Viaggio, la vigilia. Pensando ad altri viaggi. Parlando di altri viaggi.

Ben cinque anni che non viaggiavo ad agosto – e Roma non fa testo, Roma è come uscire da casa mia, percorrere un corridoio di ore e ritrovarsi, sempre, a casa mia. Ben cinque anni. Domani sarà ancora la città bianca, e dovrei rispolverare almeno il mio cirillico, allargare il mio vocabolario qualche parola in più oltre doručak, burek, voda e vidimose. E mentre la valigia attende di essere riempita nel modo meno intelligente e più frivolo possibile (la mia terapia della frivolezza è sempre là) ho pensato che in questo mese di viaggi per tanti altri come me, in quello che è il mese dei viaggi, il mese che per molti anni ho sempre identificato con un paese arroccato in alta collina, circondato dal verde, battuto da piogge, il mese del “portati un giacchetto che fa freddo”, agosto, sì, agosto! ho pensato di fare una breve lista di tutte le altre volte che ho scritto di viaggi. Non pensate di trovare cose come dieci cose da non perdere a…, cosa vedere, cosa fare e cosa mangiare a. O la descrizione impeccabile e utilissima di come arrivare, come girare, dove dormire. C’è già chi lo fa meglio (e meglio di migliaia d’altri) e con più disciplina e metodo di me. Con più attenzione per i dettagli, più cura per il proprio pubblico di lettori. Io no. Io, come dice lei, non si sa mai da dove arrivo e con quali mezzi. La descrizione migliore che mi sia mai stata data. Vale per tutto. Un passepartout. E se non so bene da dove arrivo e con quali mezzi non posso che restare sul vago, girare in tondo, fermarmi più del dovuto in posti che tanti neanche considerano: se mi leggete mettete in conto queste soste, se mi leggete vi perdete. Leggetemi se volete perdervi. Scrivo sui miei viaggi così come camminerei nella nebbia, per ore, senza fermarmi neanche per un bicchiere d’acqua, cogliendo ombre, forme, cercando di diradarla a mani nude, mescolando tutto quello che incontro con l’oltre che ogni luogo sempre evoca, la memoria di posti che si sono lasciati troppo presto, ma che nonostante tutto continuano ad abitarci. Ogni viaggio, anche in un posto nuovo, è per me sempre un ritorno, una lettura tra le righe, la scoperta di strade che avrebbero potuto essere la mia quotidianità, se e solo se.

Oddio, poi qualche posto bello da vedere e qualche altro dove fermarsi a mangiare ce l’ho pure messo eh. Non sono completamente sprovveduta. E dunque, voilà!

Sulla città bianca, la bellissima Belgrado (e dintorni) in attesa del terzo racconto, di giri ce ne sono già due:

Da Est a Ovest, non posso non fermarmi nella mia Roma, una città dove mi sembra di non tornare mai davvero, ma da dove forse non sono neanche mai completamente partita, dove sono sempre, anche quando sto lontana:

Roma che è sempre il punto di partenza per qualcos’altro, come le terme, altri mari:

Un po’ più a ovest, sul margine dell’oceano, la bellissima, gialla (come la crema dei quotidiani pasteis de nata e la limonata), rossa d’uovo, multicolore, straordinaria Lisbona (con una punta a Sintra):

Oltre oceano… Toronto! Il viaggio per l’International Festival of Authors (dove Teodor era stato invitato) e del jet-lag (il mio) più lungo della storia dei jet-lag. Il viaggio del mio incontro con scrittori nativi canadesi. Chi dice che scrivere non ti porta da nessuna parte?

Sempre per motivi letterari (e per sfuggire all’orrido caldo dell’agosto maltese) c’è stata anche Helsinki con la sua pioggerellina e i suoi magnifici 15 gradi estivi. Helsinki e un salto a Tallinn, già che c’eravamo.

Anche l’antropologia fa viaggiare. Ecco un fugacissimo ricordo, impalpabile come un fiocco di neve, di quei due giorni a Innsbruck.

E infine Parigi, Parigi igi igi, come posso dimenticare Parigi? Tornerò mai a vivere a Parigi?

E presto, presto vagherò tra le righe di luoghi non ancora messi nero su bianco, come Amsterdam, Torino, Split, Dubai. E Malta. Forse è il caso che qualcosa che non siano lagne su questa benedetta isola la scriva pure, a un certo punto.

Buon agosto. E spero che dove sto andando piova almeno un po’.

Perché per tanti anni della mia vita agosto era il mese delle piogge. Non è agosto, senza pioggia.

In viaggio, prima del viaggio.

Molti anni fa, mi mettevo in viaggio prima di partire. Aprivo la valigia, di solito una valigia grande – sarei diventata brava a ridurre e sottrarre solo col tempo le cose superflue, mentre le necessarie si sottraevano da sole, divenendo superflue – e la sistemavo per terra o sulla scrivania. Cominciavo dunque a riempirla già qualche giorno prima della partenza, con calma, ragionando su quello che c’era, osservandolo, cambiandolo. Era un’operazione che mi faceva stare bene, che mi metteva già di buonumore ancora prima di chiudermi dietro la porta e dirigermi verso posti nuovi, o posti già noti che si sarebbero rinnovati nel mio nuovo sguardo.

