Il viaggio d’acqua

Il giorno prima di partire per Roma, a casa, è mancata l’acqua. Le bottiglie che di solito riempio e lascio piene per le piante sono servite a sciacquare via giusto il primo strato di sale, dopo un tuffo al mare. Il secondo e forse il terzo sono rimasti sulla pelle che è partita dunque assetata, impaziente di acque ben più sciape.

Alba di casa

Fuori da Fiumicino l’aria era già più fresca e clemente. Il giorno dopo era nuvolo, e ha piovuto. Quant’era che le narici non si riempivano di umidità buona e fresca? La pioggia ha fatto saltare il programma di recarsi tutti insieme alle terme, spostato al giorno dopo, e ci ha portato in centro, ad assistere al fenomeno di una città che si svuotava come una vasca a cui è stato tolto il tappo. A Malta non succede, Malta non si svuota mai.

Mentre percorrevamo le vie dietro Corso Vittorio ho ripensato che, quando si è a Roma, più di scarpe a prova di sampietrini (e no, le espadrillas piatte non lo sono) e un voto di resistenza alle gelaterie (miseramente fallito), è importante mettere in borsa una bottiglia vuota; e poi iniziare a vagare senza mete precise, ma con una lista – vaga – di posti in cui ci si vorrebbe di nuovo – casualmente – trovare e se non succede, pazienza. In tutti questi vagheggiamenti c’è però una costante e questa costante è il nasone, la fontanella. Non si va in cerca della fontanella, tuttavia. La fontanella è una cosa che capita, una bella sorpresa, come la neve e l’arcobaleno. L’acqua che ne esce è la migliore che si sia mai bevuta (se poi ci si vuole dissetare con acqua pura e buona come il miele, almeno così si dice sia, bisogna camminare fino a piazza Barberini, alla fontana delle api – luogo in cui, stavolta, non ci siamo imbattuti).

Il giorno dopo, finalmente, le terme di Chianciano. Ho perso il conto del tempo passato in acqua, sotto gli spruzzi, tra le bolle, a far sonnecchiare beato lo sguardo nel verde di un boschetto tutt’intorno, sotto l’ombra. L’acqua è il mio spazio di meditazione e riappacificazione con il mondo. Che sia il mare, il getto di una doccia o una piscina, l’acqua mi restituisce a quello che sono, a quello che vorrei essere: liquida, fresca, trasparente e vestita di tutte le sfumature del blu. Chiare, fresche e dolci acque.

Acqua, mescolata con altri ingredienti trasformati in qualcosa di divino, è quella che ci siamo ancora concessi prima di fare ritorno nel Lazio. Tre agosto duemiladiciannove è il giorno in cui credo di aver mangiato una delle pizze migliori di tutta la mia vita al ristorante Re al Quadrato di Chianciano: pomodorini, colatura di alici, alici, burrata e prezzemolo. Più gli assaggi alle altre: margherita e marinara. Chi dice che la felicità non può essere mangiata e perfettamente digerita?

E poi, infine, ancora mare, perché il mare è come la pizza, non se ne ha mai abbastanza. Sempre in Toscana, dove abbiamo fatto ritorno, ai piedi dell’Argentario. L’ultima volta che mi ero bagnata nel mio Tirreno era stato nel 2008, durante un paio di giorni a Orbetello con due care amiche antropologhe, prima che il destino ci disperdesse come correnti marine. Orbetello anche questa volta, ma dall’altra parte del promontorio, a Ansedonia. Guardando dal mare verso la spiaggia ho ricordato che il mare italiano è anche contrasto tra spiaggia libera e l’occupazione degli stabilimenti, e poi alternanza tra l’una e gli altri per chilometri, a perdita d’occhio.

L’acqua era una danza di rametti e sabbia, limpida e piacevole ma così diversa da quella a cui ora sono tornata. Acqua turchese, un poco mossa, che ho salutato questa mattina, facendomela di nuovo famigliare nel mio volo liquido tra tanti pesci e una medusa.

Hic sunt leones

Cartografie romane. Lo Gnam, il Giappone, il fumetto.

Ultimamente Roma per godersela bisogna prenderla alla lontana, navigando al largo, cercando di non finire nel vortice di folle, motori e vetrine del centro; a meno che al centro non si conoscano già una buona gelateria dove rifocillarsi e poi un porto sicuro dove approdare e dove faranno rotta anche le amiche più care, come è stato, e come accade spesso, alla libreria Griot, una domenica pomeriggio.

Fiera di Roma

La mattina di quella domenica giungevo tuttavia dall’immersione in altre folle, quelle variopinte del Romics, con mia sorella che di queste cose ne sa più di me e che disegna in modo incredibile, perdendoci e ripescandoci regolarmente tra nugoli di ragazzini, supereroi, disegni, schizzi e patatine fritte, dove un po’ mi ritrovavo e molto mi sentivo controvento. Eppure a me i fumetti piacciono assai, mi sono sempre piaciuti, li ho divorati, collezionati, disegnati anche, per divertimento. Regalatemi una graphic novel ben fatta e mi vedrete felice.

Sempre procedendo ai margini del centro, due giorni dopo ho dedicato qualche ora (per la quarta volta) a uno dei luoghi più belli e rasserenanti in cui mi sia mai capitato di mettere piede: lo Gnam.

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La Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea è uno di quei posti che vizia lo sguardo e l’animo e mette completamente a proprio agio, tra tanto ben di dio. La prima volta c’ero stata con Chiara (l’unica volta che avevo potuto ammirare il bacio di Klimt, tutte le altre volte sempre in viaggio), quando non era ancora stata ristrutturata; da quel che ricordo, era un bel museo come ce ne sono tanti grazie alla sua collezione, ma pesante, buio, polveroso. Da pochi anni è tutta un’altra storia. Gli spazi e il nuovo allestimento non cronologico sono belli quasi quanto le opere che ospitano. Le descrizioni non disturbano e quasi si confondono con il bianco delle mura. Tutto è arte, perché si è oltre qualsiasi categoria: l’etnico e il periodo storico sono stati messi al bando. Il moderno, il contemporaneo, l’occidentale e il non occidentale si mescolano, si accompagnano, si danno man forte e sembra si facciano i complimenti a vicenda. A volte si ha anche l’impressione che non abbiano più neanche bisogno dello sguardo del visitatore, della sua logica ordinatrice. Altre invece che lo invitino a unirsi, come una nuova opera mobile e sempre variante, alla festa perpetua che hanno messo in atto.

