. Il sogno è un luogo fluido, dove troviamo barriere che nella vita desta supereremmo senza difficoltà (nel sogno, e sempre più nei sogni da adulti, non si riesce spesso a correre, a vedere, a parlare) o, viceversa, dove senza fatica riusciamo a proiettarci in gesti assoluti.

Tutto del sogno si consuma e dissolve quando apriamo gli occhi, tutto resta e continua a rimbombare nella testa e nel petto per ore, anche dopo alzati. Dimensione paradossale, indispensabile come aria.

Al di là della bruciante bellezza con cui una storia terribile e vera è stata narrata, al di là dei simboli scelti, del bosco che si stringe e si dilata, si illumina e si rabbuia intorno ai protagonisti, della voce dell’acqua, dell’acqua come soglia, dei suoni e dei paesaggi usati come incantesimi, al di là di tutte le corde toccate, il film “Sicilian Ghost Story” ci resta dentro come un sogno su cui si sono appena dischiuse le palpebre umidissime, e da cui il giorno vorrebbe allontanarci. Ma il cuore, morso, commosso, sconvolto, continua con fragore e forza a riprenderci e a ricondurci, anche molte ore dopo, per quei liquidi sentieri, ci scaglia sul bagnasciuga con tutta la schiuma salata delle onde, ci ricorda come è che si vive: amando, lottando, gridando.

 

 

Racconti e caffè

dsc_4059Cosa non ti sbuca fuori mentre ti appresti a mettere in ordine la scompigliata memoria del tuo pc. Correva l’anno 2014 e mi ero appena  rifatta gli occhi. C’è stata davvero una lunghissima epoca della mia vita in cui armeggiavo con lenti morbide e acquose e mi risistemavo l’occhiale sul naso, occhiale con montature prima dorate, poi blu, poi nere, poi bianche e infine rosso-viola?

Febbraio 2014, occhi nuovi dunque, lo sguardo ci avrebbe messo ancora molte settimane per rimettersi a fuoco. Dovevo imparare di nuovo a vedere dopo mesi (anni?) di buio. In pausa dalla tesi, quando lo schermo non fu più solo un ammasso di segni baluginanti, scrissi un racconto per il premio letterario Caffè Corretto della graziosa cittadina di Cave, a sud di Roma. La regola era semplice, si doveva proseguire l’incipit scritto da un altro. Arrivai terza, vinsi un libro sul coté art nouveau del luogo e una scultura bianca e sinuosa che è ancora dai miei e che quando mi deciderò a non riempire le mie valigie di libri, ciambelle al vino e parmigiano, magari, riuscirò anche a far sbarcare qui.

Di seguito, l’incipit dello scrittore Fabio Stassi; subito dopo il modo in cui decisi che la storia sarebbe dovuta continuare.

Il dono

La lettera Carmine non ebbe il coraggio di consegnarla nelle mani del vecchio. La sfilò di malavoglia dalla sua borsa di cuoio, rigirandosela davanti gli occhi. Poi si decise: con un solo balzo saltò i due gradini dell’atrio di quel palazzo con la facciata in cortina e i balconi triangolari e, raggiunte le cassette della posta, la lasciò cadere nel vano dell’interno 8. Anche se era appena un postino, provò subito vergogna. Di lettere così ne aveva recapitate altre negli ultimi mesi esapeva ormai cosa comunicavano. La busta era sempre prestampata e portava dietro, in grassetto, il nome del mittente. Il vecchio avrebbe capito svelto. Aveva fatto lo stesso mestiere, da giovane, e sapeva riconoscere le notizie buone da quelle cattive. Era gente gentile quella. Non avevano mai mancato di offrirgli un caffè e una sedia per tirare il fiato e Carmine ci si fermava volentieri prima di continuare il giro. Ma quel giorno andava di fretta. Augusto, dalla portineria, lo vide allontanarsi sul motorino di servizio senza riuscire a indirizzargli nemmeno un cenno di saluto.

 

Teneva in un mano un secchio d’acqua violastra e nell’altra lo spazzolone con cui aveva appena lucidato la rampa di scale dal terzo al quarto piano dopo che quella stessa mattina la signora Rapetti gli aveva fatto notare, non con un certo rimbrotto per l’anonimo untore, una serie di macchie lilla dalla forma esagonale, proprio al centro di ogni gradino. Erano venute però via facilmente, appena un paio di passate, e senza neanche dover ricorrere al detersivo.

