
Accanto al letto, un libro comprato a Parigi due secoli fa.
Simone de Beauvoir. Mémoire d’une jeune fille rangée.
Che significa rangée? Mi viene chiesto. Perbene, rispondo, pensando a come è stato tradotto il titolo in italiano. Memorie di una ragazza perbene.
Perbene.
La traduzione più immediata, letterale, è ordinata, allineata.
In riga.
Mémoire d’une fille décalée.
Spostata.
Non più jeune fille, perde senso anche il mio continuare a essere, per la placidità degli occhi altrui, agli occhi di molti altrui – ma non di tutti (e vi ringrazio, voi pochi, pochissimi, rari, dei vostri sguardi aperti, dei vostri sguardi oltre), rangée.
La décalée prende sempre più spazio, invade, turba confini, li scompone, spezza, smonta, perché di luoghi di sé, per sé, ne necessita sempre di più, ne necessita come aria, come acqua, perché ormai, dentro di lei, là, in fondo, sparpagliato e rintuzzato nei piccoli angoli che le erano stati concessi, non ci va quasi più niente.
Sfalsata.
Memorie e speranze di una donna sfalsata.
Privata del prefabbricato limaccioso performare cortesi imposte apparenze sempre annuendo sorridente,
scivolano le tegole
una a una.
Resta il muschio, una stanza da cui si affaccia la luna, la nebbia del mattino.
