Is-Sriep and the (wrong) Great Expectations, ovvero anche la Storia è fiction (e racconta storie).

Quando più di dieci anni fa cominciai a fare ricerca sulla memoria sociale e politica del periodo post-coloniale maltese, una buona parte delle persone che mi trovai a intervistare non nascose la soddisfazione che quello che avrei scritto avrebbe finalmente colmato quel vuoto storico di cui l’arcipelago, e gli scaffali delle librerie, parevano particolarmente soffrire. In altre parole, che la mia ricerca antropologica potesse restituire loro quella ricostruzione vera e imparziale di una serie di recenti fatti da cui alcuni, per una serie di motivi anche doviziosamente illustrati in articoli di giornale o biografie di uomini politici, si erano fino a quel momento astenuti.

Ai loro occhi io ero la straniera libera da reti politiche, clientelari, famigliari e di villaggio in grado di redigere un resoconto neutro e completo di quanto accaduto dall’indipendenza in poi, senza sbilanciamenti, o intrusioni, né da una parte né dall’altra. Senza toni né rossi, né blu.

Sebbene la Storia abbia sempre avuto un posto centrale nella mia ricerca, da brava antropologa (e antropologa politica), le mie intenzioni erano tuttavia assai diverse, meno verso la compilazione di fatti e eventi e più verso l’inseguimento delle varie, contrastanti ed elusive tracce della mise en discourse (o anche mise en intrigue di sapore proppiano tra eroi, anti-eroi, oggetti simbolici e rituali) di una popolazione che si diceva segnata dalla ‘malattia’ incurabile d’un disaccordo intrinseco, atemporale, pilastro d’una (fieramente) imbarazzata intimità culturale (vedi Herzfeld) e, allo stesso tempo, chiave di un irrinunciabile patrimonio politico. Nonché punto di convergenza della memoria individuale e di quella collettiva (e culturale).

Insomma, di scrivere e trasmettere cosa fosse vero o non vero, o riconoscere la parte da cui effettivamente pendessero più colpe e richieste di risarcimenti morali, mi interessava sì, ma fino a un certo punto. A farmi gola erano piuttosto i silenzi, le omissioni, le persone verso cui venivo indirizzata e quelle che mi si raccomandava di evitare, la differenza delle fonti, la loro sbilanciata distribuzione, i fatti che non erano divenuti eventi. E poi i lunghi preludi che precedevano le interviste, veri e propri proemi incentrati sulla difficoltà, o il rischio, nel rivelare quel particolare passato, i sentimenti ambivalenti legati alle storie.

Infine, oltre cosa effettivamente le persone sostenevano di aver vissuto, anche quello che stimavano di dover dire di aver vissuto, o che era necessario dire che fosse accaduto.

Geertz dice che sia importante capire non cosa le persone che osserviamo facciano, ma cosa pensano di stare facendo. Contini mi ricorda il valore euristico delle fratture nella memoria collettiva e Ginzburg che nella storia non esiste solo il vero e il falso, ma anche il finto. E che, pertanto, l’evidenza storica, prima di cominciare a essere basata su fonti più o meno dichiarate solide (di cui però la selezione, la ricostruzione e la trasmissione è sempre soggettiva e risponde a interessi presenti, “le narrazioni storiche non ci parlerebbero della realtà, quanto piuttosto di chi le ha costruite”), soleva articolarsi, in passato, su tragitti diversi. Tragitti come quelli dell’enargeia, l’evidenza immediata legata a una testimonianza oculare, come ricorda Polibio; o dell’inlustratio e dell’evidentia, concetti che Cicerone accomuna alla stessa enargeia: raccontare è, tutto sommato, rendere di nuovo visibile e palpabile ciò che non lo è più. Ripresentare un fatto del passato come se fosse di nuovo sotto i nostri occhi, in tutta la sua forza, efficacia rappresentativa e vividezza.

