Le notti di San Lorenzo

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Non era una notte sola, ma tre o quattro, tutte accalcate intorno a quella del dieci dove le aspettative di vedere il cielo pennellato di luci erano comunque sempre le più alte, le più forti. Le notti di agosto più interessanti, quelle di cui ho più nostalgia, le ho trascorse su una spessa balaustra di pietra con sotto quasi 100 metri di vuoto e un paesaggio incredibile, a fissare il cielo, per ore.

San Lorenzo era un giorno e un luogo. San Lorenzo era il dieci agosto, ma anche il quartiere romano dove mio padre era cresciuto, dove viveva nonna fino alla metà degli anni novanta, in un bell’appartamento da dove si vedevano senza intralci le mura aureliane e sopra quelle l’intreccio di binari che portavano via da Roma e a Roma ti riportavano.

San Lorenzo è stata quella notte di più di venti anni fa, dove con gli amici ci si era lasciati dietro il bar, la piazza, le panchine e le vie arancioni per inerpicarci, ben forniti di plaid, su per una strada non asfaltata, ripidissima, e cercare poi a tentoni un luogo per sdraiarsi, uno spiazzo, un prato, delle rocce piatte, avamposti di salite ben più faticose per i Monti Lepini. Una concorrenza di sguardi agguerrita, chi vede la stella cadere per primo, il desiderio è il suo, qualche battuta, tanto silenzio, un ragazzo che mi stava assai simpatico che mi strinse la mano, là al buio, sotto la coperta. E basta, fu tutto lì, per tutta l’estate.

Le stelle sono molto attente. E vogliono desideri ben precisi. Non si può essere vaghi e sciatti con le parole, quando ci si rivolge alle stelle. Lo scoprii nel 1996, l’anno successivo. Ero sul terrazzo degli altri nonni, un terrazzo che correva tutto intorno all’appartamento, dove amavo isolarmi fin da bambina, per giocare, per immaginare chissà che storie. Storie sempre più diverse, man mano che crescevo. A maggior ragione me ne stetti là la notte di San Lorenzo in attesa, stavolta da sola. Cadde una stella e con quella venne giù anche il solito tuffo al cuore: a una stella che si brucia cadendo non ci si abitua mai. Espressi un desiderio, dettagliatissimo. Si avverò, senza la minima sbavatura, neanche due settimane dopo. Ancora sorrido, quando ci penso, quando penso all’impeccabilità di quella stella.

Su quest’isola c’è troppa luce, troppo rumore, c’è troppo di tutto. Non c’è la pazienza dei luoghi bui, del silenzio, di ore passate a non fare nulla se non a guardare il cielo, in silenzio, per ore, in attesa di qualcosa che può anche non accadere. E probabilmente anche le stelle si devono essere stancate di ascoltare i pensieri, parola per parola, di prendere nota, di eseguire un desiderio alla lettera. O forse i pensieri sono ormai troppo impiastricciati, un desiderio litiga con un altro, non si sa a quale dare la precedenza. Oppure si fa fatica a trovarli, i desideri, in quella parte polverosa e caotica dei pensieri, dove tutto è stato ammucchiato senza cura, finito sotto cumuli di preoccupazioni, artifici, sorrisi a forza.

E la ragione di molti sogni si deve essere scolorita, o ha preso muffa. Forse.

Luglio col bene che ti voglio

37781375_10156457662676678_6214404205105381376_nA meno che tu non lo sia davvero, i punti esclamativi di cui carichi le comunicazioni scritte non fanno di te una persona più simpatica, più affabile. Per niente.

Stridono come la punta di un gesso sulla lavagna, stonano come ogni falso sorriso che appiccichi addosso a chiunque e soprattutto a chi, come me, ne farebbe volentieri a meno. Consumati e vischiosi, tu, il tuo sorriso e il tuo punto esclamativo siete peggio di una gomma appiccicata sotto le suole. Fastidiosa e inopportuna mentre tiene per pochi istanti ancora il piede legato a una strada che non si vede l’ora di lasciarsi alle spalle e di cui la cosa migliore sarà sbarazzarsene al più presto. E tornare a camminare in pace.