Perché, come già detto, è questo il punto. La visita allo Gnam è come una colazione sull’erba, una festa tra amici cari, una passeggiata sul prato a piedi scalzi, dove si può tranquillamente scegliere di non vedere tutto pedissequamente e sentirsi comunque a posto con la coscienza – la bellezza che ci circonda ci ha già raggiunto tutta, quasi per osmosi. Abolita la dittatura delle didascalie e dei periodi, si vaga, si vaga e basta alla ricerca della cosa più leggiadra o spiazzante; ci si inventa il proprio percorso, si torna indietro, ci si sdraia su divani che sembrano istallazioni, ci si muove in balia di onde leggere, trascinati verso sale che galleggiano nella luce come isole bianche piene di tesori. Se è tanto che non vedete un amico, se volete un bel posto dove passeggiare e ogni tanto fermarvi di fronte alle tele di Fontana, a una statua di Canova, a un quadro di Fattori, solo per citarne qualcuno, lo Gnam è il posto ideale. Altro che le vie di Trastevere.

Poco distante dalla galleria (nel bar servono anche ottime pizze bianche ripiene, così, tanto per dire), c’è l’Istituto Giapponese di Cultura, dove avevamo prenotato una fugace visita (è proprio il caso di dirlo), al giardino, per la fioritura dei ciliegi. La visita va prenotata il martedì e il giovedì ed è assai breve, non ci si può stare per più di mezz’ora, buona parte della quale si è accompagnati da due guide che raccontano la storia del giardino, si sforzano di farci immaginare che quello che abbiano davanti non è uno stagno ma il mare e ci tengono a specificare che il giardino in cui ci troviamo non sia zen. Zen o non zen il profumo del glicine e del ciliegio ci ha già stordito appena varcata la soglia, quei trenta minuti passano come se fossero solo cinque, la preoccupazione maggiore è quella di non finire a far compagnia alle carpe, e quando usciamo abbiamo la certezza che se la primavera tarda un po’ ad arrivare del tutto (venti freddi e piogge turbavano ancora la navigazione romana, per non parlare dell’atterraggio a Fiumicino) è forse perché si sta ancora stiracchiando le gambe sul prato di quell’incantevole giardino.


Viaggio in Portogallo

Ovvero, il dramma del pomodoro.

Tutto è iniziato sul volo da Zurigo a Lisbona (non perso per un soffio), quando decido di prendere da bere, per la seconda volta nella mia vita, un succo di pomodoro (il primo fu a Parigi, per un aperitivo con Giulia C.). Adoro il pomodoro e spesso quando cucino la salsa della pasta una buona porzione se ne va in copiosi e ridondanti assaggi. Chi era con me non ne ha voluto sapere per più di un sorso e mi ha guardata, per usare un eufemismo, con scetticismo. E io ho pensato di come in effetti ogni pomodoro, una volta uscito dal suo ruolo comune, si muova nei terreni dell’incomprensione. Il dramma del pomodoro è reale ed è quello di un frutto costretto sempre a comportarsi da ortaggio per essere compreso – e consumato.

Ho ripensato a questa delicata questione mentre passeggiavo qualche giorno dopo per la bella Rua dos Remédios, a Lisbona, dove abbiamo soggiornato per una settimana e fatto regolarmente seconde colazioni nelle varie pastelarias e in particolare in quella all’inizio della via, l’Alfacinha, buona e onesta, con i suoi habitués, la sfilza di dolci cremosi (ce li sognamo ancora la notte, e anche il giorno), i barattoli di lupini e le signore del quartiere (sempre a tre a tre) che si incontravano là per un caffè.

Ci ho ripensato perché mi doleva di non essere anche io, in quel posto, une habituée, di non essere capace di ordinare cappuccino e pastel (o anche pan de deus, altra meraviglia) in portoghese, di essere confusa con tutti i turisti che passavano a decine di là per quella via, di non vivere il posto davvero, ma essere solo di passaggio, che la mia permanenza fosse veloce come il tempo di sparizione di due pasteis (perché che fai, ne prendi solo uno?). E in quel momento mi sono sentita anche io un pomodoro, qualcuno che era qualcosa ma doveva agire come qualcos’altro per trovare agio in quella realtà provvisoria di turista o viaggiatrice temporanea – se proprio vogliamo credere che le definizioni che diamo a noi stessi contino qualcosa. Viaggiatrice un corno, ero una turista, punto. Ma ero anche un’antropologa condannata a un perpetuo desiderio di ricerca, che avrebbe voluto fermarsi, trovare un argomento da approfondire, studiare la lingua, girare anche a vuoto e per giorni senza l’urgenza di far fruttare il tempo; di perderne parecchio, anzi, di tempo, per ascoltare il campo, farsi sedurre dalle sue deviazioni, chiacchierare con le persone che ci vivono e trovare nelle loro parole sentieri invisibili e nuovi. E invece tutto quello che potevo fare era consultare la guida, visitare i luoghi consigliati, cercare di perdermi un po’ ma non troppo, stare attenta ai borseggiatori (che pare siano abilissimi e in quella settimana abbiamo sentito più “attenzione ai borseggiatori” che “bon dia”) e conciliare la quantità immane di tuorli d’uovo, che quotidianamente ti passano con tutto quello che ordini, con le abitudini del mio fegato (che a un certo punto mi ha mandato a dire “Virgì, mo’ basta”).

Quando è in vacanza ogni antropologo è a suo modo un pomodoro. Ma è anche questo il bello, questo non adagiarsi mai in nulla, non prendere mai nulla per dato. Questa continua, succosa, inquietudine. E sapere che se si gratta la patina della turista, sotto sotto, c’è sempre un osservatore partecipante.

Nonostante il sentirsi un pomodoro, quei sette giorni a Lisbona sono stati quello che ci voleva. E se turista dovevo essere, allora tanto valeva farlo come si deve. Abbiamo visto parecchie cose quindi, raggiunte rigorosamente a piedi.