Se torniamo alle narrazioni e ricostruzioni del passato, ci rendiamo conto che il come se sia, in effetti, un punto fondamentale; quello che ci ricorda che la finzione (che sia retorica, narrativa, poetica – perfino artistica) non è meno utile di una fonte e un documento per la ricerca del vero. (Chi ci dice, in fondo, che un documento, una data, non siano stati prodotti ad hoc?)

Il quale vero, come Ginzburg sottolinea, e come amo ricordare anche in un lungo articolo (è accademico, ma intriguing), non è mai il punto di partenza; semmai, quello di arrivo. “Gli storici (e, in modo diverso i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districare l’intreccio di vero, falso e finto che è la trama del nostro stare al mondo”*.

Perché, quando si racconta di Malta, tutto deve per forza tradursi nella perpetua e iperrealistica fiera dell’identità nazionale?

Ora, se anche la Storia poggia su sdrucciolevoli percorsi soggettivi e fittizi, perchè investire proprio un esplicito prodotto di finzione come Is-Sriep Reġgħu Saru Velenużi (A vipers’ pit) di responsabilità storica, ma anche veristica, oserei dire, nel caso dell’uso del linguaggio, dell’accento, o del ritratto di alcune figure? Puntare il dito sul non aver saputo reiterare a dovere un’immagine precisa e cristalizzata di come le cose si pensa dovrebbero essere? Non è come inalberarsi al ristorante quando si scopre che il cuoco che ci ha preparato la pizza non è italiano? O pretendere che in un film ambientato in Francia parlino tutti un perfetto francese? Non siamo ancora estenuati da ogni preconcetta e omogeneizzante pretes d’iconocità?

Perché accusare, e neanche tanto tra le righe, quella che è una verosimile rappresentazione cinematografica (un possibile tragitto, in definitiva, scelto tra molti possibili) ambientata in un periodo assai controverso (e per giunta tratta da un romanzo!), d’essere un’occasione mancata di fissazione storica e etnografica di un’epoca che ancora si presenta fragile e scivolosa nella memoria sociale – e di cui neanche gli storici (alcuni di loro testimoni diretti) si sono ancora fatti carico?

Perché, quando si racconta di Malta, tutto deve per forza tradursi nella perpetua e iperrealistica fiera dell’identità nazionale?

Mi riferisco ad alcune critiche fresche fresche, e ad altre meno fresche, pubblicate dopo l’uscita del film. Critiche legittime, ci mancherebbe, ma che, secondo me, hanno il sapore di spocchia, di pretesto, quando non sono escursioni del tutto fuori sentiero.

A parte quella che è apparsa come una diffusa amnesia dell’as if construction (vedi Iser), per cui a un prodotto di fiction (che sia un film, un romanzo, una serie, un racconto) non applichi gli stessi criteri di vero e falso che applicheresti a un documentario storico o etnografico, quello che appunto mi ha colpito è stata la delusione che la trama non fosse granché esaustiva nei riguardi del contesto storico e sociale (tanto nell’84, quanto nel 2012) e che non spiegasse a dovere perché una parte della popolazione trattasse l’isola come cosa propria, e l’altra sentisse di essere (o essere stata) sotto una “dittatura”.

Insomma, che i buoni non avessero sufficienti ragioni per fare quello che hanno fatto e che i cattivi non apparissero, ai nostri occhi, come davvero tanto cattivi – non lo sono stati, forse? Perché questo film non si schiera? O forse si schiera dalla parte sbagliata? Di quale fazione, esattamente, Sriep prende le parti? E compagnia bella.

E dunque perché, a un certo punto, quello che, tutto sommato, è un gruppo di esaltati fondamentalisti cattolici che indottrinano e mandano potenzialmente a morire un povero kamikaze (concetto peraltro totalmente avulso dalla realtà presente, certo, come no…), abbia progettato l’assassinio dell’allora figura politica più importante di Malta.

Su tutto questo Sriep fa il vago. Ci gira o, meglio, serpeggia, intorno. Lascia indizi, scie, varchi, mentre ci mostra il passato attraverso le lenti di un presente, il 2012, che è già nostalgia, perché in bilico su un baratro che pochi hanno saputo immaginare, e alcuni non sono più qui a raccontarlo.