Cura per lo sguardo

 

Tra i miei oggetti che migrano, sostano, attendono e si rivelano di nuovo, ci sono, da qualche anno, un bel po’ di rullini in bianco e nero e a colori. Rullini che affido a persone care e i cui sviluppi riscopro, con sorpresa, solo dopo qualche mese, al mio ritorno. La fotografia su pellicola è il recupero di un rapporto diverso con il vedere e con il tempo, è cura e attesa, è antidoto contro la rumorosa invadenza degli schermi, contro la fatica di uno sguardo ingozzato a forza, ogni minuto.

Soprattutto per chi come me, quattro anni fa, ha imparato di nuovo a usare gli occhi, a poggiarli sulle cose, sulle persone, sulle lettere. Occhi nuovi che ora voglio vezzeggiare.

p.s. anni fa per sbaglio, persi tutti i rullini di una vacanza in Sardegna e ne soffrii un bel po’, nel tempo della traversata di ritorno, almeno. Credo fosse il 2001. La persona che era con me me lo fece pesare, e parecchio. Come se gli avessi sottratto, anzitempo, ricordi che poi comunque il tempo avrebbe sfumato, diluito, sciolto. Come se non avessi avuto diritto io, allora, e non senza una certa lungimiranza, a amnesie preventive, assolute e irreversibili.

 

Per un’antropologia della frivolezza

 
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Devo ammettere che un po’ (ma solo un po’) mi manca quest’anno, in questa stagione, intervallare il lavoro con la relativa leggerezza di ore passate a cercare in giro e su internet la combinazione migliore di fiori e succulente per un bouquet, la torta di fragole perfetta (più fragole, più fragole, meno zucchero e inutili decorazioni di pasta di zucchero – se non posso mangiarle, che me le metti a fare?! – più fragole, più fragole, le fragole non sono mai abbastanza, e qualche rosa, pure, qua e là), il vestito non da sposa ma comunque bianco e bello come un aquilone, la biancheria iper strategica poi (ho visto cose che voi umani…) adatta a quel vestito geometrico un po’ trasparente e con schiena nuda, gli anelli eco-etici parigini, il trucco (non troppo “dark“, ma tanto poi la truccatrice avrebbe fatto di testa sua) la gravosa scelta dell’acconciatura o di non averne affatto una, perché contro l’umidità feroce di quest’isola ho già perso a tavolino, le scarpe non da tortura, le liste (quante liste, troppe anche per chi le liste le ama visceralmente), le idee per la tavola, i menù ad hoc (senza cipolla, senza lattosio, per celiaci, per vegetariani, per vegani), le decorazioni, il prosecco migliore, i vini, i dolci sabini e serbi, e fare tutto in appena cinque settimane…
 
É così. Ogni volta che guardo indietro è sempre della me frivola e leggera che sento di più la nostalgia.
(fotografia: Chiara Carolei, Moumou photography)

25 aprile, mio, nostro.

Ora quella non era una fine d’aprile qualunque: era quella memorabile dell’anno 1945. Non eravamo purtroppo in grado di intendere i giornali polacchi: ma il corpo dei titoli che cresceva di giorno in giorno, i nomi che vi si leggevano, la stessa aria che si respirava nelle strade e alla Kommandantur, ci facevano comprendere che la vittoria era vicina. Leggemmo « Vienna », « Coblenza », « Reno »; poi « Bologna »; poi, con entusiasmo commosso « Torino » e « Milano ».
Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi 1997, p. 277.
25 aprile, sul piano della mia storia personale uno dei giorni peggiori, se non il peggiore. Su quello di una storia più ampia, collettiva, universale, no. E’ sempre il 25 aprile e le emozioni sono sempre quelle belle. Anche ripensando al racconto di chi nel ’45 c’era, e non era che una ragazzina, e nel 2008 non ci fu più (ma è sempre qui).