E quindi ecco, dopo i tentativi parigini di frivolezza, quelli lusitani, tenendo sempre conto che Lisbona è la città del fado (ah il fado) e quindi ogni frivolezza è solo di facciata.

  1. La to do list

Alcune cose non puoi proprio evitarle, specie se visiti una città per la prima volta. E quindi abbiamo ligiamente depennato dalla lista il Panteão Nacional , la torre di Belém e omonima pastelaria, il Mosteiro dos Jerónimos (splendido), il (purtroppo il chiostro era chiuso per lavori), la Praça do Comércio, il Museu Do Azulejo, il Calouste Gulbenkian, il tram 28, il Bairro Alto, la scontata LX Factory, la livraria Bertrand e una quantità innumerevole di miradores senza l’aiuto di alcun elevadores (la rima è puramente casuale). Tutto a piedi, dicevo. Succede sempre così, per un po’ di giorni ignoriamo i mezzi pubblici, facciamo come se non esistessero per niente, poi ci arriviamo per disperazione e per praticità. Ma in fondo Lisbona è una città piccola, così ha detto più volte un amico di Teo, la prima e l’ultima volta che ci siamo visti, ed è sempre bello avere amici in una città che si visita. Avere qualcuno da vedere e con cui passeggiare ti fa sentire meno pomodoro e più tomate (e quindi, cari Louis e Angelica, quando verrete a trovarci faremo di tutto per farvi sentire il più possibile dei tadam).


2. Il Feira da ladra, l’immancabile mercatino…

…dove non faccio mai nessun affare ma solo foto – e dove abbandono Teo al primo bancone di libri per tornare poi a cercarlo un quarto d’ora dopo e trovarlo esattamente dove l’ho lasciato.

3. La cura dei colori

Vivendo in un’isola gialla che per giorni e anche alla partenza era sotto un cielo grigio, uragani, tempeste, grandine, vento e chi più ne ha, Lisbona è stata davvero una cura per gli occhi.

4. Birdwatching

Venendo pure da un’isola che stermina la maggior parte dei volatili che osano mettere l’ala all’interno del suo spazio aereo, il Portogallo non ha deluso neanche in quello.

5. Sintra

L’ennesimo momento in cui ho rimpianto di aver dimenticato le mie ali da fata a Parigi. Perché Sintra è una fiaba. Ma può anche essere un incubo, se non si azzecca la stagione. Su Sintra ho letto parecchio prima di andare, cercando di capire cosa, tra le tante meraviglie, non si potesse escludere e ovunque, guide e siti, mettono in guardia dalle orde di persone che a gruppi di dieci, cento e mille la raggiungono, l’attraversano e la riempiono, traboccando da ogni dove. Nonostante il treno fosse già pieno di mattina presto e nonostante le scolaresche italiane e portoghesi in gita, siamo stati fortunati e abbiamo potuto girovagare per castelli, grotte, labirinti e lussuriosi giardini a nostro piacimento, senza file, senza intralci. Ci siamo anche seduti alla celeberrima pasteleria Piriquita dove i dolci del luogo li abbiamo provati tutti e due (i travesseiros e le queijadas) e anche quelli devo ammettere che ci mancano assai, ora. Il giro intelligente e fortunato è iniziato proprio dalla pasteleria, ha proseguito con il Palacio Nacional, la Quinta da Regaleira e infine il Palacio e Parque da Pena. Il tutto disquisendo anche di letteratura inglese e Lord Byron che a Sintra dedicò alcuni versi del Childe Harold’s Pilgrimage:


Lo! Cintra’s glorious Eden intervenes
In variegated maze of mount and glen.
Ah, me! what hand can pencil guide, or pen,
To follow half on which the eye dilates
Through views more dazzling unto mortal ken
Than those whereof such things the bard relates,
Who to the awe-struck world unlocked Elysium’s gates?

6. Alfama

Il quartiere dove avevamo casa. Il solo dove, se dovessi tornare a Lisbona, sceglierei ancora di stare. Il fado (ascoltato la sera del mio compleanno gustando un caldo verde al no. 83 di rua dos Remedios) e il commento di Teo “mi ricorda di quando ci siamo persi a Bitonto, ma senza l’ansia di stare per perdere il treno per Bari”, bastano per non desiderare di dormire altrove.

7. Quello che non mettiamo a fuoco,

che accantoniamo, che lasciamo in sospeso come le note notturne di un fado che si insinuano tra le mura piastrellate e ci accompagnano verso un sonno senza sogni, che di cose ne abbiamo già sognate abbastanza ed è tempo di riposare, di riguadagnare energie per altri sogni. Quello che è stato scartato in nome di cose che allora ci sembravano più perfette e solo ora capiamo che nello scarto c’è invece tutta la libertà e la possibilità di essere altro. E che certi errori sono anche bellissimi da fare e da ripetere.

Un errore da non rifare, tuttavia, è quello di lasciare ancora a lungo questo paese da parte. Il Portogallo, che ho vissuto per anni nella letteratura di Pessoa e Tabucchi, è stato un viaggio a lungo accantonato proprio come la sua posizione, defilata là nel lato estremo dell’Europa. Paese con lo sguardo rivolto verso il vento, l’oceano e terre ancora più lontane, terra a sua volta che parla poco del continente a cui appartiene e molto d’oltremare.

8. Dulcis in fundo.

Loro. Che pure se Lisbona non avesse avuto nulla da vedere, il viaggio valeva la pena di farlo solo per loro. Qui sotto la poesia di mani, crema e cottura a 200° della Manteigaria Fabrica de Pasteis De nata.

Obrigada.

Parigi… pace? Sette tentativi di riconciliazione (tra mostre, musei, poesia, galette e cucina vietnamita) e un promemoria.

Prima che iniziasse l’anno nuovo, mentre ero ancora là che mi districavo nei rimasugli del vecchio, mi sono detta, risoluta: nei prossimi mesi me ne starò tranquilla a casa a scrivere e quello che scrivo non resterà nelle disordinatissime cartelle del mio desktop, no, cara mia, stavolta quello che scrivi esce fuori, va pubblicato. Provaci, almeno.

