Viaggio in Portogallo

Ovvero, il dramma del pomodoro.

Tutto è iniziato sul volo da Zurigo a Lisbona (non perso per un soffio), quando decido di prendere da bere, per la seconda volta nella mia vita, un succo di pomodoro (il primo fu a Parigi, per un aperitivo con Giulia C.). Adoro il pomodoro e spesso quando cucino la salsa della pasta una buona porzione se ne va in copiosi e ridondanti assaggi. Chi era con me non ne ha voluto sapere per più di un sorso e mi ha guardata, per usare un eufemismo, con scetticismo. E io ho pensato di come in effetti ogni pomodoro, una volta uscito dal suo ruolo comune, si muova nei terreni dell’incomprensione. Il dramma del pomodoro è reale ed è quello di un frutto costretto sempre a comportarsi da ortaggio per essere compreso – e consumato.

Ho ripensato a questa delicata questione mentre passeggiavo qualche giorno dopo per la bella Rua dos Remédios, a Lisbona, dove abbiamo soggiornato per una settimana e fatto regolarmente seconde colazioni nelle varie pastelarias e in particolare in quella all’inizio della via, l’Alfacinha, buona e onesta, con i suoi habitués, la sfilza di dolci cremosi (ce li sognamo ancora la notte, e anche il giorno), i barattoli di lupini e le signore del quartiere (sempre a tre a tre) che si incontravano là per un caffè.

Ci ho ripensato perché mi doleva di non essere anche io, in quel posto, une habituée, di non essere capace di ordinare cappuccino e pastel (o anche pan de deus, altra meraviglia) in portoghese, di essere confusa con tutti i turisti che passavano a decine di là per quella via, di non vivere il posto davvero, ma essere solo di passaggio, che la mia permanenza fosse veloce come il tempo di sparizione di due pasteis (perché che fai, ne prendi solo uno?). E in quel momento mi sono sentita anche io un pomodoro, qualcuno che era qualcosa ma doveva agire come qualcos’altro per trovare agio in quella realtà provvisoria di turista o viaggiatrice temporanea – se proprio vogliamo credere che le definizioni che diamo a noi stessi contino qualcosa. Viaggiatrice un corno, ero una turista, punto. Ma ero anche un’antropologa condannata a un perpetuo desiderio di ricerca, che avrebbe voluto fermarsi, trovare un argomento da approfondire, studiare la lingua, girare anche a vuoto e per giorni senza l’urgenza di far fruttare il tempo; di perderne parecchio, anzi, di tempo, per ascoltare il campo, farsi sedurre dalle sue deviazioni, chiacchierare con le persone che ci vivono e trovare nelle loro parole sentieri invisibili e nuovi. E invece tutto quello che potevo fare era consultare la guida, visitare i luoghi consigliati, cercare di perdermi un po’ ma non troppo, stare attenta ai borseggiatori (che pare siano abilissimi e in quella settimana abbiamo sentito più “attenzione ai borseggiatori” che “bon dia”) e conciliare la quantità immane di tuorli d’uovo, che quotidianamente ti passano con tutto quello che ordini, con le abitudini del mio fegato (che a un certo punto mi ha mandato a dire “Virgì, mo’ basta”).

Quando è in vacanza ogni antropologo è a suo modo un pomodoro. Ma è anche questo il bello, questo non adagiarsi mai in nulla, non prendere mai nulla per dato. Questa continua, succosa, inquietudine. E sapere che se si gratta la patina della turista, sotto sotto, c’è sempre un osservatore partecipante.

Nonostante il sentirsi un pomodoro, quei sette giorni a Lisbona sono stati quello che ci voleva. E se turista dovevo essere, allora tanto valeva farlo come si deve. Abbiamo visto parecchie cose quindi, raggiunte rigorosamente a piedi.

E quindi ecco, dopo i tentativi parigini di frivolezza, quelli lusitani, tenendo sempre conto che Lisbona è la città del fado (ah il fado) e quindi ogni frivolezza è solo di facciata.

  1. La to do list

Alcune cose non puoi proprio evitarle, specie se visiti una città per la prima volta. E quindi abbiamo ligiamente depennato dalla lista il Panteão Nacional , la torre di Belém e omonima pastelaria, il Mosteiro dos Jerónimos (splendido), il (purtroppo il chiostro era chiuso per lavori), la Praça do Comércio, il Museu Do Azulejo, il Calouste Gulbenkian, il tram 28, il Bairro Alto, la scontata LX Factory, la livraria Bertrand e una quantità innumerevole di miradores senza l’aiuto di alcun elevadores (la rima è puramente casuale). Tutto a piedi, dicevo. Succede sempre così, per un po’ di giorni ignoriamo i mezzi pubblici, facciamo come se non esistessero per niente, poi ci arriviamo per disperazione e per praticità. Ma in fondo Lisbona è una città piccola, così ha detto più volte un amico di Teo, la prima e l’ultima volta che ci siamo visti, ed è sempre bello avere amici in una città che si visita. Avere qualcuno da vedere e con cui passeggiare ti fa sentire meno pomodoro e più tomate (e quindi, cari Louis e Angelica, quando verrete a trovarci faremo di tutto per farvi sentire il più possibile dei tadam).


2. Il Feira da ladra, l’immancabile mercatino…

…dove non faccio mai nessun affare ma solo foto – e dove abbandono Teo al primo bancone di libri per tornare poi a cercarlo un quarto d’ora dopo e trovarlo esattamente dove l’ho lasciato.

3. La cura dei colori

Vivendo in un’isola gialla che per giorni e anche alla partenza era sotto un cielo grigio, uragani, tempeste, grandine, vento e chi più ne ha, Lisbona è stata davvero una cura per gli occhi.

4. Birdwatching

Venendo pure da un’isola che stermina la maggior parte dei volatili che osano mettere l’ala all’interno del suo spazio aereo, il Portogallo non ha deluso neanche in quello.