Io e il maltese. Qualche appunto.

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(N., V. e G., primavera ’05, Msida).

Ci penso spesso. Ci penso molto ogni volta che mi ritrovo a tradurre.

Il maltese è una lingua a cui sono più vicina visivamente che con la voce, o con l’ascolto. La lingua dell’isola in cui vivo è qualcosa di letto e scritto, prima che parlato. Una lingua con cui hanno maggiore famigliarità e agio i miei occhi, che le mie orecchie. In pratica, il maltese che capisco e uso meglio è una sequenza digitale (nel senso di separata e successiva) di lettere e parole; solo in un secondo momento una continuità circolare composta di suoni e pause che in gran parte capisco, ma con cui so poco interagire.

L’ascolto, specie quando mi chiama direttamente in causa esigendo rapido una risposta, lo trovo scomodo, se non perturbante: mi scuote dal mio spazio, espone i miei limiti e, invece di avvicinarmi, finisce col distanziarmi sempre un po’ dalla persona che a me si rivolge in quel momento. Nel tentativo di comprendere cosa mi sia stato chiesto, infatti, mi blocco, impigliata nella velocità delle parole e nell’urgenza di una reazione. Arranco, non ne esco più. Nel migliore dei casi farfuglio: jekk joghbok, tista titkellem bil-mod? Nel peggiore resto in silenzio, sollevo spalle e sopracciglia, chiedo tacita comprensione. Cerco di riportare alla mente una o due parole a cui, magari, appigliarmi. Mi butto, provo a indovinare. La mia risposta diventa un’altra domanda, la richiesta di una conferma. A quel punto la persona inizia a parlare in inglese. O peggio in italiano. Come i suoni che non ho saputo cogliere,  anche il suolo su cui mi trovo mi scivola da sotto i piedi. Mi sento inadeguata al luogo, perché è come essere appena arrivata, di nuovo.

Letto invece no, il maltese letto è tutto un altro mondo.

E’ una lingua di cui posso avanzare qualche pretesa di possesso attraverso l’uso, seppur in modo temporaneo, labile. E’ un enigma che so di poter sciogliere più o meno facilmente, una serratura da sbloccare, un intreccio di parole che sempre mi restituisce, alla fine, la piena dimensione del mio stare qui.

Leggere (o leggere e tradurre) il maltese mi radica, allo stesso tempo, nel presente della lingua che comprendo e interpreto e nella storia di quella a cui appartengo, e che mi appartiene. La mia identità è completamente in quella parola tradotta, nella traslazione ragionata di uno stesso senso in sequenze diverse di fonemi. Nella parola maltese di partenza che capisco o arriverò a capire e in quella italiana di arrivo (che in fondo sapevo già, ma non prima di averla trasformata) mi ci ritrovo tutta. E tutto ritrovo.

I rapporti che si intrattengono con le lingue sono vari, come quelli intrattenuti con le persone: relazioni fatte di circostanze, di tempi, di contesti, di rotture, di riprese. Le volte in cui il maltese l’ho lasciato e ripreso non si contano più, non me lo ricordo.

Ricordo però come questa mia invertita dislessia nella relazione con il maltese ebbe inizio e ricordo pure di essere stata particolarmente felice, se non eccitata, prima del mio arrivo a Malta, nel settembre 2004, di sapere che sull’isola, oltre all’inglese, ci fosse anche il maltese. La guida ne riportava alcune parole, sì, no, buongiorno, via. Iva, le, bongu, triq. Le note sulla pronuncia sfuggirono a me e alle mie amiche cosìcché, all’arrivo all’aeroporto, salutammo chi venne ad accoglierci con un largo “bonguuu” (non bongiu).