E invece no. A gennaio sono tornata a Roma, a metà febbraio c’è stato l’intermezzo di lavoro austriaco e, tra il primo e il secondo viaggio, Parigi. Ma Parigi, mi chiedo ora, è un posto dove vado o dove ritorno? Il non capirlo mi provoca sempre problemi non irrilevanti con la città e col tempo che le dedico. Ora, mettiamo che Parigi sia il posto dove sempre torno, e non vado mai. Mettiamo che per tornare serva sempre un motivo. Quello sì, c’è sempre. E stavolta era pure validissimo: assistere alla soutenance – perfetta, incredibile, brillante – di Ludo. A Parigi non capito mai senza ragioni. Perché se non ci sono i motivi particolari ci sono comunque quelli ricorrenti: un seminario, un possibile lavoro, senza dimenticare tutti gli amici e tutti i luoghi dove non c’è mai un solo ricordo e dove le memorie si accalcano e fanno a gara per quella che emergerà per prima e per prima si lascerà raccontare.

Tutto questo fa di Parigi la città dei miei ritorni “a casa” (senza che una casa col portone di legno e il codice ci sia più), e mai la destinazione di una vacanza. Che poi queste schizofrenie tra andare e tornare, tra vacanza e quotidianità più o meno ritrovata, non diano problemi di gestione delle giornate, quello è un altro discorso che sa bene chi mi accompagna (e mi tollera). Perché io ci provo rilassarmi a Parigi, ma poi, più di tanto, non ci riesco. Parigi è pesante, sempre. Di nomi di vie e fermate di metro che sono sempre qualcosa di più, di rimorsi, di rimpianti, di visi, di occhi, di giri in bici, di valigie che non volevo fare, di ore in biblioteca, a lezione, di bei ricordi, di file alle panetterie, di giardini e picnic, di mesi che vorrei ancora trascorrervi. Però l’impegno a prendere la ville con più frivolezza c’è, c’è tutto.

Ed ecco, come prova, tutti i miei tentativi.

Tentativo no. 1: Quai Branly o Pompidou?

Avrei voluto fare un salto al Quai Branly, il quale, al di là di tutte le polemiche espositive che uno possa tirare fuori, resta uno dei luoghi più incredibili, in quanto a collezioni, in cui abbia mai messo piede. Quello e il Centre Pompidou, dove invece i piedi li ho messi tutti e due, qualche ora prima di tornare a Malta. Non sono riuscita a ritrovare il mio Matisse preferito e non so se mi piaccia la rigida seppur necessaria partizione cronologica tra arte moderna e contemporanea (preferisco sempre i percorsi tematici) ma capisco anche che sia difficile organizzare tutto quel ben di dio del moderno con le illuminazioni (o spesso i deliri) delle istallazioni contemporanee e quindi, alla fine, non sono uscita delusa (mai, dal Pompidou non si esce mai delusi. Forse un po’ scioccati per i sei euro della fetta di torta di mele. Ma era buona, e li valeva tutti).

Tentativo no. 2: dove non arriva l’arte, arriva la psicoanalisi.

Al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme c’era invece la bella mostra temporanea (ora terminata) Sigmund Freud. Du regard à l’écoute, un viaggio nella quotidianità (se così si può dire) di Freud, negli stimoli, studi, arte, spettacolo e ostruzioni del suo tempo. Non avrei messo Freud sullo stesso piano delle rivoluzioni di Copernico e Darwin (e qui l’inchino è sempre d’obbligo), ma il percorso tra astrusi macchinari di cura pre-psicoanalisi, la sua borsa da lavoro, la ricostruzione dello studio, i filmini di famiglia, le letture dell’epoca e gli schizzi illustranti le fasi dell’isterismo femminile, hanno un po’ messo a soqquadro le basi del mio scetticismo per la disciplina. Che fosse una tappa necessaria, nella storia e prima del pranzo al Marais, su questo non c’è dubbio.

Tentativo no. 3: se la vita è una, perché non viverla da rossa? 

Ancora aperta, fino al 20 maggio (lo dico perché quello che scrivo sia anche di qualche utilità) è invece un’altra bella mostra nel XVIIème (un arrondissement in genere poco praticato), presso il Musée National Jean-Jacques Henner, dal titolo Roux! e dedicata – sì, l’ho scelta io, apposta – ai capelli rossi (alla loro rarità, fascinazione demoniaca, eccezione, ossessione, attrazione, dal tempo del pittore fino a oggi, dall’arte alla pop culture). Il museo è già di per sé un viaggio nel tempo, tra le stanze e le scale di una casa accogliente che deve essere stata anche molto amata; la ricostruzione dell’atelier con scrivania, pennelli e tavolozza (o semplicemente il fatto che nulla sia stato toccato, presumo, da allora) soddisfano anche la più difficile antropologa appassionata di oggetti di memoria e gli schizzi di Henner sono un perfetto preludio delle opere più elaborate che tuttavia, anche nella loro completezza, sembrano sempre sospese nel sogno, in una perfetta soffusa fugacità, e con soggetti che non sai se saranno così disciplinati da restare là buoni e fermi, non appena avrai distolto lo sguardo.

Tentativo no. 4: Pablo. 

Ah, Picasso (al Musée Picasso e al Centre Pompidou). Non sono una critica d’arte e i miei ultimi studi strutturati di storia dell’arte risalgono al quinto liceo (se escludiamo Antropologia e Arte, durante la specialistica). Tutto questo per dire che su Picasso è meglio che taccia. Non mi piaceva molto, un tempo, ma ritengo perché allora non mi piacessi molto io e cercavo nell’arte più sicurezza che labirinti. Ora credo che il mondo senza la sua arte non sarebbe lo stesso: è un’arte che ti scaraventa oltre, e che in quell’oltre ti ci abbandona e smarrisce lasciandoti però allo stesso tempo gli indizi per tornare indietro. E tu ti incammini a ritroso, scosso, sorpreso, incantato, ma sempre con l’occhio rivolto a quel sentiero nascosto.


