Collezioni di colazioni

Le mie pause dal lavoro non sono solo caffé (lunghi) o tè (bianchi, verdi, alle erbe, scelti in base al nome, al profumo) e, di questi tempi, utilissimi anche a tenere la temperatura corporea a livelli accettabili (mentre in casa, senza termosifoni, si toccano i 13 gradi).

Le mie pause da lavoro sono spesso navigazioni virtuali tra foto di cose da mangiare. Verso l’ora di pranzo, e cena, sfoglio dunque con l’acquolina in bocca, e profondi sospiri, foto di pizze per lo più romane, basse e scrocchiarelle, arrivando a emozionarmi quando vedo coraggiose, ma squisite, combinazioni di ingredienti inattesi (sapendo che sceglierei comunque la margherita). Ne guardo così tante da sentirmi quasi sazia.

Di mattina, invece, crogiolo lo sguardo nelle colazioni, immaginandomi di nuovo a Roma, pronta per una seconda colazione (e chi riesce a uscire di casa a stomaco vuoto?), in un posto completamente nuovo, o in uno in cui sono già stata, e dove mi piacerebbe portare chi, come me, considera il primo pasto il migliore in assoluto della giornata, della settimana, del mese.

Oggi ho scoperto questo bel sito. Tra le varie pagine ce ne era una dedicata alle colazioni. La lascio qui, a futura memoria. E pregusto una sezione di questo blog dedicata solo alle colazioni. Quelle fatte a qualsiasi ora.

Toronto: un appannato déja-vu.

Il viaggio per il Canada è iniziato una mattina d’estate del duemiladiciannove, qui a Malta – dalla sorpresa di un invito non a me indirizzato ma che non avrei perso* (quello di Teodor al Toronto International Festival of Authors) – e finito a Roma qualche settimana fa, su una panchina all’ombra di via dei Gracchi, quando con mamma e Gaia ci siamo passate le ultime foto appena ritirate dal negozio di stampe poco distante. Gaia con una granita di basilico e zenzero, io e mamma con un altrettanto indimenticabile pasto freddo preso nella gelateria più buona di quella riva.

Quel viaggio non poteva che finire a Roma, visto che da Roma era passato, sia all’andata che al ritorno, negli ultimi giorni di ottobre dello scorso anno.

Dell’andata abbiamo un’esperienza diversa. Tranquilla per lui, febbri (ec)citante per me. I viaggi verso luoghi nuovi sono sempre una piacevolissima e tonificante doccia fresca. A volte hanno anche le conseguenze delle docce fresche, quelle da cui non ti asciughi subito, prendi freddo e ti ammali. E infatti stavo poco bene, già all’imbarco, lo sono stata per tutto il volo. Ho rivisto il sempreverde Ghostbusters, poi La favorita, forse Get Out (o era al ritorno?); tentato di cominciare IQ84, cercato di ingannare le ore e il malessere con le parole crociate, crittografate, gli anagrammi, gli uniscipuntini, i coloracaselle, mangiato appena. Pensavo all’Atlantico sotto di noi, a come ci stavamo distanziando da tutto e mi sentivo già sazia: di blu, di viaggio, dell’attesa e dello stupore di ritrovarmi presto con i piedi su un altro continente.

Siamo partiti poco prima di pranzo e atterrati appena dopo, mentre sul corpo trascorreva la fatica di ben sei ore e mezzo. Ai controlli arrancavo dietro il carrello delle valigie e le parole che avrei dovuto usare per descrivere al personale della dogana le ragioni del mio viaggio, ma quelle mi scivolavano dalla lingua, ancora troppo impastata di stanchezza, ancora in bilico sull’oceano. Due ragazze del Festival ci attendevano all’uscita, sorridenti, con due bottigliette d’acqua. Frastornata tentavo di recuperare pezzi sparsi di attenzione per non dimenticare quel nuovo ingresso cittadino in cui ci addentravamo veloci. Le strade dagli aeroporti ai centri delle città si somigliano tutte – ho pensato. Finché, da lontano, l’emergere veloce dei grattacieli non ha contraddetto quel prematuro pensiero.

Quando penso a quella giornata la sensazione più forte è che non volesse proprio saperne di finire. Ricordo come, sperando di accelerarla, mi sono infilata subito sotto le lenzuola tese e fresche di un letto gigante al ventinovesimo piano, in una stanza verde scuro con vista su uno spicchio di città e sull’Ontario, una stanza dove del mio sonno non avrei saputo più che farne (come ho scritto tempo dopo in una poesia su quei giorni) per altre tre notti e mezzo, svegliandomi puntualmente tra le due e le tre.

Il mio primo jet-lag è stato la somma di tutti quelli che non avevo avuto fino ad allora.

Ricordo anche: tanti altri giorni di quasi totale inappetenza, una città appannata e udita da lontano, oltre il vetro della stanza, oltre il muro del mio orecchio ancora chiuso, oltre la sciarpa con cui cercavo di parare il freddo. Un bel ristorante dove non sono riuscita a finire un’ insalata e una torta di mele (ancora, l’inappetenza. Ma anche la notevole porzione – finita poi, a fatica, a cena in camera), e dove la cameriera mi ha fatto notare che le piaceva molto il mio maglione rosso brillante e io ho pensato che di rosso non vesto quasi mai.