Le implicazioni contestuali, letterarie e sociali della lingua locale avrebbero avuto una certa rilevanza per la mia ricerca sui campi letterari, ben più di quanto avessi immaginato. Quello che mi trovai a fronteggiare, allora, era una sistema in cui i miei scrittori informatori investivano una composita ed energica strategia di possibilità, reclami indentitari, conflitti letterari intergenerazionali, invenzioni, rimaneggiamenti. Il maltese non era solo un mezzo di espressione invisibile, uno strumento fàtico: il suo uso apriva a uno spazio completo di azione, di scoperta, di costruzione. A volte gli scrittori maltesi mi apparivano come esploratori infaticabili in viaggio a casa propria, una casa dalle mura espandibili, dagli angoli ancora celati; una casa il cui numero totale di stanze restava (e resta) sconosciuto.

Il maltese era la linea fluida che incorniciava campi letterari e culturali in espansione, all’interno dei quali la nuova generazione si concedeva sempre più spazio per rafforzare e testare la propria legittimità. Là distendeva le gambe, alzava sempre più la voce.

Acquistai subito un libricino, l’unico allora per stranieri, per studiarmelo. Iniziai ad apprendere quella lingua in silenzio, di sera, dopo cena, scrivendo appunti a matita, riempiendo esercizi che nessuno avrebbe corretto, immaginando la pronuncia. Era un modo per conoscere meglio il mio terreno, per affondarci i piedi ancora di più, avvicinarmi alle persone che avrei incontrato.

Quel mio originario entusiamo fu scalfito anzitempo, anche se non in modo irreparabile.

Frequentavo già da qualche giorno la sezione Melitensia, nella libreria universitaria. Un giorno chiesi in prestito a uno dei bibliotecari, assieme a qualche testo inglese di critica letteraria, anche un paio di libri di poesie, in maltese appunto. Tutto quello che volevo era vedere la lingua nella sua forma letteraria, toccarla con mano, ripassarmela tra le mani come fosse una cartolina delle spiagge o delle città, la foto di un paesaggio, di una strada. Il fatto che non capissi cosa ci fosse scritto non era importante, per il momento.

La prima reazione del bibliotecario, dopo essere tornato dalla ricerca con in mano i testi domandati, fu quella di rifiutare parte della mia richiesta. Indicando proprio quelli di poesia mi disse:

“These ones are in Maltese”.

“I know” risposi candidamente.

“Do you read Maltese?” continuò, caricando di uno stridulo sarcasmo le due vocali della parola “read” che poi trovarono manforte nell’assonanza della seconda vocale della parola “Maltese”, tanto che l’espressione sibilò pressapoco così: do you riiid Maltiiiise?

Poi, senza aspettare la mia risposta, sicuro di aver concluso così quella sfortunata negoziazione, iniziò a separare i libri in inglese da quelli in maltese, tirando a sè i due volumetti a me proibiti. Prima che li sfilasse del tutto dalla mia vista, riuscii tuttavia a mormorare: “No, but I have someone that will help me to read them”.

Non era vero, ma almeno l’ebbi vinta, diciamo così, e quella sera, appoggiata al grosso bancone di marmo verde della cucina, tra parole che ancora mi sfuggivano e altre difficili da pronunciare, andavo in cerca di quelle note, o di quelle che anche solo evocassero quelle note, come inattesi spiragli sulla superficie di un muro la cui altezza e spessore avevo prematuramente sottovalutato. Strizzavo gli occhi per vedere cosa ci fosse oltre, ma quella barriera era ancora troppo spessa e compatta.

Il maltese era quel muro e col tempo si sarebbe sempre più assottigliato e riempito di crepe da cui avrei scorto un panorama sempre più vasto. Parti intere sarebbero crollate, e una selva di immaginari rampicanti non avrebbe più ricoperto le aperture a ogni partenza creduta definitiva. Il profilo della Sicilia, e di tutte le altre terre i cui lemmi la lingua maltese aveva in sé accolto, si sarebbe profilato all’orizzonte, sempre più nitido, sempre più netto.

Ma nel mio procedere rasente quel muro, i suoni avrebbero continuato a essere per lungo tempo un intralcio ai miei passi.