Tentativo no. 5: Virginie la reine (non proprio la cosa più sicura, in Francia).

Due galette, due vittorie. Non c’è molto altro da aggiungere. Sì, Teodor, anche io credevo che quel rigonfiamento fosse “il personaggio” (cit. Chiara Carolei) e la fetta te l’avevo lasciata scegliere apposta, e invece no, era una galette ingannevole. Le borse brutte (o forse i Buddha, libera interpretazione, ibidem) le ho entrambe trovate io.

Tentativo no. 6: i ristoranti vietnamiti

Se dovessi trasferirmi di nuovo a Parigi vorrei nei pressi di casa (tipo sotto, che posso anche andarci in ciavatte) un ristorante vietnamita. Una delle migliori cucine al mondo, delicata e intrigante, esotica e famigliare, con una perfetta combinazione di colori, come un affresco. E leggera. Siamo tornati con Giulia e Julien da Hanoi, dove cerco di passare ogni volta che capito nel XIème (cioè sempre) grazie a una fortuita combinazione di appetito, freddo, quartiere e mezzodì, tipo che uno ha detto ho fame e l’altro, ah ma qua vicino non c’è Hanoi? e un terzo, oh, c’è posto, e il quarto: entriamo. E zuppa fu.

Ma con Teodor abbiamo anche provato il Quan Viet e se ci tornassi ordinerei direttamente due-tre porzioni dei loro ravioli al vapore e sarei la persona più felice del mondo (almeno per una decina di minuti).

Tentativo no. 7: la poesia (e la filosofia)

Una serata di letture (anche in maltese, grazie Liz) nella bellissima libreria Les Petites Platons dedicata alla filosofia (per bambini, e quindi per tutti). E ricordarsi della bellezza della parola “leggiadro”. E sperare di poter davvero, un giorno, curare la traduzione di quella collana poetico-letteraria-filosofica. Eh, Ludo?

Serata di letture per i trent’anni della rivista Clandestino

Il migliore promemoria di sempre.

Passeggiata veloce, fredda, intensa al Père Lachaise, a due passi da dove alloggiavamo. Non ho trovato Chopin stavolta e la sua lapide piena di rose rosse. Sarà per la prossima.

Foto mie e di Teodor.

Vie Valentine (e lente pubblicazioni)*

Come da tradizione (sono già due anni di seguito e nella migliore tradizione delle tradizioni cominciate e inventate che pare abbiano sulle spalle chissà quanti anni ma invece sono nate l’altroieri – e in effetti proprio l’altroieri riflettevo su questa cosa), il giorno di San Valentino è dedicato a viaggi in terre teutoniche. A differenza dello scorso anno, tuttavia, sarà solo una toccata e fuga in cui cercherò di gettare il più possibile l’occhio verso le Alpi, e cogliere in un battito di palpebra meccanico ancora più rapido (c’è il sole, sarà rapidissimo) la loro traslazione in bianco e nero**. Ho un rullino da finire, un altro da cominciare.

Malta acuisce la nostalgia dei monti. Una nostalgia che non si sa di avere finché non ci si ritrova al di sopra di essi, o ai loro piedi. Il senso di infinitesimale piccolezza e limite che dà il mare è diverso da quello che si prova al cospetto delle montagne. Nel mare ci si fonde, confonde, anche se in maniera limitata e temporanea. Il mare accoglie, travolge. In un modo o nell’altro se ne è parte.

Tra le montagne, invece, ci si sente sempre altro, estranei alla pietra, estranei a quell’aria rarefatta che i polmoni devono imparare a respirare di nuovo, estranei alle cime, alla maestà delle altezze che, almeno a me, parlano di altre possibili vite, lontane dal Mediterraneo.

Estranei, dicevo, e allo stesso tempo presi, afferrati e stretti da tanta rocciosa bellezza che narra di storie al di là di ogni tempo umano, di increspature e innalzamenti senza spettatore.

Le montagne promettono e permettono sempre un oltre che il mare allontana, allunga, rende irraggiungibile.

Eppure se dovessi scegliere a cosa somigliare e a cosa far somigliare la mia vita, sceglierei sempre il mare e la sua liquida irrequietezza, la sua calma solo di superficie.

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Dai monti al mare #marsascala

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*Facciamo finta che sia ancora metà febbraio. Avevo iniziato a scrivere questo post all’aeroporto di Vienna, in attesa del volo per Innsbruck. Avrei voluto aggiungerci qualche foto, prima di pubblicarlo e quindi l’ho lasciato in sospeso. Poi c’è stato il ritorno, la pioggia, grandine che pareva neve, l’uragano, il racconto per il concorso, il lavoro e mettiamoci pure che febbraio è corto e finisce sempre troppo presto e una cosa tira l’altra e quando l’ho ripreso era già marzo.

** Lo sportello della macchina fotografica si è bloccato (lo è ancora). Tiene prigioniero il rullino precedente, non mi ha permesso di metterne uno nuovo. Chissà quando ci sarà ancora una perfetta combinazione di cielo limpido, finestrino giusto, neve, montagne, aereo che fa manovra decisamente al di sotto della loro altezza prima di prendere quota e far tirare un sospiro di sollievo un po’ a tutti i passeggeri.

The true Science-Fiction

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(Trans. by Teodor Reljić)

Just like last year, I’ve once again rescinded any responsibility of choosing a place to visit for the latter and most punishing parts of the summer. A place that would have spared my skin the shock of early aging, which would have spared me having to gasp for breath. And a place that would have turned my gaze away from an island which appears to be growing uglier by the minute. Uglier, and filled beyond the brim by those eager to stretch their grasp over any remaining bit of open space. Which means no time or silence for yourself, even beyond the summer months.

The entire stretch of Malta is turning into St Julian’s, and the entire year into August.

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And those who truly love the island, who have, let’s say, searched for it again and again – unlike many others who, while also being the first to judge and condemn it, come here simply to cream off its immediate economic benefits – those are the ones who suffer the most. They would remember the island being different, more beautiful, and just six, eight, nine, thirteen years ago. And no, it is not just a matter of personal outlook.

Even Marta, a delicate and beautiful creature, almost (sticking to the theme of this post) elf-like, an architect in reality and deep within her heart – she knows it, and feels it too.