Svuotò il secchio in un aiuola, dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse guardando. Poi, altrettanto cauto, si avvicinò alle cassette delle lettere; là l’occhio si soffermò dapprima su una rivista scientifica maldestramente incastrata nella fessura, rivista che era solito anche lui leggere, quando ancora suo figlio la riceveva per abbonamento; indugiò poi più a lungo sulla costa luminosa e palmata dell’angolo di una cartolina che faceva capolino da dietro il conto del gas dell’interno 5. Sostò infine, e senza ritegno, per due minuti buoni di fronte alla busta che Carmine aveva lasciato cadere velocemente nella cassetta dei signori Ortega.

“Brutto affare. Questi non mollano”, sentenziò una voce alle sue spalle.

Si voltò e vide il ciuffo ricciuto e biondo di una ragazza di bassa statura ascoltare il suggerimento di un’improvvisa brezza, tendere al suo inseguimento e poi, subito dopo, rinunciarvi, ritornando placido sulla fronte.

– Mi scusi? – le fece turbato.

– Eppure non credo ci sarà mai occasione per i signori di aprire quella busta, anzi, se vuole passarmela. Lei ha le chiavi di ogni cassetta, giusto? Così almeno mi è stato detto.

– Lei… Ma lei è…?

– Ah, mi perdoni, certo. Il mio nome è Ida Lemara. Sono la nipote di Maia e   Federico Ortega. Se vuole posso farle vedere un documento.

– Ah, ma non ce n’è bisogno signorina, ora che me lo dice ricordo infatti di averla già vista assieme alla signora, qualche volta, non troppe però, purtroppo – cercò di accompagnare a quel punto un ammiccamento del tutto innocente. Non gli riuscì, potè capirlo dalla curva rimasta immobile delle labbra della sua interlocutrice, e quindi continuò – ma non so proprio se mi sia permesso di prendere la posta dei signori, il massimo che posso fare è togliere la pubblicità, quando è troppa, là son stato autorizzato, sa. Ma di lì a tirar fuori lettere… –

– Allora non le scoccerà se a farlo sono io. Si giri per favore. Occhio non vede… – e il suo ammiccamento, quello, si rivelò riuscitissimo.

Augusto le diede infatti le spalle, non sapendo neanche lui il perchè, e quando si permise di nuovo di scrutare con la coda dell’occhio la ragazza, la vide armeggiare con un fermaglio scuro affusolato e poi, con lesta abilità, sfilare la busta dalla cassetta e consegnarla nelle sue mani.

– Ecco fatto. Lettere come questa non dovrebbero neanche essere inviate ai miei nonni. Che coraggio.

– Concordo – bofonchiò l’uomo, sempre più impacciato nel suo improvvisato ruolo di complice.

– La ringrazio del suo aiuto. Ora scappo, nonna mi aspetta per la spesa. Tenga, la getti alla carta per favore.

E fluttuò vezzosa verso le scale.

La rivide appena dieci minuti dopo, la signora Ortega al braccio, placida e sorridente.

– Stella mia, vedi un po’ se c’è posta-

-No nonna, ho già controllato prima, niente.

Ed entrambe sparirono nella luce polverosa della strada che invase rapida le prime piastrelle dell’androne, poco prima che il portone a vetri facesse clanc dietro di loro, portandosi dietro rombi d’auto, cinguettii, svolazzi di carte e qualche raggio.

Le lettera, tuttavia, non era stata gettata ma infilata alla rinfusa tra alcuni documenti della portineria, ben celata tra ricevute e riviste, sul primo scaffale accanto all’ingresso.

Augusto la riprese e stette là a scrutarsela e tastarsela, leggendo ad alta voce il mittente, che ben conosceva. L’interno otto era infatti l’unico nel palazzo a non aver ricevuto ancora quella comunicazione. Come lui del resto.

La reazione non sarebbe stata buona, e l’indignazione dei due inquilini si sarebbe fatta sentire a lungo, soprattutto nei rientri delle loro pomeridiane passeggiate, quando si attardavano nella portineria dedicando a un ciarliero scambio di senso comune almeno una decina buona di minuti.