5. Sintra

L’ennesimo momento in cui ho rimpianto di aver dimenticato le mie ali da fata a Parigi. Perché Sintra è una fiaba. Ma può anche essere un incubo, se non si azzecca la stagione. Su Sintra ho letto parecchio prima di andare, cercando di capire cosa, tra le tante meraviglie, non si potesse escludere e ovunque, guide e siti, mettono in guardia dalle orde di persone che a gruppi di dieci, cento e mille la raggiungono, l’attraversano e la riempiono, traboccando da ogni dove. Nonostante il treno fosse già pieno di mattina presto e nonostante le scolaresche italiane e portoghesi in gita, siamo stati fortunati e abbiamo potuto girovagare per castelli, grotte, labirinti e lussuriosi giardini a nostro piacimento, senza file, senza intralci. Ci siamo anche seduti alla celeberrima pasteleria Piriquita dove i dolci del luogo li abbiamo provati tutti e due (i travesseiros e le queijadas) e anche quelli devo ammettere che ci mancano assai, ora. Il giro intelligente e fortunato è iniziato proprio dalla pasteleria, ha proseguito con il Palacio Nacional, la Quinta da Regaleira e infine il Palacio e Parque da Pena. Il tutto disquisendo anche di letteratura inglese e Lord Byron che a Sintra dedicò alcuni versi del Childe Harold’s Pilgrimage:


Lo! Cintra’s glorious Eden intervenes
In variegated maze of mount and glen.
Ah, me! what hand can pencil guide, or pen,
To follow half on which the eye dilates
Through views more dazzling unto mortal ken
Than those whereof such things the bard relates,
Who to the awe-struck world unlocked Elysium’s gates?

6. Alfama

Il quartiere dove avevamo casa. Il solo dove, se dovessi tornare a Lisbona, sceglierei ancora di stare. Il fado (ascoltato la sera del mio compleanno gustando un caldo verde al no. 83 di rua dos Remedios) e il commento di Teo “mi ricorda di quando ci siamo persi a Bitonto, ma senza l’ansia di stare per perdere il treno per Bari”, bastano per non desiderare di dormire altrove.

7. Quello che non mettiamo a fuoco,

che accantoniamo, che lasciamo in sospeso come le note notturne di un fado che si insinuano tra le mura piastrellate e ci accompagnano verso un sonno senza sogni, che di cose ne abbiamo già sognate abbastanza ed è tempo di riposare, di riguadagnare energie per altri sogni. Quello che è stato scartato in nome di cose che allora ci sembravano più perfette e solo ora capiamo che nello scarto c’è invece tutta la libertà e la possibilità di essere altro. E che certi errori sono anche bellissimi da fare e da ripetere.

Un errore da non rifare, tuttavia, è quello di lasciare ancora a lungo questo paese da parte. Il Portogallo, che ho vissuto per anni nella letteratura di Pessoa e Tabucchi, è stato un viaggio a lungo accantonato proprio come la sua posizione, defilata là nel lato estremo dell’Europa. Paese con lo sguardo rivolto verso il vento, l’oceano e terre ancora più lontane, terra a sua volta che parla poco del continente a cui appartiene e molto d’oltremare.

8. Dulcis in fundo.

Loro. Che pure se Lisbona non avesse avuto nulla da vedere, il viaggio valeva la pena di farlo solo per loro. Qui sotto la poesia di mani, crema e cottura a 200° della Manteigaria Fabrica de Pasteis De nata.

Obrigada.

Parigi… pace? Sette tentativi di riconciliazione (tra mostre, musei, poesia, galette e cucina vietnamita) e un promemoria.

Prima che iniziasse l’anno nuovo, mentre ero ancora là che mi districavo nei rimasugli del vecchio, mi sono detta, risoluta: nei prossimi mesi me ne starò tranquilla a casa a scrivere e quello che scrivo non resterà nelle disordinatissime cartelle del mio desktop, no, cara mia, stavolta quello che scrivi esce fuori, va pubblicato. Provaci, almeno.

E invece no. A gennaio sono tornata a Roma, a metà febbraio c’è stato l’intermezzo di lavoro austriaco e, tra il primo e il secondo viaggio, Parigi. Ma Parigi, mi chiedo ora, è un posto dove vado o dove ritorno? Il non capirlo mi provoca sempre problemi non irrilevanti con la città e col tempo che le dedico. Ora, mettiamo che Parigi sia il posto dove sempre torno, e non vado mai. Mettiamo che per tornare serva sempre un motivo. Quello sì, c’è sempre. E stavolta era pure validissimo: assistere alla soutenance – perfetta, incredibile, brillante – di Ludo. A Parigi non capito mai senza ragioni. Perché se non ci sono i motivi particolari ci sono comunque quelli ricorrenti: un seminario, un possibile lavoro, senza dimenticare tutti gli amici e tutti i luoghi dove non c’è mai un solo ricordo e dove le memorie si accalcano e fanno a gara per quella che emergerà per prima e per prima si lascerà raccontare.

Tutto questo fa di Parigi la città dei miei ritorni “a casa” (senza che una casa col portone di legno e il codice ci sia più), e mai la destinazione di una vacanza. Che poi queste schizofrenie tra andare e tornare, tra vacanza e quotidianità più o meno ritrovata, non diano problemi di gestione delle giornate, quello è un altro discorso che sa bene chi mi accompagna (e mi tollera). Perché io ci provo rilassarmi a Parigi, ma poi, più di tanto, non ci riesco. Parigi è pesante, sempre. Di nomi di vie e fermate di metro che sono sempre qualcosa di più, di rimorsi, di rimpianti, di visi, di occhi, di giri in bici, di valigie che non volevo fare, di ore in biblioteca, a lezione, di bei ricordi, di file alle panetterie, di giardini e picnic, di mesi che vorrei ancora trascorrervi. Però l’impegno a prendere la ville con più frivolezza c’è, c’è tutto.

Ed ecco, come prova, tutti i miei tentativi.

Tentativo no. 1: Quai Branly o Pompidou?

Avrei voluto fare un salto al Quai Branly, il quale, al di là di tutte le polemiche espositive che uno possa tirare fuori, resta uno dei luoghi più incredibili, in quanto a collezioni, in cui abbia mai messo piede. Quello e il Centre Pompidou, dove invece i piedi li ho messi tutti e due, qualche ora prima di tornare a Malta. Non sono riuscita a ritrovare il mio Matisse preferito e non so se mi piaccia la rigida seppur necessaria partizione cronologica tra arte moderna e contemporanea (preferisco sempre i percorsi tematici) ma capisco anche che sia difficile organizzare tutto quel ben di dio del moderno con le illuminazioni (o spesso i deliri) delle istallazioni contemporanee e quindi, alla fine, non sono uscita delusa (mai, dal Pompidou non si esce mai delusi. Forse un po’ scioccati per i sei euro della fetta di torta di mele. Ma era buona, e li valeva tutti).

Tentativo no. 2: dove non arriva l’arte, arriva la psicoanalisi.