Ma intanto l’appetito per un prodotto storico-identitario da esportare oltremare, o consegnare ai posteri, sembra aver lasciato molti a bocca asciutta anche questa volta. Ogni aspettativa per una rappresentazione bilanciata, completa e giusta degli anni ’70, ’80 (e i ’60, dove li mettiamo?) giace sulle rocce come una chimera a digiuno. Chi sperava di trovarsi di fronte a una dettagliata e completa illustrazione, quasi da manuale (non negatelo, su), di tutte le ragioni e i gesti che animarono i due schieramenti de “i nostri anni di piombo”**, esce dal cinema deluso, amareggiato.

Ora, il film non è certo perfetto. Io stessa non ho mai mancato di esprimere al regista Martin Bonnici (che ringrazio per le foto) e allo sceneggiatore Teodor Reljic, con cui divido vita, casa e cura di due splendidi gatti, le mie riserve su alcune scene.

Tra queste, le inquadrature all’uscita del catechismo e quella del primo flirt tra Noel e Frances (in effetti una storia d’amore un po’ scialba, ma in effetti dove sta scritto che una storia d’amore in un film debba essere una storia da film?) che non danno giustizia all’importanza fondamentale dei dialoghi; la scena in italiano sul battello che trovo pessima, mal recitata, per nulla convincente, con un grave errore lessicale da parte di chi dovrebbe passare per un italiano; la domanda che Frances pone a Noel quando estrae da uno scatolone una fotografia e chiede chi sia la donna ritratta con in braccio un neonato, domanda che andava formulata diversamente e che invece risulta di un’ingenuità e forzatura imbarazzanti; la resa troppo traballante dei sogni, il sangue sulle mani; la scena troppo sbrigativa dell’incontro del piccolo Noel con il serpente (anche se effettivamente un serpente che ci appare solo come spavento, racconto di un bambino, mito e pittura è un’allegoria interessante, aperta a molte letture).

Infine, il modo frettoloso, senza pause, in cui viene rivelato il destino di Richard, solo a parole, senza altri flashback, anche vaghi ed elusivi. Trovavo la scena di lui in barca, lasciato da solo di fronte a un mare completamente nero, molto efficace emotivamente, intrisa di una tragicità quasi omerica. L’avrei lasciata.

E qui mi fermo, lasciando osservazioni cinematografiche e stilistiche più specifiche a chi ha più competenze di me.

Detto questo, Sriep resta un gran bel film. Davvero. Ben oltre alcuni recenti lungometraggi girati su quest’isola, fin troppo prematuramente celebrati, e che non sono né carne né pesce. Film che non ti viene proprio voglia di rivedere una seconda o terza volta; piuttosto preferiresti essere imbottigliato nel traffico di Marsa, o in quello del Central link (sì il traffico esiste anche là). Sriep no. Lo rivedresti. Perché senti che qualcosa di potente c’è, sulle righe, e tra le righe, qualcosa che resta, come una voce scomoda, una eco struggente; un’inquietudine a cui, almeno per i primi istanti, non riesci a dare un nome.

La storia ti rimane dentro, bene o male, anche tra le sue molte imperfezioni. Anche nel suo non detto, nel quasi accennato. O forse proprio grazie a questo, grazie a quelle pennellate sfuggenti e veloci, ma dai colori violenti, date a un tragico affresco di vite intorcigliate, soffocate, condannate alla ripetizione. E questi sono concetti universali. Come universali sono altre possenti raffigurazioni.