***

All’alimentari che faceva angolo tra la via dell’immobile dove risiedeva e quella che conduceva verso la stazione, Maia Ortega era già ben oltre metà della lista quando Carmine fece il suo ingresso veloce, giusto per far firmare una raccomandata al proprietario. Lei lo scorse e gli sorrise. Il postino abbozzò anche lui un sorriso. La donna gli fece cenno di avvicinarsi.

– Buongiorno Carmine, l’aspettavamo questa mattina, mio marito era pronto col fuoco da accendere e la macchinetta vibrante.

– Buongiorno signora Ortega, mi dispiace, le chiedo perdono, avevo la testa altrove oggi, e andavo di fretta.

– Andiamo Carmine, cinque minuti li ha sempre trovati. Pure quando, come oggi, di posta per noi non ce ne era.

Il postino restò interdetto. Ma come? Non l’avevano vista? Aveva forse sbagliato cassetta? Difficile, ma possibilissimo del resto. La vista di quella lettera lo aveva infatti assai turbato.

– Ho ancora dei giri da fare in zona, se mi permette di riparare alla mancanza di stamane farò con piacere un salto da lei e suo marito dopo pranzo, a turno finito.

– E noi l’aspetteremo con piacere Carmine, così si fa! Mai saltare i piaceri, piuttosto ritardare il dovere, ma i piaceri, son così rari, son così pochi che uno se li deve fabbricare, ce li dobbiamo ritagliare dalle giornate piano, piano, come un buon caffè… Perchè il caffè, lo sa bene, il suo gusto è anche nella pazienza, nei gesti lenti, nel tatto della dita che svitano la macchinetta stridente, nel rumore del barattolo fresco di frigo che si schiude, nel cucchiano che sprofonda in quella sabbia nera e odorosa, nell’attesa, nel canto del suo fuoriuscire.

E piegò la testa da un lato, sorniona.

– Assolutamente d’accordo madame- annuì rispettoso il portalettere, – ma allora – pensò nel frattempo- la lettera non l’hanno ricevuta. Non parlerebbe così, altrimenti. O forse sì? Era uno sfogo quello? Un ribadire risoluta la propria posizione sulla vita e sulle sue repentine fuggevoli bellezze? Su certe irrinunciabili abitudini anche quando il destino ci forza verso altro?

Tra i pacchi di pasta e i barattoli di conserva a Carmine non riuscì tuttavia di sciogliere alcuno dei suoi dubbi. E se ne stette là, cercando il modo più rapido e gentile per accomiatarsi.

La signora Maia gli venne, senza saperlo, in aiuto.

– A dopo allora- tagliò cortese – Ah, Ida, eccoti stellina. Saluta il signor Carmine, passerà da noi più tardi, per un caffè.

La ragazza sfoderò, se possibile, un sorriso ancora più felino di quello della nonna, ma non disse nulla.

***

Le due meno dieci. Carmine è ora in portineria. S’è affrettato e il turno lo ha concluso prima. Sono già dodici minuti buoni che è là. Lo si vede da dietro il vetro che agita le braccia e sbatte concitato le labbra in direzione di Augusto il quale non fa una piega, ritto e sicuro nelle sue ragioni. Quelle stesse ragioni che lo hanno portato a chiudere più d’un occhio sulle mani di una ragazza che, in fondo, sostiene, sempre più fermo e deciso, non ha fatto proprio nulla di male, anzi, tutt’altro. Vuol bene ai suoi nonni lei, e quella lettera può benissimo non essere mai arrivata, o andata perduta.

– Ma non è legale. Andiamo Augusto, ragiona! Passerò dei guai per questo!

– Non saresti l’unico.

– Ce l’hai ancora?

– Certo che sì.

– Dove? Dammela.

– È qui, al sicuro.

– Augusto, perfavore. Devo consegnarla. Non dovremmo neanche stare qui a discuterne. Guarda, la porterò direttamente io, userò tutte le accortezze possibili, lo prometto. So bene che le mie parole non potranno certo lenire l’indigazione che ne seguirà… Ma almeno capiranno di non essere soli nel loro dramma.

Il portiere sta qualche secondo in silenzio, lo sguardo rivolto verso la risma di carte che cela l’inopportuna missiva.

– Là in mezzo – indica vago.

E come aveva già fatto qualche ora prima, volge lo sguardo altrove.

***

– Carmine, buongiorno. Finalmente. Sai che ci sono rimasto un po’ male questa mattina quando t’ho visto partire dal balcone? Maia, c’è Carmine, ti manca tanto?