Al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme c’era invece la bella mostra temporanea (ora terminata) Sigmund Freud. Du regard à l’écoute, un viaggio nella quotidianità (se così si può dire) di Freud, negli stimoli, studi, arte, spettacolo e ostruzioni del suo tempo. Non avrei messo Freud sullo stesso piano delle rivoluzioni di Copernico e Darwin (e qui l’inchino è sempre d’obbligo), ma il percorso tra astrusi macchinari di cura pre-psicoanalisi, la sua borsa da lavoro, la ricostruzione dello studio, i filmini di famiglia, le letture dell’epoca e gli schizzi illustranti le fasi dell’isterismo femminile, hanno un po’ messo a soqquadro le basi del mio scetticismo per la disciplina. Che fosse una tappa necessaria, nella storia e prima del pranzo al Marais, su questo non c’è dubbio.

Tentativo no. 3: se la vita è una, perché non viverla da rossa? 

Ancora aperta, fino al 20 maggio (lo dico perché quello che scrivo sia anche di qualche utilità) è invece un’altra bella mostra nel XVIIème (un arrondissement in genere poco praticato), presso il Musée National Jean-Jacques Henner, dal titolo Roux! e dedicata – sì, l’ho scelta io, apposta – ai capelli rossi (alla loro rarità, fascinazione demoniaca, eccezione, ossessione, attrazione, dal tempo del pittore fino a oggi, dall’arte alla pop culture). Il museo è già di per sé un viaggio nel tempo, tra le stanze e le scale di una casa accogliente che deve essere stata anche molto amata; la ricostruzione dell’atelier con scrivania, pennelli e tavolozza (o semplicemente il fatto che nulla sia stato toccato, presumo, da allora) soddisfano anche la più difficile antropologa appassionata di oggetti di memoria e gli schizzi di Henner sono un perfetto preludio delle opere più elaborate che tuttavia, anche nella loro completezza, sembrano sempre sospese nel sogno, in una perfetta soffusa fugacità, e con soggetti che non sai se saranno così disciplinati da restare là buoni e fermi, non appena avrai distolto lo sguardo.

Tentativo no. 4: Pablo. 

Ah, Picasso (al Musée Picasso e al Centre Pompidou). Non sono una critica d’arte e i miei ultimi studi strutturati di storia dell’arte risalgono al quinto liceo (se escludiamo Antropologia e Arte, durante la specialistica). Tutto questo per dire che su Picasso è meglio che taccia. Non mi piaceva molto, un tempo, ma ritengo perché allora non mi piacessi molto io e cercavo nell’arte più sicurezza che labirinti. Ora credo che il mondo senza la sua arte non sarebbe lo stesso: è un’arte che ti scaraventa oltre, e che in quell’oltre ti ci abbandona e smarrisce lasciandoti però allo stesso tempo gli indizi per tornare indietro. E tu ti incammini a ritroso, scosso, sorpreso, incantato, ma sempre con l’occhio rivolto a quel sentiero nascosto.


Tentativo no. 5: Virginie la reine (non proprio la cosa più sicura, in Francia).

Due galette, due vittorie. Non c’è molto altro da aggiungere. Sì, Teodor, anche io credevo che quel rigonfiamento fosse “il personaggio” (cit. Chiara Carolei) e la fetta te l’avevo lasciata scegliere apposta, e invece no, era una galette ingannevole. Le borse brutte (o forse i Buddha, libera interpretazione, ibidem) le ho entrambe trovate io.

Tentativo no. 6: i ristoranti vietnamiti

Se dovessi trasferirmi di nuovo a Parigi vorrei nei pressi di casa (tipo sotto, che posso anche andarci in ciavatte) un ristorante vietnamita. Una delle migliori cucine al mondo, delicata e intrigante, esotica e famigliare, con una perfetta combinazione di colori, come un affresco. E leggera. Siamo tornati con Giulia e Julien da Hanoi, dove cerco di passare ogni volta che capito nel XIème (cioè sempre) grazie a una fortuita combinazione di appetito, freddo, quartiere e mezzodì, tipo che uno ha detto ho fame e l’altro, ah ma qua vicino non c’è Hanoi? e un terzo, oh, c’è posto, e il quarto: entriamo. E zuppa fu.

Ma con Teodor abbiamo anche provato il Quan Viet e se ci tornassi ordinerei direttamente due-tre porzioni dei loro ravioli al vapore e sarei la persona più felice del mondo (almeno per una decina di minuti).

Tentativo no. 7: la poesia (e la filosofia)

Una serata di letture (anche in maltese, grazie Liz) nella bellissima libreria Les Petites Platons dedicata alla filosofia (per bambini, e quindi per tutti). E ricordarsi della bellezza della parola “leggiadro”. E sperare di poter davvero, un giorno, curare la traduzione di quella collana poetico-letteraria-filosofica. Eh, Ludo?

Serata di letture per i trent’anni della rivista Clandestino

Il migliore promemoria di sempre.

Passeggiata veloce, fredda, intensa al Père Lachaise, a due passi da dove alloggiavamo. Non ho trovato Chopin stavolta e la sua lapide piena di rose rosse. Sarà per la prossima.

Foto mie e di Teodor.

Le notti di San Lorenzo

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Non era una notte sola, ma tre o quattro, tutte accalcate intorno a quella del dieci dove le aspettative di vedere il cielo pennellato di luci erano comunque sempre le più alte, le più forti. Le notti di agosto più interessanti, quelle di cui ho più nostalgia, le ho trascorse su una spessa balaustra di pietra con sotto quasi 100 metri di vuoto e un paesaggio incredibile, a fissare il cielo, per ore.

San Lorenzo era un giorno e un luogo. San Lorenzo era il dieci agosto, ma anche il quartiere romano dove mio padre era cresciuto, dove viveva nonna fino alla metà degli anni novanta, in un bell’appartamento da dove si vedevano senza intralci le mura aureliane e sopra quelle l’intreccio di binari che portavano via da Roma e a Roma ti riportavano.

San Lorenzo è stata quella notte di più di venti anni fa, dove con gli amici ci si era lasciati dietro il bar, la piazza, le panchine e le vie arancioni per inerpicarci, ben forniti di plaid, su per una strada non asfaltata, ripidissima, e cercare poi a tentoni un luogo per sdraiarsi, uno spiazzo, un prato, delle rocce piatte, avamposti di salite ben più faticose per i Monti Lepini. Una concorrenza di sguardi agguerrita, chi vede la stella cadere per primo, il desiderio è il suo, qualche battuta, tanto silenzio, un ragazzo che mi stava assai simpatico che mi strinse la mano, là al buio, sotto la coperta. E basta, fu tutto lì, per tutta l’estate.