Forse, in maniera figurata, dovrei fare lo stesso adesso. Non solo prima di un viaggio di pochi giorni o settimane, ma prima di proseguire questo tutto che vivo, che mi graffia, delude e che mi travolge senza che io reagisca quasi più, in cui mi sembra sempre di riempire questa sacca grossa, scolorita e bitorzulota che sono le mie giornate, con oggetti per lo più inutili, persone che inquinano l’aria, e umori che creano ristagni insalubri nella mia testa. Ogni tanto riesco anche a fermarmi, ascoltarmi e trovare posto anche per oggetti e persone che mi fanno stare bene, che trasformano gli stagni dei miei pensieri in luccichii marini. Il problema è che le cose e le persone che mi fanno stare bene, quelle che riempirebbero meglio il bagaglio delle mie giornate non fanno rumore, non urlano in faccia; sono silenziose, miti, lontane.

Non è sempre facile scovarle, ricordarsi di lasciare loro spazio, far loro presente di sgomitare un po’, con delicatezza, per passare avanti, farmi un cenno, di tanto in tanto, indossare vesti più sgargianti.

Collezioni di colazioni

Le mie pause dal lavoro non sono solo caffé (lunghi) o tè (bianchi, verdi, alle erbe, scelti in base al nome, al profumo) e, di questi tempi, utilissimi anche a tenere la temperatura corporea a livelli accettabili (mentre in casa, senza termosifoni, si toccano i 13 gradi).

Le mie pause da lavoro sono spesso navigazioni virtuali tra foto di cose da mangiare. Verso l’ora di pranzo, e cena, sfoglio dunque con l’acquolina in bocca, e profondi sospiri, foto di pizze per lo più romane, basse e scrocchiarelle, arrivando a emozionarmi quando vedo coraggiose, ma squisite, combinazioni di ingredienti inattesi (sapendo che sceglierei comunque la margherita). Ne guardo così tante da sentirmi quasi sazia.

Di mattina, invece, crogiolo lo sguardo nelle colazioni, immaginandomi di nuovo a Roma, pronta per una seconda colazione (e chi riesce a uscire di casa a stomaco vuoto?), in un posto completamente nuovo, o in uno in cui sono già stata, e dove mi piacerebbe portare chi, come me, considera il primo pasto il migliore in assoluto della giornata, della settimana, del mese.

Oggi ho scoperto questo bel sito. Tra le varie pagine ce ne era una dedicata alle colazioni. La lascio qui, a futura memoria. E pregusto una sezione di questo blog dedicata solo alle colazioni. Quelle fatte a qualsiasi ora.

Di cosa è fatta questa primavera

Da quando questo universale rinchiudersi è cominciato, al di là di una ragionevole ansia sui cambi di direzione che avrebbe comportato e continuerà a comportare, mentre si cercava di mettere insieme – più come un minestrone che come un ordinato mosaico – il nuovo assetto del nostro quotidiano, si è anche cercato di non soccombere all’assedio fragoroso di 30, 100, 1000 modi di impiegare il tuo tempo! Cosa vedi fuori dalla tua finestra? Metti a posto i tuoi vestiti in ordine alfabetico! Gli ortaggi in frigo secondo tutte le sfumature dell’arcobaleno! Hai mai provato a fare un Mont-Blanc a casa? Creatività a tonnellate, prendine una manciata! Iscriviti a questo gruppo! Arte, musica, poesie da condividere, visite on-line di musei, città… Sì, dico a te, ma stavi davvero pensando di oziare sul divano tutto il pomeriggio a seguire le curve di intonaco e i disegni della luce sul soffitto? A leggere? Ad ascoltare musica? Senza gli occhi piantati su uno schermo? Attenzione! Leggete tutti l’ennesima mail sull’innumerevole quantità di strumenti per la didattica on-line che abbiamo a disposizione, questo mi sa che vi è sfuggito! Continuità! Facile, facilissimo! So excited! Thanks technology, thanks! Ready for the next lecture!

La clausura (qui a Malta) era iniziata da un minuto e sedici secondi e già c’erano persone di fronte allo schermo, a ripetere la loro lezione, con un sorriso da guancia a guancia, quello dei primi della classe, di chi è sempre stato più svelto a salire sul treno; mentre io mi chiedevo ma cosa vi siete presi?

E pensavo, fermiamoci. Fermiamoci qualche minuto o tre giorni interi a guardare i movimenti di questo nuovo paesaggio sociale da lontano, in silenzio, per vedere oltre l’opacità di questo più che previsto rivolgimento, non construendoci subito una facciata di blanda illusione che la norma sia ancora replicabile, perpetuabile, per poi a far sapere a chiunque, come un urlo nella rete, che wow, sì, puoi farcela anche tu. TU.

Io.

Io, cosa ho fatto?