La signora Ortega si affaccia dalla cucina, asciugandosi le mani con uno straccio.

– Ho quasi finito, ma prego si accomodi pure caro. Federico, fa’ assaggiare intanto al nostro ospite quei dolcetti che abbiamo preso l’altro giorno al mercato a Piazza delle Erbe.

Il postino non accoglie l’invito ma inizia a fare avanti e indietro per la stanza, a scatti, soffermandosi una o due volte su una sola gamba, dondolando e torcendo l’estremità dell’altra, quasi a voler calciare lontano la notizia che si porta dietro, piegata in tasca. Intanto tiene le braccia dietro la schiena, le nocche sinistre non danno tregua al polso della mano destra, lo tormentano, lo segnano.

Si accorge della presenza della nipote solo in un secondo momento. La sua espressione non è mutata, neanche il minimo allontanamento da come l’aveva lasciata. Si crogiola su una poltrona, con un libro dalla copertina giallognola e il titolo in bordeaux.

Rumore repentino di tazzine su vassoio d’argento. Un richiamo tante volte udito e assecondato nelle sue tacite volontà, cinque minuti… Caffè!

La nipote è subito fuori dalla poltrona, davanti alla credenza, la apre, si gira, accompagna dolcemente con la spalla lo sportello di vetro, ha nelle mani zollette di zucchero bianco e nero. Il nonno cioccolatini e biscotti.

Nipote e nonno si spostano in cucina, invitano Carmine a fare altrettanto.

– Nonna, faccio io? Dai, almeno questo.

La nonna sorride bonaria.

– Non le permetto di lavare i piatti quando è qui a pranzo – spiega rivolta al postino – ma sul caffè ha carta bianca.

La ragazza apre il frigorifero, tira fuori un barattolo rettangolare e luccicante, lo appoggia su un ripiano, svita con forza la parte superiore, accosta delicatamente il filtro accanto alle varie componenti, apre il rubinetto, riempie il bollitore, vi lascia cadere sopra il filtro, ne adagia ritmicamente il macinato all’interno. Riavvita il raccoglitore, accende il fuoco, basso, lento. Poi rivolgendosi al postino:

– È da quando sono piccola che mi chiede di farlo. Non vuole che cucini, né che lavi i piatti, né tantomento che l’aiuti per altre faccende. Preparare il caffè è già per lei una premura abbondante, vero nonna? Ma un giorno, quando sarai distratta, farò anche tutto il resto.

– È più buono quando lo fai tu, stella. E fare i piatti mi rilassa.

Restano in silenzio mentre il liquido velluto matura, sale, scende, risale ancora e gorgoglia. La ragazza resta qualche attimo in ascolto, poi gira la manopola. Tra le dita ha già un cucchiaino d’argento, solleva il coperchio, mescola il tutto, richiude.

Il primo a ricevere la bevanda è Carmine che ringrazia, sempre più confuso, sempre più titubante.

– Zucchero?

– No grazie – mente, lui che il caffè lo prende sempre con almeno due cucchiaini abbondanti.

Lo tracanna impropriamente, poi afferra assieme cioccolata e dolce e butta giù pure quelli, assieme ai residui di caffè ancora caldo sul palato.

I tre lo osservano.

– Vogliamo dirglielo, signor Carmine? – fa la nipote, a tazzina vuota; e incalza – L’ha ripresa la lettera o è ancora in portineria?

La nonna si avvicina alla ragazza, le mette una mano sulla spalla, poi rivolta all’uomo:

– Caro Carmine, il suo turno non era finito a quanto pare.

Il postino si leva dalla sedia, a disagio, ma comunque sulla via del sollievo, dello scrollamento di quasi ogni malessere. Presto sarà fuori da quella casa, qualunque cosa accada. È tutto direttamente proporzionale alla velocità con cui estrarrà dalla tasca la busta e la consegnerà ai legittimi destinatari. Già, ma a chi darla? Si volta verso l’anziano, il primo nome sulla busta, ma lo vede ancora impegnato a scartare un cioccolatino, la nipote, invece, è già a rovesciare cucchiaini e tazzine nel lavandino. La signora, invece, non ha smesso di osservarlo. Va bene anche lei, il suo di nome è comunque là, stampato per secondo.