Le stelle sono molto attente. E vogliono desideri ben precisi. Non si può essere vaghi e sciatti con le parole, quando ci si rivolge alle stelle. Lo scoprii nel 1996, l’anno successivo. Ero sul terrazzo degli altri nonni, un terrazzo che correva tutto intorno all’appartamento, dove amavo isolarmi fin da bambina, per giocare, per immaginare chissà che storie. Storie sempre più diverse, man mano che crescevo. A maggior ragione me ne stetti là la notte di San Lorenzo in attesa, stavolta da sola. Cadde una stella e con quella venne giù anche il solito tuffo al cuore: a una stella che si brucia cadendo non ci si abitua mai. Espressi un desiderio, dettagliatissimo. Si avverò, senza la minima sbavatura, neanche due settimane dopo. Ancora sorrido, quando ci penso, quando penso all’impeccabilità di quella stella.

Su quest’isola c’è troppa luce, troppo rumore, c’è troppo di tutto. Non c’è la pazienza dei luoghi bui, del silenzio, di ore passate a non fare nulla se non a guardare il cielo, in silenzio, per ore, in attesa di qualcosa che può anche non accadere. E probabilmente anche le stelle si devono essere stancate di ascoltare i pensieri, parola per parola, di prendere nota, di eseguire un desiderio alla lettera. O forse i pensieri sono ormai troppo impiastricciati, un desiderio litiga con un altro, non si sa a quale dare la precedenza. Oppure si fa fatica a trovarli, i desideri, in quella parte polverosa e caotica dei pensieri, dove tutto è stato ammucchiato senza cura, finito sotto cumuli di preoccupazioni, artifici, sorrisi a forza.

E la ragione di molti sogni si deve essere scolorita, o ha preso muffa. Forse.

Per un’antropologia della frivolezza

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Devo ammettere che un po’ (ma solo un po’) mi manca quest’anno, in questa stagione, intervallare il lavoro con la relativa leggerezza di ore passate a cercare in giro e su internet la combinazione migliore di fiori e succulente per un bouquet, la torta di fragole perfetta (più fragole, più fragole, meno zucchero e inutili decorazioni di pasta di zucchero – se non posso mangiarle, che me le metti a fare?! – più fragole, più fragole, le fragole non sono mai abbastanza, e qualche rosa, pure, qua e là), il vestito non da sposa ma comunque bianco e bello come un aquilone, la biancheria iper strategica poi (ho visto cose che voi umani…) adatta a quel vestito geometrico un po’ trasparente e con schiena nuda, gli anelli eco-etici parigini, il trucco (non troppo “dark“, ma tanto poi la truccatrice avrebbe fatto di testa sua) la gravosa scelta dell’acconciatura o di non averne affatto una, perché contro l’umidità feroce di quest’isola ho già perso a tavolino, le scarpe non da tortura, le liste (quante liste, troppe anche per chi le liste le ama visceralmente), le idee per la tavola, i menù ad hoc (senza cipolla, senza lattosio, per celiaci, per vegetariani, per vegani), le decorazioni, il prosecco migliore, i vini, i dolci sabini e serbi, e fare tutto in appena cinque settimane…

É così. Ogni volta che guardo indietro è sempre della me frivola e leggera che sento di più la nostalgia.
(fotografia: Chiara Carolei, Moumou photography)

La lezione del matrimonio

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© Gaia M.

Anni fa, su uno sgabello di legno chiaro che usavo come comò accanto al letto, aveva sostato a lungo un romanzo voluminoso intitolato “The marriage plot”. Lo avevo in versione originale e ci misi un po’ a procedere nella vicenda. Riuscii a finirlo poi solo in traduzione, in italiano.

Mi sono sposata in una lingua non mia, la stessa di quel romanzo, con una cerimonia e una festa su un’isola che, paradossalmente, più passa il tempo e più mi è straniera, lontana. E forse non solo a me.

Io e il ragazzo che non mi abituerò mai a chiamare marito, abbiamo aperto i festeggiamenti tra le pietre gialle di Valletta per poi concluderli su un prato fresco, lungo una siepe che correva da un imponente ulivo fino a un salice, con le luci di Roma e un oraziano monte sullo sfondo. Una vigna dove sento ancora i passi dei miei nonni, vedo le mele cotogne a terra, i filari delle viti, i grappoli appiccicosi percorsi dai ragni, l’avvicinarsi morbido di una bella gatta, la distesa di margherite, l’erba alta quasi quanto lo ero io.

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© Gaia M.

Organizzare un matrimonio in pochi mesi, da aprile in poi, per intenderci, mi ha insegnato molto.

Mi ha insegnato, anche se sarebbe meglio dire confermato, che quello che conta molto per te non conta per altri e quello che tanto sembra contare per altri per te è sì importante, ma non in maniera così assoluta. Almeno non così tanto da ricevere congratulazioni come se avessi fatto il giro del mondo a piedi.

Non parlerò del primo aspetto, che a stare dietro a cose che per me contavano e per altri nulla credo di averci speso anche troppi anni. Del secondo mi limiterò a dire che le congratulazioni le ho sempre viste più appropriate per altro: per la conclusione (e ce ne è stata più di una) di un percorso di studi, per una tesi discussa e difesa per ore in francese, per la pubblicazione di un libro, per le foto (io, che non ho studiato mai fotografia), per la ricostruzione di una vita dalle macerie di un’altra (anche qua, ce ne sono diverse), per ogni scelta durissima, fatta col cervello e tu cuore sta’ zitto, non fiatare, non dire più una parola.

Sarà perché congratularsi con una donna “solo” perché si sposa (soprattutto verso i quaranta) cela sempre la presenza di un “finalmente”, di una tappa che mancava, di un traguardo che la rende un po’ più normale e la prepara a un’altra ancora più normalizzante tappa femminile. E’, insomma, qualcosa che stona con tutti i miei principi.

Come non lo sono mai con i complimenti (se non da pochissime persone) allo stesso modo, dunque, non sono stata molto a mio agio con le congratulazioni ricevute nelle ultime settimane.

Sinceramente non aspettavo il matrimonio come l’evento della mia vita. Non è stata l’idea di sposarmi che mi ha cambiato ogni cosa, rivoluzionato le giornate, dato fiducia, un ruolo e più tranquillità.

Era perché le giornate erano già cambiate, perché la fiducia e la tranquillità avevano ripreso a popolare la mia testa, perché la mente era libera dall’idea inutile di un ruolo da rivestire che mi sono sposata con la persona che, in maniera continua, bella e paziente, aveva già rivoluzionato tutto da un bel pezzo. E lo aveva fatto talmente con cura che quasi non me ne ero accorta.