 

 

 

 

 

The true Science-Fiction

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(Trans. by Teodor Reljić)

Just like last year, I’ve once again rescinded any responsibility of choosing a place to visit for the latter and most punishing parts of the summer. A place that would have spared my skin the shock of early aging, which would have spared me having to gasp for breath. And a place that would have turned my gaze away from an island which appears to be growing uglier by the minute. Uglier, and filled beyond the brim by those eager to stretch their grasp over any remaining bit of open space. Which means no time or silence for yourself, even beyond the summer months.

The entire stretch of Malta is turning into St Julian’s, and the entire year into August.

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And those who truly love the island, who have, let’s say, searched for it again and again – unlike many others who, while also being the first to judge and condemn it, come here simply to cream off its immediate economic benefits – those are the ones who suffer the most. They would remember the island being different, more beautiful, and just six, eight, nine, thirteen years ago. And no, it is not just a matter of personal outlook.

Even Marta, a delicate and beautiful creature, almost (sticking to the theme of this post) elf-like, an architect in reality and deep within her heart – she knows it, and feels it too.

Last year the trip I was strung along for was to Belgrade, for a language course suggested by Ludo, and this year it was the turn of Helsinki, as I accompanied Teodor to WorldCon 75, which meant snaking my way through the labyrinth of a genre that he loves very much, but within whose confines I can never manage too long a soujourn.

I say this with a measure of regret, and even perhaps out of a certain ignorance of the exact parameters of the “genre” (not that I particularly like speaking about genres of literature in any case), but as a dedicated (even zealous) devouerer of books, I’ve always found the “realist” tradition (a genre in its own right, I know) always more compelling… less easy to grasp, in some ways. Because I believe that it is under the stark light of reality that fantasy is truly put to the test. I’ve even tried to explain it in these terms – all the while, if I’m honest, battling some nerves, especially after he felt compelled to jot down some notes on the anthropology of objects, after I mentioned it as one of my fields of interest – the amiable science fiction writer Jeff VanderMeer, author of three fascinating and intelligent books which share shelf space with Pavese and Calvino* at home.

But then, the moment that I wrote down this final phrase – because it’s within the limits of reality that fantasy is put to an even harsher test – this verse floated back into my mind:

O Muses, O high genius, now assist me!

O memory, that didst write down what I saw,

Here thy nobility shall be manifest!

(my emphasis)

Words that come from a work, the Commedia, which is not exactly realist, but neither is it the other thing, but at the same time it is, completely, it is that also – it is everything, and it is the greatest work of literature ever to be written.

So, down with genres. Of all kinds.

It’s something I’ve always believed, deep down. In literature, the only valid differences to be found are those which lie between a story which grabs you, takes your breath away and overpowers you with chills, and one which leaves you just where you are, as you are, or which simply skate over you, like a calming breeze. Which might raise a smile, but which leaves you rooted to the same spot after all is said and done.

 

I actually came here to speak about Helsinki – not literature and not science fiction. Even if, to speak about Helsinki means to speak about this too.

To speak about those moments in which, snaking our way out of WorldCon’s labyrinth, we happened upon what, for us, was the real science fiction: a city that is organised to the hilt, shaped by an intelligent architecture which respects individual and social rhythms, a logical organisation of spaces, a respect of all social categories and age groups on its public transport, in public spaces, cafes and shops. There were no ‘non-places’ in Helsinki, is what I’m trying to say, and in future I hope to find the words to articulate it better. And I’m finding it hard to understand those who, prior to our departure, described it as an uninteresting city, unattractive… unjustly lowering my already meager expectations even further downwards. Now, however, I only want to go back – and I even want to see what lies beyond the confines of the city itself.

 

Helsinki is a city to be read between the lines, which does not reveal all, which betrays the “genre” assigned to it by others: you creep up towards it on tiptoe, believing yourself to be following a linear narrative, only to end up stumbling, bewitched, into one of Murakami’s enchanted forests.