Io, che già da settimane vivevo su altri paralleli, cercando di soffocare l’angoscia per quello che stava accadendo in Italia; io che rinchiusa in me stessa ci sto da una vita, e in casa la maggior parte del tempo (specie in seguito a certi terremoti sociali a cui ancora non riesco a rimediare) quando non viaggio, quando non nuoto, quando non ho appuntamenti di lavoro, quando non vado in cerca di altri posti per stare sola. Io che preferisco stare dietro un obbiettivo che davanti. Davanti lo trovo sempre inopportuno, invasivo, violento. Che ancora non rivedo i video della mia discussione di laurea. Che a malapena riesco a sostenere la vista di quelli delle recite scolastiche di trenta anni fa.

Io, di cosa ho riempito questa strana primavera?

Non di quello che avrei voluto, non così spesso. Le lezioni hanno iniziato a prendermi molto più tempo di quello che normalmente ci voleva prima. Tre, quattro volte tanto. Organizzare la spesa per mangiare pure. Dimenticare quanto l’esperienza di uscire sia divenuta disturbante (anche se non così limitata come in Italia) non ne parliamo. Immaginare cosa potesse servire e tutte le combinazioni utili e intelligenti per resistere almeno due settimane, lasciamo perdere. Cucinare sempre tutti i giorni anche per un’altra persona e non risolvere in dieci minuti con un riso in bianco o una fetta di pane e pomodoro anche.

Capire cosa leggere, cosa ascoltare, a chi dare retta. Come non soccombere a un virus anche più infido, quello dell’acriticità, del pensiero comodo, della generalizzazione.

Dalla sua cella lei vedeva solo il mare. Dalla sua cella lei avrebbe solo voluto vedere il mare. E spera di non scorgere due lune…

Questo è solo un preambolo. Scampoli di tempo per inseguire altro ci sono stati.

E quidi alla prossima, presto, con una serie di frivolissimi post dedicati, tra le altre cose a

Libere colture di capelli bianchi

La gioia di scoprire (avendolo dimenticato) l’esistenza di un terzo volume del già lunghissimo romanzo su cui sto da mesi e avere così da leggere altre 395 pagine di una storia che proprio ora sembra fatta apposta per queste giornate. Cambiato il paesaggio, cambiate le regole.

Il mancato cambio di stagione. Stagioni in casa.

Meditazioni sul tetto.

Ricette e Propp.

E chissà che altro, chissà. È quasi estate, tempo per svuotare il tempo, ce n’è.

Grecia in sogno

La scorsa notte ho sognato di andare in Grecia. Non era che la breve tappa di un viaggio più lungo e di cui non saprei dire la meta finale. Ricordo solo una limpida e pura sensazione di felicità per quelle poche ore di transito in Grecia. Ad Atene, per la precisione. Ricordo di aver detto a Teodor che era con me, “dai corriamo a vedere il Partenone!”.
Non sono mai stata in Grecia ed è strano, perché è quel posto che di solito capita assai presto, quando si hanno ancora pochi anni, ma abbastanza per andare in giro da soli. Ma io, per cominciare ad andare in giro da sola, ho dovuto avere la “scusa” di una ricerca, una cornice accademica intorno, inquietudine insopprimibile e molti anni di più.
Non sono mai stata in Grecia (io, innamorata di Mediterraneo e di cultura classica, io che snobbo il Rinascimento al Louvre e co. per perdermi tra statue, fregi e cocci di vasi), non sono mai andata a studiare inglese a Londra (o chissà dove), non ho mai fatto un Interrail, quando tutti, intorno a me, andavano in Grecia, a Londra, in Interrail.
Forse è per questo che stare ferma troppo a lungo, ora, mi fa male alle gambe, che non aver studiato greco resta il mio più grande (scolastico) rimpianto – e una delle ragioni per cui lasciai Archeologia dopo un anno di università, migrando verso la più fascinosa, intensa e accattivante antropologia – lei sì che mi avrebbe portato via da casa.

Forse è per questo che ancora sogno la Grecia, e ancora me la lascio da parte, come quel boccone che appare più delizioso di tutti gli altri e per questo, nel piatto, lo si lascia alla fine.

Sperando sempre che non si tratti di cipolla.

Tempio delle Nereidi
British Museum, Londra

Il viaggio d’acqua

Il giorno prima di partire per Roma, a casa, è mancata l’acqua. Le bottiglie che di solito riempio e lascio piene per le piante sono servite a sciacquare via giusto il primo strato di sale, dopo un tuffo al mare. Il secondo e forse il terzo sono rimasti sulla pelle che è partita dunque assetata, impaziente di acque ben più sciape.

Alba di casa

Fuori da Fiumicino l’aria era già più fresca e clemente. Il giorno dopo era nuvolo, e ha piovuto. Quant’era che le narici non si riempivano di umidità buona e fresca? La pioggia ha fatto saltare il programma di recarsi tutti insieme alle terme, spostato al giorno dopo, e ci ha portato in centro, ad assistere al fenomeno di una città che si svuotava come una vasca a cui è stato tolto il tappo. A Malta non succede, Malta non si svuota mai.