Ci voleva dunque un rito, un linguaggio condiviso, una comunicazione pubblica detta e poi, per riflesso, restituita da un gruppo di persone care, carissime, tutte intorno a noi, per rendere ognuno partecipe di questa complessa e profonda rivoluzione, per mettere di fronte agli occhi quello che già conoscevo, per farmelo tenere bene a mente per il futuro.

Per questo mi sono sposata.

p.s. ci sono ovviamente anche tante altre cose che ho appreso e di cui farò tesoro, come per esempio

  • che nessun trucco è mai troppo leggero da chiedere o troppo scuro da non poter essere tolto.
  • che ai camerieri puoi anche dire e ridire come vuoi che vengano serviti i piatti ma tanto quelli alla fine faranno come pare a loro.
  • che agli stessi camerieri puoi ricordare che se il vino finisce ce n’è molto altro ancora da travasare ma, di nuovo, quelli faranno come se non glielo avessi detto.
  • che prendere più torte di quelle che occorrerebbero si rivela sempre una scelta assai saggia.
  • che gli autobus da e per la stazione sono più che affidabili.
  • che il cibo andrebbe ordinato da chi fa anche un servizio di consegna.
  • che si può aggiornare il menù 24 ore prima senza impazzire.
  • che le fragole nella torta non saranno mai abbastanza.
  • che una festa è resa magnifica dalle persone che ci partecipano, non da una perfetta organizzazione. Ma questo lo sapevo già dal lontano ’87.

Racconti e caffè

dsc_4059Cosa non ti sbuca fuori mentre ti appresti a mettere in ordine la scompigliata memoria del tuo pc. Correva l’anno 2014 e mi ero appena  rifatta gli occhi. C’è stata davvero una lunghissima epoca della mia vita in cui armeggiavo con lenti morbide e acquose e mi risistemavo l’occhiale sul naso, occhiale con montature prima dorate, poi blu, poi nere, poi bianche e infine rosso-viola?

Febbraio 2014, occhi nuovi dunque, lo sguardo ci avrebbe messo ancora molte settimane per rimettersi a fuoco. Dovevo imparare di nuovo a vedere dopo mesi (anni?) di buio. In pausa dalla tesi, quando lo schermo non fu più solo un ammasso di segni baluginanti, scrissi un racconto per il premio letterario Caffè Corretto della graziosa cittadina di Cave, a sud di Roma. La regola era semplice, si doveva proseguire l’incipit scritto da un altro. Arrivai terza, vinsi un libro sul coté art nouveau del luogo e una scultura bianca e sinuosa che è ancora dai miei e che quando mi deciderò a non riempire le mie valigie di libri, ciambelle al vino e parmigiano, magari, riuscirò anche a far sbarcare qui.

Di seguito, l’incipit dello scrittore Fabio Stassi; subito dopo il modo in cui decisi che la storia sarebbe dovuta continuare.

Il dono

La lettera Carmine non ebbe il coraggio di consegnarla nelle mani del vecchio. La sfilò di malavoglia dalla sua borsa di cuoio, rigirandosela davanti gli occhi. Poi si decise: con un solo balzo saltò i due gradini dell’atrio di quel palazzo con la facciata in cortina e i balconi triangolari e, raggiunte le cassette della posta, la lasciò cadere nel vano dell’interno 8. Anche se era appena un postino, provò subito vergogna. Di lettere così ne aveva recapitate altre negli ultimi mesi esapeva ormai cosa comunicavano. La busta era sempre prestampata e portava dietro, in grassetto, il nome del mittente. Il vecchio avrebbe capito svelto. Aveva fatto lo stesso mestiere, da giovane, e sapeva riconoscere le notizie buone da quelle cattive. Era gente gentile quella. Non avevano mai mancato di offrirgli un caffè e una sedia per tirare il fiato e Carmine ci si fermava volentieri prima di continuare il giro. Ma quel giorno andava di fretta. Augusto, dalla portineria, lo vide allontanarsi sul motorino di servizio senza riuscire a indirizzargli nemmeno un cenno di saluto.

 

Teneva in un mano un secchio d’acqua violastra e nell’altra lo spazzolone con cui aveva appena lucidato la rampa di scale dal terzo al quarto piano dopo che quella stessa mattina la signora Rapetti gli aveva fatto notare, non con un certo rimbrotto per l’anonimo untore, una serie di macchie lilla dalla forma esagonale, proprio al centro di ogni gradino. Erano venute però via facilmente, appena un paio di passate, e senza neanche dover ricorrere al detersivo.

Svuotò il secchio in un aiuola, dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse guardando. Poi, altrettanto cauto, si avvicinò alle cassette delle lettere; là l’occhio si soffermò dapprima su una rivista scientifica maldestramente incastrata nella fessura, rivista che era solito anche lui leggere, quando ancora suo figlio la riceveva per abbonamento; indugiò poi più a lungo sulla costa luminosa e palmata dell’angolo di una cartolina che faceva capolino da dietro il conto del gas dell’interno 5. Sostò infine, e senza ritegno, per due minuti buoni di fronte alla busta che Carmine aveva lasciato cadere velocemente nella cassetta dei signori Ortega.

“Brutto affare. Questi non mollano”, sentenziò una voce alle sue spalle.

Si voltò e vide il ciuffo ricciuto e biondo di una ragazza di bassa statura ascoltare il suggerimento di un’improvvisa brezza, tendere al suo inseguimento e poi, subito dopo, rinunciarvi, ritornando placido sulla fronte.

– Mi scusi? – le fece turbato.

– Eppure non credo ci sarà mai occasione per i signori di aprire quella busta, anzi, se vuole passarmela. Lei ha le chiavi di ogni cassetta, giusto? Così almeno mi è stato detto.

– Lei… Ma lei è…?

– Ah, mi perdoni, certo. Il mio nome è Ida Lemara. Sono la nipote di Maia e   Federico Ortega. Se vuole posso farle vedere un documento.

– Ah, ma non ce n’è bisogno signorina, ora che me lo dice ricordo infatti di averla già vista assieme alla signora, qualche volta, non troppe però, purtroppo – cercò di accompagnare a quel punto un ammiccamento del tutto innocente. Non gli riuscì, potè capirlo dalla curva rimasta immobile delle labbra della sua interlocutrice, e quindi continuò – ma non so proprio se mi sia permesso di prendere la posta dei signori, il massimo che posso fare è togliere la pubblicità, quando è troppa, là son stato autorizzato, sa. Ma di lì a tirar fuori lettere… –

– Allora non le scoccerà se a farlo sono io. Si giri per favore. Occhio non vede… – e il suo ammiccamento, quello, si rivelò riuscitissimo.