E poi una colazione fresca di frutta e yogurt, alle cinque di mattina, in camera, quando mi è tornata la fame, ma solo per lo yogurt e la frutta. Un pranzo cinese troppo abbondante per un errore di comunicazione; una festa con torri di cupcakes; un altro pranzo in un accogliente ristorante su Ward’s Island che pareva fatto apposta per raccogliere marinai e guardiani di fari, dopo una passeggiata ventosa e ondosa, quando ho omesso la mia intolleranza per la cipolla pensando che sul pesce non ci sarebbe finita e ho dovuto aspettare, come tante altre volte, che preparassero di nuovo il piatto.

Mattine e sere trascorse all’ultimo piano dell’altra torre dell’hotel, barcamenandosi con piatti, tazzine, bicchieri di vino e argomenti interessanti da tirar fuori, con scrittori autoctoni (i veri autoctoni!) e con scrittori da tutto il mondo (ma con cui avevamo comuni amicizie maltesi – il mondo è piccolo, Malta non tanto come ci si aspetterebbe), ogni volta accolti da una ragazza italocanadese che raccontava di aver studiato a Milano.

Era dalle vetrate di quella suite adibita a spazio letterario comune che scrutavamo le isole di fronte, raggiunte poi in pochi minuti grazie a una piccola giornaliera imbarcazione; isole con le casette per la villeggiatura nascoste dietro le fronde, solo sentieri e bassi steccati, nessun cancello, nessun muro. Ricordo gatti che sbucavano dai cespugli come personaggi di filastrocche e anche come, successivamente, quel piccolo microcosmo felino di rive lacustri e giardini sia diventato poi il mio riferimento visivo per lo sleepcast Cat Marina, su Headspace – e questo mi rammenta ora quanto sia pessima e incostante nella meditazione. Ricordo i parchi con le loro mareggiate di foglie gialle, arancio e rosse, le fughe a scatti degli scoiattoli.

Ricordo una della prime sere, la sera più bella forse, quasi fuori dal tempo, trascorsa in un cinema, il Revue, dove proiettavano The invasion of the body snatchers, un cinema che sapeva di velluto rosso e popcorn al burro, in un quartiere di villette già tutte bardate per Halloween e strade come le scenografie di film masticati già centinaia d’altre volte.

Ricordo i dinosauri, il puzzle delle loro ossa giganti ricomposto nelle sale del bellissimo Royal Ontario Museum. Le vetrine di rocce.

E poi gli altri dinosauri, quelli della cittadina pendente verso le cascate del Niagara, dove l’acqua precipitava come risucchiata in un buco che non era nero, no, ma di luce e spuma bianca, vaporoso, tagliato dal volo intermittente dei gabbiani che apparivano e sparivano tra le nubi. Quelle stesse cascate che, ben prima che potessi imprimerle per la prima volta sotto le palpebre, erano state da sempre un ricordo anch’esso fittizio, una memoria stropicciata.

E memoria pre-figurata era anche quella dello scroscio, della spuma, del vapore freddo, dell’affaccio.

Dell’elemento principale di quel fragore invece, dell’acqua in sè, paradossalmente, nessuna pre-immaginazione. Come se quelle cascate fossero state, da sempre, solo di carta. Eppure l’acqua era ovunque, sulla lunga balaustra, sulla terrazza, nei tunnel, sul temerario vaporetto, nell’aria, nelle pozzanghere, sui capelli, sulle giacche, sull’obiettivo della Minolta che un po’ esponevo al rischio e tanto cercavo di proteggere.

L’acqua era la vera differenza capace di ridestarmi da quel sogno, dalla sensazione di non trovarmi più solo nei fotogrammi di un paesaggio percorso già col pensiero decine di volte ma, al contrario, nell’umida tangibilità di quell’altrove, dell’altrove più altrove in cui avessi messo piede. In un altrove dove era opportuno che i piedi, almeno loro, restassero asciutti.

Ricordo, infine, il ponte tra Canada e Stati Uniti, la nostra sospensione breve tra due paesi così diversi e il timore (irrazionale?) che, d’un tratto, i nostri passaporti non fossero più validi, che non potessimo più andare né dall’una né dall’altra parte, e che si dovesse restare per sempre su quel ponte a fissare le cascate da lontano, a seguire la loro corsa sfrenata di stelle filanti d’acqua a precipizio nel lago. E fissarle e fissarle fino a farle riavvolgere come bobine tra lo sguardo e il cervello perché ritornassero di nuovo sogno, memoria asciutta, ricordo di carta o cellulosa, fotogrammi sgranati di un film che qualcun’altro avrebbe poi visto sullo schermo di quel cinema che sapeva di velluto rosso e popcorn al burro.

*A huge thanks goes, of course, to the TIFA organisers Teodor was in contact with, who welcomed me and allowed me to enjoy the festival and the festival related events, even though I wasn’t there as a writer. Thank you!