Mentre percorrevamo le vie dietro Corso Vittorio ho ripensato che, quando si è a Roma, più di scarpe a prova di sampietrini (e no, le espadrillas piatte non lo sono) e un voto di resistenza alle gelaterie (miseramente fallito), è importante mettere in borsa una bottiglia vuota; e poi iniziare a vagare senza mete precise, ma con una lista – vaga – di posti in cui ci si vorrebbe di nuovo – casualmente – trovare e se non succede, pazienza. In tutti questi vagheggiamenti c’è però una costante e questa costante è il nasone, la fontanella. Non si va in cerca della fontanella, tuttavia. La fontanella è una cosa che capita, una bella sorpresa, come la neve e l’arcobaleno. L’acqua che ne esce è la migliore che si sia mai bevuta (se poi ci si vuole dissetare con acqua pura e buona come il miele, almeno così si dice sia, bisogna camminare fino a piazza Barberini, alla fontana delle api – luogo in cui, stavolta, non ci siamo imbattuti).

Il giorno dopo, finalmente, le terme di Chianciano. Ho perso il conto del tempo passato in acqua, sotto gli spruzzi, tra le bolle, a far sonnecchiare beato lo sguardo nel verde di un boschetto tutt’intorno, sotto l’ombra. L’acqua è il mio spazio di meditazione e riappacificazione con il mondo. Che sia il mare, il getto di una doccia o una piscina, l’acqua mi restituisce a quello che sono, a quello che vorrei essere: liquida, fresca, trasparente e vestita di tutte le sfumature del blu. Chiare, fresche e dolci acque.

Acqua, mescolata con altri ingredienti trasformati in qualcosa di divino, è quella che ci siamo ancora concessi prima di fare ritorno nel Lazio. Tre agosto duemiladiciannove è il giorno in cui credo di aver mangiato una delle pizze migliori di tutta la mia vita al ristorante Re al Quadrato di Chianciano: pomodorini, colatura di alici, alici, burrata e prezzemolo. Più gli assaggi alle altre: margherita e marinara. Chi dice che la felicità non può essere mangiata e perfettamente digerita?

E poi, infine, ancora mare, perché il mare è come la pizza, non se ne ha mai abbastanza. Sempre in Toscana, dove abbiamo fatto ritorno, ai piedi dell’Argentario. L’ultima volta che mi ero bagnata nel mio Tirreno era stato nel 2008, durante un paio di giorni a Orbetello con due care amiche antropologhe, prima che il destino ci disperdesse come correnti marine. Orbetello anche questa volta, ma dall’altra parte del promontorio, a Ansedonia. Guardando dal mare verso la spiaggia ho ricordato che il mare italiano è anche contrasto tra spiaggia libera e l’occupazione degli stabilimenti, e poi alternanza tra l’una e gli altri per chilometri, a perdita d’occhio.

L’acqua era una danza di rametti e sabbia, limpida e piacevole ma così diversa da quella a cui ora sono tornata. Acqua turchese, un poco mossa, che ho salutato questa mattina, facendomela di nuovo famigliare nel mio volo liquido tra tanti pesci e una medusa.

Viaggio in Portogallo

Ovvero, il dramma del pomodoro.

Tutto è iniziato sul volo da Zurigo a Lisbona (non perso per un soffio), quando decido di prendere da bere, per la seconda volta nella mia vita, un succo di pomodoro (il primo fu a Parigi, per un aperitivo con Giulia C.). Adoro il pomodoro e spesso quando cucino la salsa della pasta una buona porzione se ne va in copiosi e ridondanti assaggi. Chi era con me non ne ha voluto sapere per più di un sorso e mi ha guardata, per usare un eufemismo, con scetticismo. E io ho pensato di come in effetti ogni pomodoro, una volta uscito dal suo ruolo comune, si muova nei terreni dell’incomprensione. Il dramma del pomodoro è reale ed è quello di un frutto costretto sempre a comportarsi da ortaggio per essere compreso – e consumato.

Ho ripensato a questa delicata questione mentre passeggiavo qualche giorno dopo per la bella Rua dos Remédios, a Lisbona, dove abbiamo soggiornato per una settimana e fatto regolarmente seconde colazioni nelle varie pastelarias e in particolare in quella all’inizio della via, l’Alfacinha, buona e onesta, con i suoi habitués, la sfilza di dolci cremosi (ce li sognamo ancora la notte, e anche il giorno), i barattoli di lupini e le signore del quartiere (sempre a tre a tre) che si incontravano là per un caffè.

Ci ho ripensato perché mi doleva di non essere anche io, in quel posto, une habituée, di non essere capace di ordinare cappuccino e pastel (o anche pan de deus, altra meraviglia) in portoghese, di essere confusa con tutti i turisti che passavano a decine di là per quella via, di non vivere il posto davvero, ma essere solo di passaggio, che la mia permanenza fosse veloce come il tempo di sparizione di due pasteis (perché che fai, ne prendi solo uno?). E in quel momento mi sono sentita anche io un pomodoro, qualcuno che era qualcosa ma doveva agire come qualcos’altro per trovare agio in quella realtà provvisoria di turista o viaggiatrice temporanea – se proprio vogliamo credere che le definizioni che diamo a noi stessi contino qualcosa. Viaggiatrice un corno, ero una turista, punto. Ma ero anche un’antropologa condannata a un perpetuo desiderio di ricerca, che avrebbe voluto fermarsi, trovare un argomento da approfondire, studiare la lingua, girare anche a vuoto e per giorni senza l’urgenza di far fruttare il tempo; di perderne parecchio, anzi, di tempo, per ascoltare il campo, farsi sedurre dalle sue deviazioni, chiacchierare con le persone che ci vivono e trovare nelle loro parole sentieri invisibili e nuovi. E invece tutto quello che potevo fare era consultare la guida, visitare i luoghi consigliati, cercare di perdermi un po’ ma non troppo, stare attenta ai borseggiatori (che pare siano abilissimi e in quella settimana abbiamo sentito più “attenzione ai borseggiatori” che “bon dia”) e conciliare la quantità immane di tuorli d’uovo, che quotidianamente ti passano con tutto quello che ordini, con le abitudini del mio fegato (che a un certo punto mi ha mandato a dire “Virgì, mo’ basta”).