Augusto le diede infatti le spalle, non sapendo neanche lui il perchè, e quando si permise di nuovo di scrutare con la coda dell’occhio la ragazza, la vide armeggiare con un fermaglio scuro affusolato e poi, con lesta abilità, sfilare la busta dalla cassetta e consegnarla nelle sue mani.

– Ecco fatto. Lettere come questa non dovrebbero neanche essere inviate ai miei nonni. Che coraggio.

– Concordo – bofonchiò l’uomo, sempre più impacciato nel suo improvvisato ruolo di complice.

– La ringrazio del suo aiuto. Ora scappo, nonna mi aspetta per la spesa. Tenga, la getti alla carta per favore.

E fluttuò vezzosa verso le scale.

La rivide appena dieci minuti dopo, la signora Ortega al braccio, placida e sorridente.

– Stella mia, vedi un po’ se c’è posta-

-No nonna, ho già controllato prima, niente.

Ed entrambe sparirono nella luce polverosa della strada che invase rapida le prime piastrelle dell’androne, poco prima che il portone a vetri facesse clanc dietro di loro, portandosi dietro rombi d’auto, cinguettii, svolazzi di carte e qualche raggio.

Le lettera, tuttavia, non era stata gettata ma infilata alla rinfusa tra alcuni documenti della portineria, ben celata tra ricevute e riviste, sul primo scaffale accanto all’ingresso.

Augusto la riprese e stette là a scrutarsela e tastarsela, leggendo ad alta voce il mittente, che ben conosceva. L’interno otto era infatti l’unico nel palazzo a non aver ricevuto ancora quella comunicazione. Come lui del resto.

La reazione non sarebbe stata buona, e l’indignazione dei due inquilini si sarebbe fatta sentire a lungo, soprattutto nei rientri delle loro pomeridiane passeggiate, quando si attardavano nella portineria dedicando a un ciarliero scambio di senso comune almeno una decina buona di minuti.

***

All’alimentari che faceva angolo tra la via dell’immobile dove risiedeva e quella che conduceva verso la stazione, Maia Ortega era già ben oltre metà della lista quando Carmine fece il suo ingresso veloce, giusto per far firmare una raccomandata al proprietario. Lei lo scorse e gli sorrise. Il postino abbozzò anche lui un sorriso. La donna gli fece cenno di avvicinarsi.

– Buongiorno Carmine, l’aspettavamo questa mattina, mio marito era pronto col fuoco da accendere e la macchinetta vibrante.

– Buongiorno signora Ortega, mi dispiace, le chiedo perdono, avevo la testa altrove oggi, e andavo di fretta.

– Andiamo Carmine, cinque minuti li ha sempre trovati. Pure quando, come oggi, di posta per noi non ce ne era.

Il postino restò interdetto. Ma come? Non l’avevano vista? Aveva forse sbagliato cassetta? Difficile, ma possibilissimo del resto. La vista di quella lettera lo aveva infatti assai turbato.

– Ho ancora dei giri da fare in zona, se mi permette di riparare alla mancanza di stamane farò con piacere un salto da lei e suo marito dopo pranzo, a turno finito.

– E noi l’aspetteremo con piacere Carmine, così si fa! Mai saltare i piaceri, piuttosto ritardare il dovere, ma i piaceri, son così rari, son così pochi che uno se li deve fabbricare, ce li dobbiamo ritagliare dalle giornate piano, piano, come un buon caffè… Perchè il caffè, lo sa bene, il suo gusto è anche nella pazienza, nei gesti lenti, nel tatto della dita che svitano la macchinetta stridente, nel rumore del barattolo fresco di frigo che si schiude, nel cucchiano che sprofonda in quella sabbia nera e odorosa, nell’attesa, nel canto del suo fuoriuscire.

E piegò la testa da un lato, sorniona.

– Assolutamente d’accordo madame- annuì rispettoso il portalettere, – ma allora – pensò nel frattempo- la lettera non l’hanno ricevuta. Non parlerebbe così, altrimenti. O forse sì? Era uno sfogo quello? Un ribadire risoluta la propria posizione sulla vita e sulle sue repentine fuggevoli bellezze? Su certe irrinunciabili abitudini anche quando il destino ci forza verso altro?

Tra i pacchi di pasta e i barattoli di conserva a Carmine non riuscì tuttavia di sciogliere alcuno dei suoi dubbi. E se ne stette là, cercando il modo più rapido e gentile per accomiatarsi.

La signora Maia gli venne, senza saperlo, in aiuto.

– A dopo allora- tagliò cortese – Ah, Ida, eccoti stellina. Saluta il signor Carmine, passerà da noi più tardi, per un caffè.

La ragazza sfoderò, se possibile, un sorriso ancora più felino di quello della nonna, ma non disse nulla.

***

Le due meno dieci. Carmine è ora in portineria. S’è affrettato e il turno lo ha concluso prima. Sono già dodici minuti buoni che è là. Lo si vede da dietro il vetro che agita le braccia e sbatte concitato le labbra in direzione di Augusto il quale non fa una piega, ritto e sicuro nelle sue ragioni. Quelle stesse ragioni che lo hanno portato a chiudere più d’un occhio sulle mani di una ragazza che, in fondo, sostiene, sempre più fermo e deciso, non ha fatto proprio nulla di male, anzi, tutt’altro. Vuol bene ai suoi nonni lei, e quella lettera può benissimo non essere mai arrivata, o andata perduta.

– Ma non è legale. Andiamo Augusto, ragiona! Passerò dei guai per questo!

– Non saresti l’unico.

– Ce l’hai ancora?

– Certo che sì.

– Dove? Dammela.

– È qui, al sicuro.

– Augusto, perfavore. Devo consegnarla. Non dovremmo neanche stare qui a discuterne. Guarda, la porterò direttamente io, userò tutte le accortezze possibili, lo prometto. So bene che le mie parole non potranno certo lenire l’indigazione che ne seguirà… Ma almeno capiranno di non essere soli nel loro dramma.

Il portiere sta qualche secondo in silenzio, lo sguardo rivolto verso la risma di carte che cela l’inopportuna missiva.

– Là in mezzo – indica vago.

E come aveva già fatto qualche ora prima, volge lo sguardo altrove.

***

– Carmine, buongiorno. Finalmente. Sai che ci sono rimasto un po’ male questa mattina quando t’ho visto partire dal balcone? Maia, c’è Carmine, ti manca tanto?