 

*I also hope that I’ll soon catch up with the work of the other writers I’ve had the pleasure to meet over these days, and with whom we’ve shared space on tables both large and small (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). I remain passionate about anthropology, and testament to that are the twenty-odd years I’ve dedicated to the practice and how I still dedicate the brilliance of my better days to it. But literature remains my first love, and being able to speak to an author immediately after you’ve read their work is something I find indescribable, an even more potent form of science fiction for someone like myself. That is, someone who, while waiting for a Worldcon panel to start, opted for Tolstoy.

I rest my case.

p.s.

An ebook and a film camera. Dimensions which I never believed I would find myself entering into, and others which I never thought I would be revisiting.

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La vera fantascienza

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Come l’anno scorso, ho sospeso ogni responsabilità nella scelta del posto che avrebbe risparmiato alla mia pelle precoci invecchiature, al respiro sospensioni indesiderate e agli occhi la vista di un’isola imbruttita, riempita fino al limite e allo stremo di quello che a stento riesce, non so come, ancora a contenere e che, neanche tanto lentamente, sta divorando anche lo spazio, il tempo e il silenzio dei mesi al di fuori.

 

Tutta Malta si sta facendo St Julian’s, tutto l’anno si sta facendo agosto. E chi l’isola la ama davvero e non ci è capitato come molti (i più spietati nel giudicarla e condannarla, ora) per ragioni economiche e di comodo, diciamo, chi l’isola se l’è cercata e ricercata, ne soffre tanto, ne soffre parecchio. La ricorda diversa, bella, appena sette, otto, dodici, tredici anni fa. E non solo perché gli occhi avevano un altro sguardo.

Anche Marta, una delicata e bella creatura, quasi elfica (per restare in tema con questo post), architetto di cuore e di fatto,  lo sa, lo sente.

Lo scorso anno a Belgrado, per un corso di lingua proposto da Ludo, quest’anno a Helsinki per accompagnare Teodor al WorldCon 75, dunque, defilandomi molto spesso dai labirinti di quella letteratura che lui tanto ama e in cui io non riesco mai a sostare più di tanto.

Lo dico con rammarico, e forse anche con una punta di ignoranza sul “genere” (detesto parlare di generi in letteratura, tuttavia), ma da buona e solerte divoratrice di libri, ho sempre trovato la letteratura “realista” (ancora generi, lo so) sempre molto più avvincente, più profonda, meno facile, per intenderci. Perché è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova, secondo me. Come ho anche cercato di spiegare (parecchio emozionata a dire il vero, sin dal momento in cui prendeva appunti su un’antropologia degli oggetti in cui gli dicevo di essere impegnata) a un amabile scrittore di fantascienza, Jeff VanderMeer, autore di tre libri di un’affascinante e intelligente storia disposti sui miei scaffali accanto ai vari Pavese e Calvino*.

Però poi, nel momento in cui scrivevo quest’ultima frase –  che è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova – mi sono venuti in mente questi versi

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi 
qui si parrà la tua nobilitate

i quali vengono da un’opera, la Commedia, che proprio realista non è, ma non è neanche l’altra, e allo stesso tempo lo è totalmente, lo è entrambe, è tutto, ed è il miglior lavoro di letteratura mai scritto.

Abbasso i generi dunque. Di tutti i tipi.

L’ho sempre pensato, in fondo. In letteratura l’unica differenza valida è quella tra una scrittura e una storia che ti prendono, ti consumano il fiato e ti mangiano di brividi e altre che ti lasciano là dove sei, o che ti passano appena addosso, come una piacevole brezza. Per cui sorridi ma poi tutto resta com’è.

Volevo parlare di Helsinki in realtà, non di letteratura, né di fantascienza. Anche se poi parlare di Helsinki è parlare anche di quello.