Quando è in vacanza ogni antropologo è a suo modo un pomodoro. Ma è anche questo il bello, questo non adagiarsi mai in nulla, non prendere mai nulla per dato. Questa continua, succosa, inquietudine. E sapere che se si gratta la patina della turista, sotto sotto, c’è sempre un osservatore partecipante.

Nonostante il sentirsi un pomodoro, quei sette giorni a Lisbona sono stati quello che ci voleva. E se turista dovevo essere, allora tanto valeva farlo come si deve. Abbiamo visto parecchie cose quindi, raggiunte rigorosamente a piedi.

E quindi ecco, dopo i tentativi parigini di frivolezza, quelli lusitani, tenendo sempre conto che Lisbona è la città del fado (ah il fado) e quindi ogni frivolezza è solo di facciata.

  1. La to do list

Alcune cose non puoi proprio evitarle, specie se visiti una città per la prima volta. E quindi abbiamo ligiamente depennato dalla lista il Panteão Nacional , la torre di Belém e omonima pastelaria, il Mosteiro dos Jerónimos (splendido), il (purtroppo il chiostro era chiuso per lavori), la Praça do Comércio, il Museu Do Azulejo, il Calouste Gulbenkian, il tram 28, il Bairro Alto, la scontata LX Factory, la livraria Bertrand e una quantità innumerevole di miradores senza l’aiuto di alcun elevadores (la rima è puramente casuale). Tutto a piedi, dicevo. Succede sempre così, per un po’ di giorni ignoriamo i mezzi pubblici, facciamo come se non esistessero per niente, poi ci arriviamo per disperazione e per praticità. Ma in fondo Lisbona è una città piccola, così ha detto più volte un amico di Teo, la prima e l’ultima volta che ci siamo visti, ed è sempre bello avere amici in una città che si visita. Avere qualcuno da vedere e con cui passeggiare ti fa sentire meno pomodoro e più tomate (e quindi, cari Louis e Angelica, quando verrete a trovarci faremo di tutto per farvi sentire il più possibile dei tadam).


2. Il Feira da ladra, l’immancabile mercatino…

…dove non faccio mai nessun affare ma solo foto – e dove abbandono Teo al primo bancone di libri per tornare poi a cercarlo un quarto d’ora dopo e trovarlo esattamente dove l’ho lasciato.

3. La cura dei colori

Vivendo in un’isola gialla che per giorni e anche alla partenza era sotto un cielo grigio, uragani, tempeste, grandine, vento e chi più ne ha, Lisbona è stata davvero una cura per gli occhi.

4. Birdwatching

Venendo pure da un’isola che stermina la maggior parte dei volatili che osano mettere l’ala all’interno del suo spazio aereo, il Portogallo non ha deluso neanche in quello.

5. Sintra

L’ennesimo momento in cui ho rimpianto di aver dimenticato le mie ali da fata a Parigi. Perché Sintra è una fiaba. Ma può anche essere un incubo, se non si azzecca la stagione. Su Sintra ho letto parecchio prima di andare, cercando di capire cosa, tra le tante meraviglie, non si potesse escludere e ovunque, guide e siti, mettono in guardia dalle orde di persone che a gruppi di dieci, cento e mille la raggiungono, l’attraversano e la riempiono, traboccando da ogni dove. Nonostante il treno fosse già pieno di mattina presto e nonostante le scolaresche italiane e portoghesi in gita, siamo stati fortunati e abbiamo potuto girovagare per castelli, grotte, labirinti e lussuriosi giardini a nostro piacimento, senza file, senza intralci. Ci siamo anche seduti alla celeberrima pasteleria Piriquita dove i dolci del luogo li abbiamo provati tutti e due (i travesseiros e le queijadas) e anche quelli devo ammettere che ci mancano assai, ora. Il giro intelligente e fortunato è iniziato proprio dalla pasteleria, ha proseguito con il Palacio Nacional, la Quinta da Regaleira e infine il Palacio e Parque da Pena. Il tutto disquisendo anche di letteratura inglese e Lord Byron che a Sintra dedicò alcuni versi del Childe Harold’s Pilgrimage:


Lo! Cintra’s glorious Eden intervenes
In variegated maze of mount and glen.
Ah, me! what hand can pencil guide, or pen,
To follow half on which the eye dilates
Through views more dazzling unto mortal ken
Than those whereof such things the bard relates,
Who to the awe-struck world unlocked Elysium’s gates?