La signora Ortega si affaccia dalla cucina, asciugandosi le mani con uno straccio.

– Ho quasi finito, ma prego si accomodi pure caro. Federico, fa’ assaggiare intanto al nostro ospite quei dolcetti che abbiamo preso l’altro giorno al mercato a Piazza delle Erbe.

Il postino non accoglie l’invito ma inizia a fare avanti e indietro per la stanza, a scatti, soffermandosi una o due volte su una sola gamba, dondolando e torcendo l’estremità dell’altra, quasi a voler calciare lontano la notizia che si porta dietro, piegata in tasca. Intanto tiene le braccia dietro la schiena, le nocche sinistre non danno tregua al polso della mano destra, lo tormentano, lo segnano.

Si accorge della presenza della nipote solo in un secondo momento. La sua espressione non è mutata, neanche il minimo allontanamento da come l’aveva lasciata. Si crogiola su una poltrona, con un libro dalla copertina giallognola e il titolo in bordeaux.

Rumore repentino di tazzine su vassoio d’argento. Un richiamo tante volte udito e assecondato nelle sue tacite volontà, cinque minuti… Caffè!

La nipote è subito fuori dalla poltrona, davanti alla credenza, la apre, si gira, accompagna dolcemente con la spalla lo sportello di vetro, ha nelle mani zollette di zucchero bianco e nero. Il nonno cioccolatini e biscotti.

Nipote e nonno si spostano in cucina, invitano Carmine a fare altrettanto.

– Nonna, faccio io? Dai, almeno questo.

La nonna sorride bonaria.

– Non le permetto di lavare i piatti quando è qui a pranzo – spiega rivolta al postino – ma sul caffè ha carta bianca.

La ragazza apre il frigorifero, tira fuori un barattolo rettangolare e luccicante, lo appoggia su un ripiano, svita con forza la parte superiore, accosta delicatamente il filtro accanto alle varie componenti, apre il rubinetto, riempie il bollitore, vi lascia cadere sopra il filtro, ne adagia ritmicamente il macinato all’interno. Riavvita il raccoglitore, accende il fuoco, basso, lento. Poi rivolgendosi al postino:

– È da quando sono piccola che mi chiede di farlo. Non vuole che cucini, né che lavi i piatti, né tantomento che l’aiuti per altre faccende. Preparare il caffè è già per lei una premura abbondante, vero nonna? Ma un giorno, quando sarai distratta, farò anche tutto il resto.

– È più buono quando lo fai tu, stella. E fare i piatti mi rilassa.

Restano in silenzio mentre il liquido velluto matura, sale, scende, risale ancora e gorgoglia. La ragazza resta qualche attimo in ascolto, poi gira la manopola. Tra le dita ha già un cucchiaino d’argento, solleva il coperchio, mescola il tutto, richiude.

Il primo a ricevere la bevanda è Carmine che ringrazia, sempre più confuso, sempre più titubante.

– Zucchero?

– No grazie – mente, lui che il caffè lo prende sempre con almeno due cucchiaini abbondanti.

Lo tracanna impropriamente, poi afferra assieme cioccolata e dolce e butta giù pure quelli, assieme ai residui di caffè ancora caldo sul palato.

I tre lo osservano.

– Vogliamo dirglielo, signor Carmine? – fa la nipote, a tazzina vuota; e incalza – L’ha ripresa la lettera o è ancora in portineria?

La nonna si avvicina alla ragazza, le mette una mano sulla spalla, poi rivolta all’uomo:

– Caro Carmine, il suo turno non era finito a quanto pare.

Il postino si leva dalla sedia, a disagio, ma comunque sulla via del sollievo, dello scrollamento di quasi ogni malessere. Presto sarà fuori da quella casa, qualunque cosa accada. È tutto direttamente proporzionale alla velocità con cui estrarrà dalla tasca la busta e la consegnerà ai legittimi destinatari. Già, ma a chi darla? Si volta verso l’anziano, il primo nome sulla busta, ma lo vede ancora impegnato a scartare un cioccolatino, la nipote, invece, è già a rovesciare cucchiaini e tazzine nel lavandino. La signora, invece, non ha smesso di osservarlo. Va bene anche lei, il suo di nome è comunque là, stampato per secondo.

– Ecco, eccola. Le chiedo scusa, mi perdoni, io… Lo sa quanto è difficile a volte. Ma ultimamente non faccio che consegnare lettere di questo tipo e se uno stesse sempre a farsi problemi e farsi venire il mal di stomaco per… No, ma che dico. Non avrei mai voluto dover vedere proprio voi a combattere con una cosa del genere… In che mondo viviamo…

– Sono ancora loro cara? – lo interrompe l’anziano masticando con gusto il boccone di cacao nero ripieno alla crema di nocciole appena scartato.

– Certo, avevi dubbi? Non vogliono proprio capirlo eh? E sì che sono quasi tre anni che non facciamo che rifiutare la loro offerta. Figurati, noi, Federico e Maia Ortega, le star improvvisate eppure famosissime delle pubblicità del Caffè e moke Aromi che promuovono ora con disinvoltura queste loro nuove diavolerie a capsule… Ma se lo immagina lei? E ora ci inviano anche questo, siamo proprio con le spalle al muro caro, sta’ a sentire “Cari signori Ortega, congratulazioni! La nostra ditta vi omaggia con Versatofatto dell’ultimissimo sfavillante e pratico modello della nostra collezione, con l’augurio di tanti momenti di relax e benessere e la speranza d’inaugurare a breve un rinnovato, proficuo e duraturo rapporto di collaborazione… Bla, bla bla”.

– Hanno cominciato con i vicini, regalando apparecchi a tutti, e tutto questo per arrivare a noi, perchè restassimo isolati, perchè nessuno passasse più di qua per un caffè, come accadeva da tanti anni, regolarmente, ogni pomeriggio, perchè ne sentissimo anche noi il bisogno – interviene divertito il compagno – Siamo circondati ormai, ma si resiste, Carmine! Si resiste! Cinquant’anni fa era diverso, quando ci chiesero se volevamo essere i nuovi volti del Caffè Aromi, e pensi, semplicemente fermandoci all’uscita del negozio da dove avevamo comprato la nostra prima macchinetta! Altri modi, altra classe. Ricordi cara? Quant’eri bella quel giorno. Fu per merito tuo se ci si presentò quell’occasione, solo merito tuo.