Last year the trip I was strung along for was to Belgrade, for a language course suggested by Ludo, and this year it was the turn of Helsinki, as I accompanied Teodor to WorldCon 75, which meant snaking my way through the labyrinth of a genre that he loves very much, but within whose confines I can never manage too long a soujourn.

I say this with a measure of regret, and even perhaps out of a certain ignorance of the exact parameters of the “genre” (not that I particularly like speaking about genres of literature in any case), but as a dedicated (even zealous) devouerer of books, I’ve always found the “realist” tradition (a genre in its own right, I know) always more compelling… less easy to grasp, in some ways. Because I believe that it is under the stark light of reality that fantasy is truly put to the test. I’ve even tried to explain it in these terms – all the while, if I’m honest, battling some nerves, especially after he felt compelled to jot down some notes on the anthropology of objects, after I mentioned it as one of my fields of interest – the amiable science fiction writer Jeff VanderMeer, author of three fascinating and intelligent books which share shelf space with Pavese and Calvino* at home.

But then, the moment that I wrote down this final phrase – because it’s within the limits of reality that fantasy is put to an even harsher test – this verse floated back into my mind:

O Muses, O high genius, now assist me!

O memory, that didst write down what I saw,

Here thy nobility shall be manifest!

(my emphasis)

Words that come from a work, the Commedia, which is not exactly realist, but neither is it the other thing, but at the same time it is, completely, it is that also – it is everything, and it is the greatest work of literature ever to be written.

So, down with genres. Of all kinds.

It’s something I’ve always believed, deep down. In literature, the only valid differences to be found are those which lie between a story which grabs you, takes your breath away and overpowers you with chills, and one which leaves you just where you are, as you are, or which simply skate over you, like a calming breeze. Which might raise a smile, but which leaves you rooted to the same spot after all is said and done.

I actually came here to speak about Helsinki – not literature and not science fiction. Even if, to speak about Helsinki means to speak about this too.

To speak about those moments in which, snaking our way out of WorldCon’s labyrinth, we happened upon what, for us, was the real science fiction: a city that is organised to the hilt, shaped by an intelligent architecture which respects individual and social rhythms, a logical organisation of spaces, a respect of all social categories and age groups on its public transport, in public spaces, cafes and shops. There were no ‘non-places’ in Helsinki, is what I’m trying to say, and in future I hope to find the words to articulate it better. And I’m finding it hard to understand those who, prior to our departure, described it as an uninteresting city, unattractive… unjustly lowering my already meager expectations even further downwards. Now, however, I only want to go back – and I even want to see what lies beyond the confines of the city itself.

Helsinki is a city to be read between the lines, which does not reveal all, which betrays the “genre” assigned to it by others: you creep up towards it on tiptoe, believing yourself to be following a linear narrative, only to end up stumbling, bewitched, into one of Murakami’s enchanted forests.

*I also hope that I’ll soon catch up with the work of the other writers I’ve had the pleasure to meet over these days, and with whom we’ve shared space on tables both large and small (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). I remain passionate about anthropology, and testament to that are the twenty-odd years I’ve dedicated to the practice and how I still dedicate the brilliance of my better days to it. But literature remains my first love, and being able to speak to an author immediately after you’ve read their work is something I find indescribable, an even more potent form of science fiction for someone like myself. That is, someone who, while waiting for a Worldcon panel to start, opted for Tolstoy.

I rest my case.

p.s.

An ebook and a film camera. Dimensions which I never believed I would find myself entering into, and others which I never thought I would be revisiting.

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La vera fantascienza

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Come l’anno scorso, ho sospeso ogni responsabilità nella scelta del posto che avrebbe risparmiato alla mia pelle precoci invecchiature, al respiro sospensioni indesiderate e agli occhi la vista di un’isola imbruttita, riempita fino al limite e allo stremo di quello che a stento riesce, non so come, ancora a contenere e che, neanche tanto lentamente, sta divorando anche lo spazio, il tempo e il silenzio dei mesi al di fuori.

Tutta Malta si sta facendo St Julian’s, tutto l’anno si sta facendo agosto. E chi l’isola la ama davvero e non ci è capitato come molti (i più spietati nel giudicarla e condannarla, ora) per ragioni economiche e di comodo, diciamo, chi l’isola se l’è cercata e ricercata, ne soffre tanto, ne soffre parecchio. La ricorda diversa, bella, appena sette, otto, dodici, tredici anni fa. E non solo perché gli occhi avevano un altro sguardo.

Anche Marta, una delicata e bella creatura, quasi elfica (per restare in tema con questo post), architetto di cuore e di fatto,  lo sa, lo sente.

Lo scorso anno a Belgrado, per un corso di lingua proposto da Ludo, quest’anno a Helsinki per accompagnare Teodor al WorldCon 75, dunque, defilandomi molto spesso dai labirinti di quella letteratura che lui tanto ama e in cui io non riesco mai a sostare più di tanto.

Lo dico con rammarico, e forse anche con una punta di ignoranza sul “genere” (detesto parlare di generi in letteratura, tuttavia), ma da buona e solerte divoratrice di libri, ho sempre trovato la letteratura “realista” (ancora generi, lo so) sempre molto più avvincente, più profonda, meno facile, per intenderci. Perché è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova, secondo me. Come ho anche cercato di spiegare (parecchio emozionata a dire il vero, sin dal momento in cui prendeva appunti su un’antropologia degli oggetti in cui gli dicevo di essere impegnata) a un amabile scrittore di fantascienza, Jeff VanderMeer, autore di tre libri di un’affascinante e intelligente storia disposti sui miei scaffali accanto ai vari Pavese e Calvino*.

Però poi, nel momento in cui scrivevo quest’ultima frase –  che è nei limiti della realtà che la fantasia è ancora più messa alla prova – mi sono venuti in mente questi versi

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi 

qui si parrà la tua nobilitate

i quali vengono da un’opera, la Commedia, che proprio realista non è, ma non è neanche l’altra, e allo stesso tempo lo è totalmente, lo è entrambe, è tutto, ed è il miglior lavoro di letteratura mai scritto.