Parlare dei momenti in cui, defilandoci dal Worldcon 75, siamo capitati in quella che per noi è stata la vera fantascienza: una città organizzata in tutto, fatta di un’architettura intelligente rispettosa dei ritmi individuali e sociali, una logica organizzazione degli spazi, il riflesso del rispetto di tutte le categorie sociali e di età nei trasporti, nei luoghi pubblici, nei locali, nei negozi. Non c’erano non luoghi a Helsinki, questo è quello che ho avvertito. Troverò meglio, in futuro, argomenti per spiegarlo meglio. E non capisco chi, prima di partire, me ne ha parlato come di una città poco interessante, poco attraente, abbassando così, e ingiustamente, anche le poche aspettative che già avevo. Ora invece vorrei tornarci e vedere di più, vedere anche quello che c’è oltre.

Helsinki è una città che va letta tra le righe, che non svela il suo finale, che tradisce il genere che le è stato da altri assegnato: inizi a visitarla quieto, a “leggerla” credendola narrativa, e alla fine ti ritrovi a vagare ammaliato in uno dei boschi di Murakami.

 

*spero di leggere presto, in originale o in traduzione, anche le opere di altri scrittori incontrati in questi giorni e con cui ho condiviso tavoli e tavolini (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). Sono sì appassionata di antropologia da quasi vent’anni e su quello si spende la mia miglior parte, ma la letteratura resta sempre il primo amore e l’idea di poter parlare con uno scrittore dopo aver letto il suo libro è qualcosa di indescrivibile, il più delle volte pura fantascienza per chi, come me, nell’attesa di un panel al WorldCon, leggeva Tolstoj.

Appunto.

p.s.

un libro elettronico e la pellicola. Dimensioni dove credevo non sarei mai andata, altre in cui pensavo non avrei mai fatto ritorno.

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La lezione del matrimonio

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© Gaia M.

Anni fa, su uno sgabello di legno chiaro che usavo come comò accanto al letto, aveva sostato a lungo un romanzo voluminoso intitolato “The marriage plot”. Lo avevo in versione originale e ci misi un po’ a procedere nella vicenda. Riuscii a finirlo poi solo in traduzione, in italiano.

Mi sono sposata in una lingua non mia, la stessa di quel romanzo, con una cerimonia e una festa su un’isola che, paradossalmente, più passa il tempo e più mi è straniera, lontana. E forse non solo a me.

Io e il ragazzo che non mi abituerò mai a chiamare marito, abbiamo aperto i festeggiamenti tra le pietre gialle di Valletta per poi concluderli su un prato fresco, lungo una siepe che correva da un imponente ulivo fino a un salice, con le luci di Roma e un oraziano monte sullo sfondo. Una vigna dove sento ancora i passi dei miei nonni, vedo le mele cotogne a terra, i filari delle viti, i grappoli appiccicosi percorsi dai ragni, l’avvicinarsi morbido di una bella gatta, la distesa di margherite, l’erba alta quasi quanto lo ero io.

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© Gaia M.

 

Organizzare un matrimonio in pochi mesi, da aprile in poi, per intenderci, mi ha insegnato molto.

Mi ha insegnato, anche se sarebbe meglio dire confermato, che quello che conta molto per te non conta per altri e quello che tanto sembra contare per altri per te è sì importante, ma non in maniera così assoluta. Almeno non così tanto da ricevere congratulazioni come se avessi fatto il giro del mondo a piedi.

Non parlerò del primo aspetto, che a stare dietro a cose che per me contavano e per altri nulla credo di averci speso anche troppi anni. Del secondo mi limiterò a dire che le congratulazioni le ho sempre viste più appropriate per altro: per la conclusione (e ce ne è stata più di una) di un percorso di studi, per una tesi discussa e difesa per ore in francese, per la pubblicazione di un libro, per le foto (io, che non ho studiato mai fotografia), per la ricostruzione di una vita dalle macerie di un’altra (anche qua, ce ne sono diverse), per ogni scelta durissima, fatta col cervello e tu cuore sta’ zitto, non fiatare, non dire più una parola.

Sarà perché congratularsi con una donna “solo” perché si sposa (soprattutto verso i quaranta) cela sempre la presenza di un “finalmente”, di una tappa che mancava, di un traguardo che la rende un po’ più normale e la prepara a un’altra ancora più normalizzante tappa femminile. E’, insomma, qualcosa che stona con tutti i miei principi.