6. Alfama

Il quartiere dove avevamo casa. Il solo dove, se dovessi tornare a Lisbona, sceglierei ancora di stare. Il fado (ascoltato la sera del mio compleanno gustando un caldo verde al no. 83 di rua dos Remedios) e il commento di Teo “mi ricorda di quando ci siamo persi a Bitonto, ma senza l’ansia di stare per perdere il treno per Bari”, bastano per non desiderare di dormire altrove.

7. Quello che non mettiamo a fuoco,

che accantoniamo, che lasciamo in sospeso come le note notturne di un fado che si insinuano tra le mura piastrellate e ci accompagnano verso un sonno senza sogni, che di cose ne abbiamo già sognate abbastanza ed è tempo di riposare, di riguadagnare energie per altri sogni. Quello che è stato scartato in nome di cose che allora ci sembravano più perfette e solo ora capiamo che nello scarto c’è invece tutta la libertà e la possibilità di essere altro. E che certi errori sono anche bellissimi da fare e da ripetere.

Un errore da non rifare, tuttavia, è quello di lasciare ancora a lungo questo paese da parte. Il Portogallo, che ho vissuto per anni nella letteratura di Pessoa e Tabucchi, è stato un viaggio a lungo accantonato proprio come la sua posizione, defilata là nel lato estremo dell’Europa. Paese con lo sguardo rivolto verso il vento, l’oceano e terre ancora più lontane, terra a sua volta che parla poco del continente a cui appartiene e molto d’oltremare.

8. Dulcis in fundo.

Loro. Che pure se Lisbona non avesse avuto nulla da vedere, il viaggio valeva la pena di farlo solo per loro. Qui sotto la poesia di mani, crema e cottura a 200° della Manteigaria Fabrica de Pasteis De nata.

Obrigada.

Parigi… pace? Sette tentativi di riconciliazione (tra mostre, musei, poesia, galette e cucina vietnamita) e un promemoria.

Prima che iniziasse l’anno nuovo, mentre ero ancora là che mi districavo nei rimasugli del vecchio, mi sono detta, risoluta: nei prossimi mesi me ne starò tranquilla a casa a scrivere e quello che scrivo non resterà nelle disordinatissime cartelle del mio desktop, no, cara mia, stavolta quello che scrivi esce fuori, va pubblicato. Provaci, almeno.

E invece no. A gennaio sono tornata a Roma, a metà febbraio c’è stato l’intermezzo di lavoro austriaco e, tra il primo e il secondo viaggio, Parigi. Ma Parigi, mi chiedo ora, è un posto dove vado o dove ritorno? Il non capirlo mi provoca sempre problemi non irrilevanti con la città e col tempo che le dedico. Ora, mettiamo che Parigi sia il posto dove sempre torno, e non vado mai. Mettiamo che per tornare serva sempre un motivo. Quello sì, c’è sempre. E stavolta era pure validissimo: assistere alla soutenance – perfetta, incredibile, brillante – di Ludo. A Parigi non capito mai senza ragioni. Perché se non ci sono i motivi particolari ci sono comunque quelli ricorrenti: un seminario, un possibile lavoro, senza dimenticare tutti gli amici e tutti i luoghi dove non c’è mai un solo ricordo e dove le memorie si accalcano e fanno a gara per quella che emergerà per prima e per prima si lascerà raccontare.

Tutto questo fa di Parigi la città dei miei ritorni “a casa” (senza che una casa col portone di legno e il codice ci sia più), e mai la destinazione di una vacanza. Che poi queste schizofrenie tra andare e tornare, tra vacanza e quotidianità più o meno ritrovata, non diano problemi di gestione delle giornate, quello è un altro discorso che sa bene chi mi accompagna (e mi tollera). Perché io ci provo rilassarmi a Parigi, ma poi, più di tanto, non ci riesco. Parigi è pesante, sempre. Di nomi di vie e fermate di metro che sono sempre qualcosa di più, di rimorsi, di rimpianti, di visi, di occhi, di giri in bici, di valigie che non volevo fare, di ore in biblioteca, a lezione, di bei ricordi, di file alle panetterie, di giardini e picnic, di mesi che vorrei ancora trascorrervi. Però l’impegno a prendere la ville con più frivolezza c’è, c’è tutto.

Ed ecco, come prova, tutti i miei tentativi.

Tentativo no. 1: Quai Branly o Pompidou?

Avrei voluto fare un salto al Quai Branly, il quale, al di là di tutte le polemiche espositive che uno possa tirare fuori, resta uno dei luoghi più incredibili, in quanto a collezioni, in cui abbia mai messo piede. Quello e il Centre Pompidou, dove invece i piedi li ho messi tutti e due, qualche ora prima di tornare a Malta. Non sono riuscita a ritrovare il mio Matisse preferito e non so se mi piaccia la rigida seppur necessaria partizione cronologica tra arte moderna e contemporanea (preferisco sempre i percorsi tematici) ma capisco anche che sia difficile organizzare tutto quel ben di dio del moderno con le illuminazioni (o spesso i deliri) delle istallazioni contemporanee e quindi, alla fine, non sono uscita delusa (mai, dal Pompidou non si esce mai delusi. Forse un po’ scioccati per i sei euro della fetta di torta di mele. Ma era buona, e li valeva tutti).