Non è la chiusura in una prospettiva troppo ristretta e di parte, cieca alle ragioni e alle motivazioni dell’altra fazione, e in fondo altrettanto violenta, la chiave di ogni schieramento politico estremista? Non è la creazione generalizzante del nemico, la sua individuazione in uno specifico gruppo (che qui non è etnico, ma è trattato come se lo fosse) la causa di tante violenze e conflitti? E gli stessi obiettivi dell’odio non sono a volte pretesti, simboli, la cui eliminazione è prima di tutto un rituale di potere, un atto di sostituzione e rifondazione da parte di un altro gruppo che vuole stabilirsi sulle stesse posizioni di potere, controllo, gestione di risorse simboliche e concrete?

A proposito dell’uccisione del re (Frazer, ragazzi, Frazer!), c’è anche chi ha lamentato una rappresentazione sfuggente di Mintoff, figura che in effetti intravediamo appena, e per pochi istanti, come ombra di fronte a una finestra.

Io credo, invece, che non potesse esserci rappresentazione più efficace se non attraverso questa opacità che rispecchia perfettamente la nebbia che ancora pervade la memoria collettiva locale e, allo stesso tempo, allontana qualsiasi possibilità di umanizzazione (e individualizzazione) del nemico; il quale resta e deve rimanere un’ombra, una voce, il rumore improvviso di spari fuori da un kazin, il racconto di un’ingiustizia subita, esilii in Sicilia, imposizioni nel settore educativo (anche se sostenere l’istruzione pubblica a scapito di quella privata e religiosa aveva e sempre avrà un suo perché), carta straccia e trasmissioni radiofoniche che indicano comunque la pervasività del politico come materia del quotidiano.

Solo riflettendo su tutto questo, ci si rende conto di trovarsi già di fronte a molto, che di Malta, viene già “esportato molto” (un molto che non parla solo maltese), senza la solita lista da cartolina o da enciclopedia economica con la spunta di questo o quello, di cui sono schiavi molti prodotti culturali locali.

Se poi ci mettiamo l’amaro che lasciano in testa certi discorsi di potere e speculazione, e là è quasi accessorio da che parte vengano e su quale luogo si accaniscano, credo che Sriep sia molto generoso. I titoli di testa e la bella ambientazione iniziale cominciano già a rimescolare lo stomaco e lo tengono sospeso in un misto di coinvolgimento e fascinazione per la ben costruita alternanza tra passato e presente, fino al pugno della penultima scena (che pensi sia il più violento prima che la dedica finale ne sferri un altro ancora più forte) così tragicamente simbolica di quello che dal 2013 in poi sarebbe stato il maledetto destino (evitabile) di questo arcipelago.

Ma non è finita, c’è di più.

Sei là dunque, sulla tua poltrona rossa, con sentimenti misti, oscillanti tra le lacune che un budget almeno basso (e non micro, perché anche questo va detto) avrebbero permesso tranquillamente di colmare, e quello che comunque Sriep ha saputo confezionare, darti e suscitarti (molto, e non è da tutti), e mentre scorrono i titoli di coda non puoi fare a meno di pensare che non ci sia nulla di più vero di quella finzione; che quella storia fa così male perché, in fondo al cuore, e neanche tanto a fondo, vorresti che fosse realmente, davvero, solo pura invenzione in ogni suo fotogramma; che si potesse tornare indietro, che nessuna vita e verità fossero uccise e seppellite nel cemento, o in fondo al mare, né sullo schermo, né altrove.

E poi esci dal cinema (l’Eden a Paceville, ndr), ti guardi intorno e, tra tutte quelle scenografie di cemento, vetro, soldi male usati e per pochi, riciclaggio e speculazioni, ti rendi conto che il film non è finito, rimane ancora un’ultima scena, stavolta nel 2021, e che ci sei dentro, in un tutto così maledettamente tangibile, soffocante, buio.

E pensi che quella è ormai la verità, la realtà delle cose, il punto estremo e ultimo di arrivo. E che non se ne esce più.

*Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce, Feltrinelli, Milano, 2015, p. 13

** “I nostri anni di piombo”: definizione data da più di una persona durante la ricerca, e accettata con indulgenza da chi, come me, condivide la sua data e luogo di nascita col rapimento, preludio al suo assassinio, vero, del capo di governo italiano nel lontano 1978.