– Ecco, eccola. Le chiedo scusa, mi perdoni, io… Lo sa quanto è difficile a volte. Ma ultimamente non faccio che consegnare lettere di questo tipo e se uno stesse sempre a farsi problemi e farsi venire il mal di stomaco per… No, ma che dico. Non avrei mai voluto dover vedere proprio voi a combattere con una cosa del genere… In che mondo viviamo…

– Sono ancora loro cara? – lo interrompe l’anziano masticando con gusto il boccone di cacao nero ripieno alla crema di nocciole appena scartato.

– Certo, avevi dubbi? Non vogliono proprio capirlo eh? E sì che sono quasi tre anni che non facciamo che rifiutare la loro offerta. Figurati, noi, Federico e Maia Ortega, le star improvvisate eppure famosissime delle pubblicità del Caffè e moke Aromi che promuovono ora con disinvoltura queste loro nuove diavolerie a capsule… Ma se lo immagina lei? E ora ci inviano anche questo, siamo proprio con le spalle al muro caro, sta’ a sentire “Cari signori Ortega, congratulazioni! La nostra ditta vi omaggia con Versatofatto dell’ultimissimo sfavillante e pratico modello della nostra collezione, con l’augurio di tanti momenti di relax e benessere e la speranza d’inaugurare a breve un rinnovato, proficuo e duraturo rapporto di collaborazione… Bla, bla bla”.

– Hanno cominciato con i vicini, regalando apparecchi a tutti, e tutto questo per arrivare a noi, perchè restassimo isolati, perchè nessuno passasse più di qua per un caffè, come accadeva da tanti anni, regolarmente, ogni pomeriggio, perchè ne sentissimo anche noi il bisogno – interviene divertito il compagno – Siamo circondati ormai, ma si resiste, Carmine! Si resiste! Cinquant’anni fa era diverso, quando ci chiesero se volevamo essere i nuovi volti del Caffè Aromi, e pensi, semplicemente fermandoci all’uscita del negozio da dove avevamo comprato la nostra prima macchinetta! Altri modi, altra classe. Ricordi cara? Quant’eri bella quel giorno. Fu per merito tuo se ci si presentò quell’occasione, solo merito tuo.

– E sanno anche che non possiamo rifiutare, non si rifiuta mai un dono.  Non è educato, non si fa. E poi un loro dono. Che figura ci faremmo con la ditta che da anni ci fornisce di ottimo caffè gratuito, che ci ha reso famosi, che ci ha sollevato da ogni preoccupazione economica? Però, se me li dovessi ancora trovare davanti con uno dei loro apparecchi infernali pronto per la consegna, eh, non so proprio come reagirei. E di andare io stessa a ritirarne uno alla posta come è scritto qui… Umphf, non se ne parla neppure – ribatte l’anziana star del caffè macinato.

– Signor Carmine – si infila rapida la nipote suggerendo una soluzione che ha già pronta da tempo – a lei farebbe piacere? Le farebbe piacere portarsi a casa il loro regalo?

– Ci sono i filtri? – si tradisce maldestro il postino. La brama di possedere quelle macchinette che ha visto elargire come premio a destra e a manca negli ultimi mesi, missiva dopo missiva, non lo ha lasciato immune.

– Tutti quelli che desidera – prorompe ancora la signora – Ecco, le firmo una delega e può ritirare il suo pacco direttamente alla posta, a partire da domani. I filtri provvederemo a farli lasciare in portineria. Ci sarà una consegna ogni due mesi.

– Io, non so davvero cosa dire…Ma siete sicuri che…? E va bene, accetto, ma solo per sollevare lei e suo marito da un tale peso, solo quello. Chissà cosa penserebbero gli altri condomini se vedessero di nuovo i rappresentanti di quella ditta qua, davanti al vostro uscio sbarrato, o voi accettare un dono la cui esistenza avete sempre deprecato… Sì, capisco. Ma non c’era bisogno di giustificarsi, intuivo già lo spirito con cui avreste accolto la lettera sin da quando mi ci è andato l’occhio questa mattina. A me piace il caffè, eh, così come lo fate ancora voi, è lento è, come dire, pieno di ricordi, di tradizione, e le tradizioni si sa, vanno mantenute… Certo, sa, con i tempi che corrono, uno è sempre di fretta, un piede sulla porta, io in particolare, e una cosa così mi farebbe comodo, grazie, grazie mille. Mia moglie poi, non aspettava altro.

– Bene, perfetto. Allora siamo d’accordo. Che meraviglia – esulta quasi all’unisono la coppia, quasi rispettando un già noto canovaccio.