– E sanno anche che non possiamo rifiutare, non si rifiuta mai un dono.  Non è educato, non si fa. E poi un loro dono. Che figura ci faremmo con la ditta che da anni ci fornisce di ottimo caffè gratuito, che ci ha reso famosi, che ci ha sollevato da ogni preoccupazione economica? Però, se me li dovessi ancora trovare davanti con uno dei loro apparecchi infernali pronto per la consegna, eh, non so proprio come reagirei. E di andare io stessa a ritirarne uno alla posta come è scritto qui… Umphf, non se ne parla neppure – ribatte l’anziana star del caffè macinato.

– Signor Carmine – si infila rapida la nipote suggerendo una soluzione che ha già pronta da tempo – a lei farebbe piacere? Le farebbe piacere portarsi a casa il loro regalo?

– Ci sono i filtri? – si tradisce maldestro il postino. La brama di possedere quelle macchinette che ha visto elargire come premio a destra e a manca negli ultimi mesi, missiva dopo missiva, non lo ha lasciato immune.

– Tutti quelli che desidera – prorompe ancora la signora – Ecco, le firmo una delega e può ritirare il suo pacco direttamente alla posta, a partire da domani. I filtri provvederemo a farli lasciare in portineria. Ci sarà una consegna ogni due mesi.

– Io, non so davvero cosa dire…Ma siete sicuri che…? E va bene, accetto, ma solo per sollevare lei e suo marito da un tale peso, solo quello. Chissà cosa penserebbero gli altri condomini se vedessero di nuovo i rappresentanti di quella ditta qua, davanti al vostro uscio sbarrato, o voi accettare un dono la cui esistenza avete sempre deprecato… Sì, capisco. Ma non c’era bisogno di giustificarsi, intuivo già lo spirito con cui avreste accolto la lettera sin da quando mi ci è andato l’occhio questa mattina. A me piace il caffè, eh, così come lo fate ancora voi, è lento è, come dire, pieno di ricordi, di tradizione, e le tradizioni si sa, vanno mantenute… Certo, sa, con i tempi che corrono, uno è sempre di fretta, un piede sulla porta, io in particolare, e una cosa così mi farebbe comodo, grazie, grazie mille. Mia moglie poi, non aspettava altro.

– Bene, perfetto. Allora siamo d’accordo. Che meraviglia – esulta quasi all’unisono la coppia, quasi rispettando un già noto canovaccio.

– Sì… Adesso devo proprio andare. Grazie ancora, vi auguro una buona giornata. Anche a lei signorina. Arrivederci.

E si catapulta verso il soggiorno, seguito dalla signora. Non vede, ai piedi di una poltrona, un barattolo di liquido color lilla, lo urta con la scarpa, qualche goccia trabocca, finisce sul pavimento, sui suoi lacci.

– Mi scusi, sono mortificato.

– Nessun problema, non è indelebile, va via subito – lo rassicura la signora Maia.

La porta di legno scuro si chiude. Carmine è sollevato. Stringe tra le mani la busta, pregusta già quell’omologato piacere a cialde rosse, blu elettrico, gialle e verdi, così moderno, cosi chic, così spendibile in tante nuove future conversazioni con i suoi colleghi.

Saluta velocemente Augusto intento a raccogliere una cartaccia. Non sorseggerà più un caffè a casa Ortega per lungo tempo, pensa.

© Virginia Monteforte

Il mondo da un oblò, la luna (sparita).

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La baia si dilunga più del previsto, più del dovuto (nella topografica mia immaginazione di un lungomare assai minuto). Seguono un parcheggio fortunato e scale fatte di polvere, carta strappata, sposalizi color seppia e graffiti.

Segue l’ingresso in due giganti camere oscure dove ci muoviamo come granelli di polvere all’interno di un apparecchio gigante, attenti a non colpire le bacinelle d’acqua ai nostri piedi. Sulle finestre una schiuma giallastra a fermare altri granelli, granelli di luce. La luce c’è ed è tonda, entra da un foro di vetro, entra e gioca con quello che accade fuori. Lo afferra, lo filtra, lo ribalta, lo proietta sul muro e poi sulle ante di un vecchio armadio bianco, come quello che avevo io una volta, in una bella stanza alta. La luce vetrata ricostruisce sottosopra marine acque luccicanti e persone come marionette di carta danzanti; schizzi di un acquerello tacito e ondivago sulla parete screpolata. Avanzano, corrono, sostano sul bagnasciuga. Basta una mano per cancellare tutto, riportarlo al nulla. Una mano sul foro vetrato.

Se una nuvola va sulla luna, qualche ora dopo, tra la notte e il mattino, scompare anche quella, la luna. Scompare una luna che già di per sé e quasi assente. Perché una mano di acque e terre emerse, vi ha gettato, sottosopra, la sua ombra, conica. La scomparsa di una luna (già) sparita.

Spaurita, la mia gatta, m’osserva da giù quasi a volermi chiedere – che ci fai in piedi e senza che io ti chiamassi?

-Guarda Olivia, guarda la luna. E’ rossa e bianca, come te – le faccio io.

E’ coperta di nuvole morbide come il tuo pelo che, anche ora, nasconde e svela lo zenzero brillante del resto del tuo manto.

Le nuvole si dileguano, un poco. La luna con i suoi crateri è tutta o quasi lì, mentre una falce chiara, abbacinante, le cresce addosso.

– T.?

Senza fori vetrati, pareti o ante di armadi lignei e bianchi, continua il gioco di scorgere ma non vedere tutto, intanto, per chi arriva sul terrazzo senza i suoi vetrini in una montatura. La gatta è in braccio, affondo il viso nel suo pelo, mentre chi si è procurato gli occhiali può di nuovo vedere tutto, ma non la luna, che come me annusa di nuovo le sue nuvole soffici. Cade qualche goccia di pioggia. I cumuli si muovono. Si vede qualche stella. Si vede Orione. La sfera rossastra torna. Torna una luna che non torna tutta, perché la sfera più grande su cui viaggiamo le sta gettando sopra, sottosopra, la sua ombra a cono.

Valletta, il pomeriggio:

Due coni per favore. Uno, amarena e caramello. L’altro pistacchio, speculos e… melone? No, caramello.

Fu allora che udimmo il primo schiocco di meteorite lunare che cadeva sulla Terra: uno “splash!” fortissimo, un frastuono assordante e nello stesso tempo disgustosamente molle, che non restò isolato ma fu seguito da una serie come di spiaccichii esplosivi, di frustate caramellose che stavano cadendo da tutte le parti. Prima che gli occhi s’abituassero a percepire quel che cadeva, passò un po’ di tempo: a dire la verità, fui io che tardai perché m’aspettavo che i pezzi della Luna fossero anche loro luminosi (I. Calvino).