Per un’antropologia della frivolezza

 
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Devo ammettere che un po’ (ma solo un po’) mi manca quest’anno, in questa stagione, intervallare il lavoro con la relativa leggerezza di ore passate a cercare in giro e su internet la combinazione migliore di fiori e succulente per un bouquet, la torta di fragole perfetta (più fragole, più fragole, meno zucchero e inutili decorazioni di pasta di zucchero – se non posso mangiarle, che me le metti a fare?! – più fragole, più fragole, le fragole non sono mai abbastanza, e qualche rosa, pure, qua e là), il vestito non da sposa ma comunque bianco e bello come un aquilone, la biancheria iper strategica poi (ho visto cose che voi umani…) adatta a quel vestito geometrico un po’ trasparente e con schiena nuda, gli anelli eco-etici parigini, il trucco (non troppo “dark“, ma tanto poi la truccatrice avrebbe fatto di testa sua) la gravosa scelta dell’acconciatura o di non averne affatto una, perché contro l’umidità feroce di quest’isola ho già perso a tavolino, le scarpe non da tortura, le liste (quante liste, troppe anche per chi le liste le ama visceralmente), le idee per la tavola, i menù ad hoc (senza cipolla, senza lattosio, per celiaci, per vegetariani, per vegani), le decorazioni, il prosecco migliore, i vini, i dolci sabini e serbi, e fare tutto in appena cinque settimane…
 
É così. Ogni volta che guardo indietro è sempre della me frivola e leggera che sento di più la nostalgia.
(fotografia: Chiara Carolei, Moumou photography)