Tentativo no. 2: dove non arriva l’arte, arriva la psicoanalisi.

Al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme c’era invece la bella mostra temporanea (ora terminata) Sigmund Freud. Du regard à l’écoute, un viaggio nella quotidianità (se così si può dire) di Freud, negli stimoli, studi, arte, spettacolo e ostruzioni del suo tempo. Non avrei messo Freud sullo stesso piano delle rivoluzioni di Copernico e Darwin (e qui l’inchino è sempre d’obbligo), ma il percorso tra astrusi macchinari di cura pre-psicoanalisi, la sua borsa da lavoro, la ricostruzione dello studio, i filmini di famiglia, le letture dell’epoca e gli schizzi illustranti le fasi dell’isterismo femminile, hanno un po’ messo a soqquadro le basi del mio scetticismo per la disciplina. Che fosse una tappa necessaria, nella storia e prima del pranzo al Marais, su questo non c’è dubbio.

Tentativo no. 3: se la vita è una, perché non viverla da rossa? 

Ancora aperta, fino al 20 maggio (lo dico perché quello che scrivo sia anche di qualche utilità) è invece un’altra bella mostra nel XVIIème (un arrondissement in genere poco praticato), presso il Musée National Jean-Jacques Henner, dal titolo Roux! e dedicata – sì, l’ho scelta io, apposta – ai capelli rossi (alla loro rarità, fascinazione demoniaca, eccezione, ossessione, attrazione, dal tempo del pittore fino a oggi, dall’arte alla pop culture). Il museo è già di per sé un viaggio nel tempo, tra le stanze e le scale di una casa accogliente che deve essere stata anche molto amata; la ricostruzione dell’atelier con scrivania, pennelli e tavolozza (o semplicemente il fatto che nulla sia stato toccato, presumo, da allora) soddisfano anche la più difficile antropologa appassionata di oggetti di memoria e gli schizzi di Henner sono un perfetto preludio delle opere più elaborate che tuttavia, anche nella loro completezza, sembrano sempre sospese nel sogno, in una perfetta soffusa fugacità, e con soggetti che non sai se saranno così disciplinati da restare là buoni e fermi, non appena avrai distolto lo sguardo.

Tentativo no. 4: Pablo. 

Ah, Picasso (al Musée Picasso e al Centre Pompidou). Non sono una critica d’arte e i miei ultimi studi strutturati di storia dell’arte risalgono al quinto liceo (se escludiamo Antropologia e Arte, durante la specialistica). Tutto questo per dire che su Picasso è meglio che taccia. Non mi piaceva molto, un tempo, ma ritengo perché allora non mi piacessi molto io e cercavo nell’arte più sicurezza che labirinti. Ora credo che il mondo senza la sua arte non sarebbe lo stesso: è un’arte che ti scaraventa oltre, e che in quell’oltre ti ci abbandona e smarrisce lasciandoti però allo stesso tempo gli indizi per tornare indietro. E tu ti incammini a ritroso, scosso, sorpreso, incantato, ma sempre con l’occhio rivolto a quel sentiero nascosto.


Tentativo no. 5: Virginie la reine (non proprio la cosa più sicura, in Francia).

Due galette, due vittorie. Non c’è molto altro da aggiungere. Sì, Teodor, anche io credevo che quel rigonfiamento fosse “il personaggio” (cit. Chiara Carolei) e la fetta te l’avevo lasciata scegliere apposta, e invece no, era una galette ingannevole. Le borse brutte (o forse i Buddha, libera interpretazione, ibidem) le ho entrambe trovate io.

Tentativo no. 6: i ristoranti vietnamiti

Se dovessi trasferirmi di nuovo a Parigi vorrei nei pressi di casa (tipo sotto, che posso anche andarci in ciavatte) un ristorante vietnamita. Una delle migliori cucine al mondo, delicata e intrigante, esotica e famigliare, con una perfetta combinazione di colori, come un affresco. E leggera. Siamo tornati con Giulia e Julien da Hanoi, dove cerco di passare ogni volta che capito nel XIème (cioè sempre) grazie a una fortuita combinazione di appetito, freddo, quartiere e mezzodì, tipo che uno ha detto ho fame e l’altro, ah ma qua vicino non c’è Hanoi? e un terzo, oh, c’è posto, e il quarto: entriamo. E zuppa fu.

Ma con Teodor abbiamo anche provato il Quan Viet e se ci tornassi ordinerei direttamente due-tre porzioni dei loro ravioli al vapore e sarei la persona più felice del mondo (almeno per una decina di minuti).

Tentativo no. 7: la poesia (e la filosofia)

Una serata di letture (anche in maltese, grazie Liz) nella bellissima libreria Les Petites Platons dedicata alla filosofia (per bambini, e quindi per tutti). E ricordarsi della bellezza della parola “leggiadro”. E sperare di poter davvero, un giorno, curare la traduzione di quella collana poetico-letteraria-filosofica. Eh, Ludo?