Come non lo sono mai con i complimenti (se non da pochissime persone) allo stesso modo, dunque, non sono stata molto a mio agio con le congratulazioni ricevute nelle ultime settimane.

Sinceramente non aspettavo il matrimonio come l’evento della mia vita. Non è stata l’idea di sposarmi che mi ha cambiato ogni cosa, rivoluzionato le giornate, dato fiducia, un ruolo e più tranquillità.

Era perché le giornate erano già cambiate, perché la fiducia e la tranquillità avevano ripreso a popolare la mia testa, perché la mente era libera dall’idea inutile di un ruolo da rivestire che mi sono sposata con la persona che, in maniera continua, bella e paziente, aveva già rivoluzionato tutto da un bel pezzo. E lo aveva fatto talmente con cura che quasi non me ne ero accorta.

Ci voleva dunque un rito, un linguaggio condiviso, una comunicazione pubblica detta e poi, per riflesso, restituita da un gruppo di persone care, carissime, tutte intorno a noi, per rendere ognuno partecipe di questa complessa e profonda rivoluzione, per mettere di fronte agli occhi quello che già conoscevo, per farmelo tenere bene a mente per il futuro.

Per questo mi sono sposata.

p.s. ci sono ovviamente anche tante altre cose che ho appreso e di cui farò tesoro, come per esempio

  • che nessun trucco è mai troppo leggero da chiedere o troppo scuro da non poter essere tolto.
  • che ai camerieri puoi anche dire e ridire come vuoi che vengano serviti i piatti ma tanto quelli alla fine faranno come pare a loro.
  • che agli stessi camerieri puoi ricordare che se il vino finisce ce n’è molto altro ancora da travasare ma, di nuovo, quelli faranno come se non glielo avessi detto.
  • che prendere più torte di quelle che occorrerebbero si rivela sempre una scelta assai saggia.
  • che gli autobus da e per la stazione sono più che affidabili.
  • che il cibo andrebbe ordinato da chi fa anche un servizio di consegna.
  • che si può aggiornare il menù 24 ore prima senza impazzire.
  • che le fragole nella torta non saranno mai abbastanza.
  • che una festa è resa magnifica dalle persone che ci partecipano, non da una perfetta organizzazione. Ma questo lo sapevo già dal lontano ’87.

 

 

 

 

 

Un sogno fatto in Sicilia

Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando. (Leonardo Sciascia)

La dimensione del sogno raccoglie allo stesso tempo tutto il possibile e tutto l’impossibile. Il sogno è un luogo fluido, dove troviamo barriere che nella vita desta supereremmo senza difficoltà (nel sogno, e sempre più nei sogni da adulti, non si riesce spesso a correre, a vedere, a parlare) o, viceversa, dove senza fatica riusciamo a proiettarci in gesti assoluti.

Tutto del sogno si consuma e dissolve quando apriamo gli occhi, tutto resta e continua a rimbombare nella testa e nel petto per ore, anche dopo alzati. Dimensione paradossale, indispensabile come aria.

Al di là della bruciante bellezza con cui una storia terribile e vera è stata narrata, al di là dei simboli scelti, del bosco che si stringe e si dilata, si illumina e si rabbuia intorno ai protagonisti, della voce dell’acqua, dell’acqua come soglia, dei suoni e dei paesaggi usati come incantesimi, al di là di tutte le corde toccate, il film “Sicilian Ghost Story” ci resta dentro come un sogno su cui si sono appena dischiuse le palpebre umidissime, e da cui il giorno vorrebbe allontanarci. Ma il cuore, morso, commosso, sconvolto, continua con fragore e forza a riprenderci e a ricondurci, anche molte ore dopo, per quei liquidi sentieri, ci scaglia sul bagnasciuga con tutta la schiuma salata delle onde, ci ricorda come è che si vive: amando, lottando, gridando.