Abbasso i generi dunque. Di tutti i tipi.

L’ho sempre pensato, in fondo. In letteratura l’unica differenza valida è quella tra una scrittura e una storia che ti prendono, ti consumano il fiato e ti mangiano di brividi e altre che ti lasciano là dove sei, o che ti passano appena addosso, come una piacevole brezza. Per cui sorridi ma poi tutto resta com’è.

Volevo parlare di Helsinki in realtà, non di letteratura, né di fantascienza. Anche se poi parlare di Helsinki è parlare anche di quello.

Parlare dei momenti in cui, defilandoci dal Worldcon 75, siamo capitati in quella che per noi è stata la vera fantascienza: una città organizzata in tutto, fatta di un’architettura intelligente rispettosa dei ritmi individuali e sociali, una logica organizzazione degli spazi, il riflesso del rispetto di tutte le categorie sociali e di età nei trasporti, nei luoghi pubblici, nei locali, nei negozi. Non c’erano non luoghi a Helsinki, questo è quello che ho avvertito. Troverò meglio, in futuro, argomenti per spiegarlo meglio. E non capisco chi, prima di partire, me ne ha parlato come di una città poco interessante, poco attraente, abbassando così, e ingiustamente, anche le poche aspettative che già avevo. Ora invece vorrei tornarci e vedere di più, vedere anche quello che c’è oltre.

Helsinki è una città che va letta tra le righe, che non svela il suo finale, che tradisce il genere che le è stato da altri assegnato: inizi a visitarla quieto, a “leggerla” credendola narrativa, e alla fine ti ritrovi a vagare ammaliato in uno dei boschi di Murakami.

*spero di leggere presto, in originale o in traduzione, anche le opere di altri scrittori incontrati in questi giorni e con cui ho condiviso tavoli e tavolini (Gregory Norman Bossert, Kali Wallace, John Chu, Anya Martin, Neil Williamson, Luís Rodrigues). Sono sì appassionata di antropologia da quasi vent’anni e su quello si spende la mia miglior parte, ma la letteratura resta sempre il primo amore e l’idea di poter parlare con uno scrittore dopo aver letto il suo libro è qualcosa di indescrivibile, il più delle volte pura fantascienza per chi, come me, nell’attesa di un panel al WorldCon, leggeva Tolstoj.

Appunto.

p.s.

un libro elettronico e la pellicola. Dimensioni dove credevo non sarei mai andata, altre in cui pensavo non avrei mai fatto ritorno.

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Malgrado Belgrado, by now almost a habit (English version)

Trans. Teodor Reljić

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Belgrade, one year later.

Belgrade. Take two. As it turns out, take two was the best of the batch. Though truth be told, our first visit was rather discreet. Discreet and different, because both arrivals were different.

Last year, we travelled in the company of a conspicuous group – and as we all know, conspicuous groups divert your attention and fragment your point of view into many voices and many needs, all the while cultivating a simmering sense of impatience as you wait in one of the city’s squares, in a café, or at the beginning of a street and end up just staying there, trying your best to get the day’s plans going.

Last year, we were taken around a city that declared itself to us, but without raising its head too high above water; an interesting city, green, but one which left us with no chance to put any full stops in place along our journey. Instead, we ended up an ellipsis: just three dots, floating as if in mid-air.

Last year’s Belgrade was a filtered, modulated city, more so perhaps than all of the other cities we visit with some prior knowledge – cities you’ve had a chance to dream about and imagine. Last year, Belgrade was explored under the purview of somebody already familiar with its contours, determined by our collective expectations of what it should be and limited by the short amount of time we actually had to explore it – entering the city as we did always from the outside, by train or by bus.

Perhaps this was why my desire to return wasn’t as strong this time around. And if it weren’t for Ludo’s suggestion, I may not even have considered it. And so Belgrade would have remained, for at least a few years down the line, a city that was merely sampled for a brief period of time. A short trip, from the outside looking in.

But instead…

Instead, this time Belgrade reminded me just how much I miss living inside a city.

Its sounds and its streets, always the same yet always somehow different, that sense of muddled familiarity that it offers. The mornings fragrant with breakfast smells: fresh bread, cheese, yoghurt, the mountains of fruit and veg occupying large benches. School too, in our case. The sprinkling of water on the pavements, the sight of lowered shutters. Then, the afternoons are warmer, more grey… what shall we do this afternoon? Shall we stay in to study, or shall we go out? A beer, perhaps, in that strange cobblestoned street, ‘a modo loro’? And the books. I barely understood a word of what was written on them, of course, but it was beautiful enough just to see them around.

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Spot the #cat.

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Then, the yellowing evening is accompanied by musical notes as we leave the apartment to once again renounce any dietary vows we may have made – the fault of yet another local dish. But how can you say no?

As long as the dishes are accompanied by the ‘paradisiacal’ tomatoes that you don’t even have to toss – as long as there’s a bašta, a garden. Or a courtyard. Ah! The courtyards. Many courtyards, courtyards that you don’t even expect to be there, built with lightness and grace, with white seats, flowers, with customized furnishings, spiced coffees, prosecco sprinkled with rose petals… please, take me back to those courtyards.

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The ladies who do #dinner

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The night which is never empty, with streets that are always full but never breathless. Constellations of popcorn stands dotting the pavements of the main street, music until late at night, until ‘late’ morphs into ‘early’. The city that shakes itself off at the end of the day, but without too much conviction, the thunder and the waters of a violent storm. At the cinema for two evenings, without an intermission, submerged under red seats. Taking a downhill walk back home, and how beautiful it is to come back on foot, how beautiful it is for so many places to be at walking distance, and capped under the trees in the park.

Last year, I wasn’t quite sure what Belgrade wanted to say, exactly. This year, I learned to read the city just a little bit better.

But… Why? A waiter asks after we specify that we’d like the menus in both English and Serbian, because we’re in fact busy learning the latter language.

Why?

The same question is proffered by many others. Why? And the eyes of our interrogators suggest further questions… Why are you here, and not in Prague, Paris, Madrid? We don’t ‘do’ tourism here, there is no sea here, there are no fireworks and there’s no spectacle or obvious ‘attractions’. Here we live and we muddle along with our daily habits, until every now and then we hit upon an oasis of nostalgia, of memory… but it’s our memory, a memory whose shape you can’t even begin to imagine. And if you try to, you’ll only get the tip of it.