Serata di letture per i trent’anni della rivista Clandestino

Il migliore promemoria di sempre.

Passeggiata veloce, fredda, intensa al Père Lachaise, a due passi da dove alloggiavamo. Non ho trovato Chopin stavolta e la sua lapide piena di rose rosse. Sarà per la prossima.

Foto mie e di Teodor.

Le notti di San Lorenzo

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Non era una notte sola, ma tre o quattro, tutte accalcate intorno a quella del dieci dove le aspettative di vedere il cielo pennellato di luci erano comunque sempre le più alte, le più forti. Le notti di agosto più interessanti, quelle di cui ho più nostalgia, le ho trascorse su una spessa balaustra di pietra con sotto quasi 100 metri di vuoto e un paesaggio incredibile, a fissare il cielo, per ore.

San Lorenzo era un giorno e un luogo. San Lorenzo era il dieci agosto, ma anche il quartiere romano dove mio padre era cresciuto, dove viveva nonna fino alla metà degli anni novanta, in un bell’appartamento da dove si vedevano senza intralci le mura aureliane e sopra quelle l’intreccio di binari che portavano via da Roma e a Roma ti riportavano.

San Lorenzo è stata quella notte di più di venti anni fa, dove con gli amici ci si era lasciati dietro il bar, la piazza, le panchine e le vie arancioni per inerpicarci, ben forniti di plaid, su per una strada non asfaltata, ripidissima, e cercare poi a tentoni un luogo per sdraiarsi, uno spiazzo, un prato, delle rocce piatte, avamposti di salite ben più faticose per i Monti Lepini. Una concorrenza di sguardi agguerrita, chi vede la stella cadere per primo, il desiderio è il suo, qualche battuta, tanto silenzio, un ragazzo che mi stava assai simpatico che mi strinse la mano, là al buio, sotto la coperta. E basta, fu tutto lì, per tutta l’estate.

Le stelle sono molto attente. E vogliono desideri ben precisi. Non si può essere vaghi e sciatti con le parole, quando ci si rivolge alle stelle. Lo scoprii nel 1996, l’anno successivo. Ero sul terrazzo degli altri nonni, un terrazzo che correva tutto intorno all’appartamento, dove amavo isolarmi fin da bambina, per giocare, per immaginare chissà che storie. Storie sempre più diverse, man mano che crescevo. A maggior ragione me ne stetti là la notte di San Lorenzo in attesa, stavolta da sola. Cadde una stella e con quella venne giù anche il solito tuffo al cuore: a una stella che si brucia cadendo non ci si abitua mai. Espressi un desiderio, dettagliatissimo. Si avverò, senza la minima sbavatura, neanche due settimane dopo. Ancora sorrido, quando ci penso, quando penso all’impeccabilità di quella stella.

Su quest’isola c’è troppa luce, troppo rumore, c’è troppo di tutto. Non c’è la pazienza dei luoghi bui, del silenzio, di ore passate a non fare nulla se non a guardare il cielo, in silenzio, per ore, in attesa di qualcosa che può anche non accadere. E probabilmente anche le stelle si devono essere stancate di ascoltare i pensieri, parola per parola, di prendere nota, di eseguire un desiderio alla lettera. O forse i pensieri sono ormai troppo impiastricciati, un desiderio litiga con un altro, non si sa a quale dare la precedenza. Oppure si fa fatica a trovarli, i desideri, in quella parte polverosa e caotica dei pensieri, dove tutto è stato ammucchiato senza cura, finito sotto cumuli di preoccupazioni, artifici, sorrisi a forza.

E la ragione di molti sogni si deve essere scolorita, o ha preso muffa. Forse.

Per un’antropologia della frivolezza

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Devo ammettere che un po’ (ma solo un po’) mi manca quest’anno, in questa stagione, intervallare il lavoro con la relativa leggerezza di ore passate a cercare in giro e su internet la combinazione migliore di fiori e succulente per un bouquet, la torta di fragole perfetta (più fragole, più fragole, meno zucchero e inutili decorazioni di pasta di zucchero – se non posso mangiarle, che me le metti a fare?! – più fragole, più fragole, le fragole non sono mai abbastanza, e qualche rosa, pure, qua e là), il vestito non da sposa ma comunque bianco e bello come un aquilone, la biancheria iper strategica poi (ho visto cose che voi umani…) adatta a quel vestito geometrico un po’ trasparente e con schiena nuda, gli anelli eco-etici parigini, il trucco (non troppo “dark“, ma tanto poi la truccatrice avrebbe fatto di testa sua) la gravosa scelta dell’acconciatura o di non averne affatto una, perché contro l’umidità feroce di quest’isola ho già perso a tavolino, le scarpe non da tortura, le liste (quante liste, troppe anche per chi le liste le ama visceralmente), le idee per la tavola, i menù ad hoc (senza cipolla, senza lattosio, per celiaci, per vegetariani, per vegani), le decorazioni, il prosecco migliore, i vini, i dolci sabini e serbi, e fare tutto in appena cinque settimane…
È così. Ogni volta che guardo indietro è sempre della me frivola e leggera che sento di più la nostalgia.
(fotografia: Chiara Carolei, Moumou photography)