– Sì… Adesso devo proprio andare. Grazie ancora, vi auguro una buona giornata. Anche a lei signorina. Arrivederci.

E si catapulta verso il soggiorno, seguito dalla signora. Non vede, ai piedi di una poltrona, un barattolo di liquido color lilla, lo urta con la scarpa, qualche goccia trabocca, finisce sul pavimento, sui suoi lacci.

– Mi scusi, sono mortificato.

– Nessun problema, non è indelebile, va via subito – lo rassicura la signora Maia.

La porta di legno scuro si chiude. Carmine è sollevato. Stringe tra le mani la busta, pregusta già quell’omologato piacere a cialde rosse, blu elettrico, gialle e verdi, così moderno, cosi chic, così spendibile in tante nuove future conversazioni con i suoi colleghi.

Saluta velocemente Augusto intento a raccogliere una cartaccia. Non sorseggerà più un caffè a casa Ortega per lungo tempo, pensa.

 

© Virginia Monteforte

 

 

Nessuna è tranquilla

dsc_2909Dall’incipit:

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque neppure. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli. Tuttavia, pur non avendo attrattive speciali, non presentava nemmeno particolari difetti, e quindi non ci fu ragione di non sposarci. La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio” (p. 13, corsivo mio).

Anche l’attribuzione di mitezza e calma è uno dei linguaggi di controllo e definizione del maschile sul femminile, un modo come tanti per reprimere il possente e creativo potenziale che ogni persona può celare. Ne fui vittima anche io, molte volte, in passato. Ne accusai il peso e il fastidio in più di un rendiconto sul proprio compagno, da parte di amiche:

mi piaci perché sei tranquilla

mi piaci perché sei riservata

tu sei una che non dà problemi

In altre parole, posso controllarti senza sforzo e se voglio posso modellare il tuo carattere che stimo debole e malleabile, a mio piacimento.

Questo è ciò che trovo imperdonabile nei rapporti umani. Il fraintendimento con conseguenze; la superficie dei sentimenti in nome di  un calcolo

“sto con lei perché è conveniente”

la cruda, intenzionale e comoda classificazione che imprigiona destini e possibilità.

Nel quotidiano le sbarre sono invisibili, e forse solo una salutare visione, un viaggio o un sogno, dove le metafore sono sciolte da qualsiasi opacità, può indicarcene spessore e materia.

Yeong-hie, la protagonista dell’ultimo romanzo di Han Kang fa un sogno. Da allora in poi ogni sottrazione da sé di ciò che ognuno dà per scontato in lei si fa processo irreversibile: in maniera totale e assoluta si svincola dalle spire di un giudizio e di un potere – maschile – che da sempre intrappola le sue giornate, il suo corpo e le sue idee. Elimina il superfluo: dal corpo, dalle giornate, dalle idee. Elimina la carne – esiste un cibo che sia più maschile? Le sue scelte, che nessuno afferra, che nessuno capisce, sono scelte dettate da un estremo, possente, tragico desiderio di libertà. E la libertà parla per infinite, impreviste lingue. Anche mute.

La libertà dà problemi, è irrequieta, è nuda, la libertà vuole luce e acqua,

e andarsene via, in qualsiasi modo.

Swiffa (ottobre 2007- 12 novembre 2016)

15056484_1105734449543479_542289459752225778_nNell’ultimo anno, a ogni mia partenza, andavo a salutarla con il timore che ogni volta fosse l’ultima. La salutavo e mi sentivo un po’ triste e malinconica; per lei, per me, per Gaia. Quest’ultima volta non l’ho fatto, e lei se ne è andata.

Aveva molti anni addosso Swiffa, coniglietta quasi centenaria. Tanto tempo addosso, tanti minuti quanti i suoi morbidi ciuffi di pelo, periodicamente accorciati per far spazio ai suoi occhietti color dell’alba.

Zompetta ora in un paradiso di carotine, Swiffoletta, e salutami Tippy, DD e anche quel minuscolo coniglietto grigio troppo piccolo per zompettare solo. Eri minuscola quando ti abbiamo trovata, e c’erano ancora tutti, allora. Riempi di leccatine anche le loro dita, i loro palmi, appena li incontri. Non ritrarti, non scappare, come tutte le volte che ti inseguivamo sul terrazzo per riportarti al caldo.