Who knows what they told you about our memories? And who were they, who told you about us? Who knew you would have discovered our elegant, decadent city, green and riparian and situated at the furthest edges of your imagination?

Dear people of the ‘White City’, I’m here to confess to you that my habits were to blame for not getting to you sooner. That, and an imagination stymied by vagueness – which had to be fixed and, somehow, made complete.

And so I’d like to thank you for these days, which were extraordinary and quotidian in equal measure: a bit of work, a short walk, plenty of breaks, tiny shopping lists, a trip to a humid valley out of time, plenty of reading, four rolls of film to develop, gentleness in humbling doses, and a gorgeous loft in which to return.

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Memory house #banjavrujci

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#Office for the week #skadarlija

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It was a holiday without being one. Not really. Because, as I ended up mentioning to Ludo again and again over drinks and various dishes, holidays always leave you with ridiculously high expectations and have you moving at too frenetic a pace to enjoy even the shortest moments of calm.

I’m writing this from Malta, facing the sea which only inspires sadness, as I’m reminded that I don’t go swimming as often as I used to.

In a month, it will be autumn. And the autumn is always the more beautiful ‘half’ of summer because it’s only when the beaches are emptied of people that you can reconcile yourself to the island, learn to love it again, and make peace with your memories.

Perhaps in a month’s time I will be able to cast the pungent nostalgia of Belgrade aside, the kind of feeling that only a foreign place – barring Malta – is able to give me, after just a few days spent traversing it. Nostalgia is a spur that would have dragged me back for years and years on end.

It was a different life. I was very young, and lost amidst exams; unquiet but muted.

It was the summer of 2000. The city was Paris.

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Malgrado Belgrado, quasi un’abitudine.

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Belgrado, un anno dopo.

Belgrado buona la seconda, ma anche la prima era stata discreta. Discreta ma diversa, perché diverso era stato l’arrivo.

L’anno scorso, con un gruppo cospicuo di persone –  che si sa i gruppi cospicui diradano l’attenzione e smembrano il tuo punto di vista in tante voci e tanti bisogni e tante impazienze mentre si aspetta in una piazzola, in un caffè, all’inizio di una strada e si sta là, cercando di mettere un punto al da farsi.

L’anno scorso guidati per una città che già si dichiarava, ma senza alzare troppo il tono, interessante e verde, di punti ne erano stati messi parecchi, nessuno a capo. Solo puntini, tre, sospesi. Lo scorso anno era stata una città filtrata, molto più di quanto filtrata sia ogni altra città a cui giungiamo conoscendola già un poco, avendola già un poco immaginata. Belgrado era stata percorsa sotto la guida di chi già la conosceva,  sotto quello che ci si aspettava che fosse, imbrigliata dal numero limitato di ore concesso per capirla, da un arrivo sempre dall’esterno, per treno, per autobus.

Forse per questo la voglia di tornarci quest’anno non era così forte, non come lo era stata l’anno scorso. E non fosse stato per la proposta di Ludo, magari non l’avrei neanche presa in considerazione. E sarebbe stata ancora, tra qualche anno, la città di un breve viaggio, di un breve assaggio. Dall’esterno.

E invece.

E invece Belgrado mi ha ricordato quanto mi manchi una città quando ci vivi dentro.

Il suo rumore, le sue strade che sono sempre le stesse e sempre diverse, quel senso di scompigliata famigliarità che ci offre. La mattina odorosa di colazione, di pane fresco, di formaggio, di yogurt, di colline di frutta e verdura su grossi banchi. Di scuola, nel nostro caso. Di spruzzi d’acqua sui marciapiedi, di serrande ancora abbassate. Il pomeriggio più caldo, più grigio, più polveroso, che si fa oggi pomeriggio? Si studia o si esce? Una birra là in quella via dai sampietrini strani, a modo loro? E i libri. Non ci capivo quasi nulla, ovviamente, ma quanti e belli anche solo da vedere.

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La sera gialla, piena di note quando si usciva e fuori o a casa sempre un puntuale mancare ai propri voti alimentari, l’ennesimo cedimento a un piatto locale, ma come si fa a dire di no? Basta che ci siano ancora quei paradisiaci pomodori che neanche devi condirli, basta che ci sia un bašta, un giardino. O un cortile. Ah i cortili. Cortili tanti, tanti cortili che non ti aspetti, piogge di cortili fioriti, pieni di leggerezza e grazia, di sedie bianche, fiori, di mobili arrangiati, caffè profumati, prosecchi con petali di rosa, riportatemi in quei cortili.

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The ladies who do #dinner

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La notte mai vuota, per vie sempre piene ma senza più affanno. Costellazioni di pop-corn sul pavimento della via centrale, musica fino a tardi, fino a quando il tardi diviene presto. La città che si scrolla di dosso, ma senza troppa convinzione, l’acqua e i fulmini di un violento temporale. Un cinema per due sere, senza interruzioni, affogati dentro poltrone rosse. Il ritorno in discesa verso casa, che bello tornare a piedi, che bello quando parecchi luoghi sono a distanza di soli passi e sotto gli alberi.

L’anno scorso non sapevo cosa Belgrado volesse dire. Quest’anno ho imparato a leggerla un poco.

But… Why?  Ci chiede un cameriere quando, dopo la richiesta di un menù non solo in inglese ma anche in serbo gli spieghiamo che è perché lo stiamo studiando.

Perché?

E la stessa domanda pare ce la porgano in molti. Perché? Sembrano continuare a interrogarci gli occhi di molte persone, perché siete qui e non a Praga, Parigi, Madrid? Qui non si fa turismo, non ci sono fuochi d’artificio, mare, spettacoli, attrazioni; qui si vive, ci si arrabatta tra le abitudini, e qua e là, magari, ci casca pure nell’occhio un luogo di memoria, ma memoria nostra, memoria che voi neanche sapete che forme abbia. O se ve la immaginate dio solo sa come. Che chissà come ve l’hanno raccontata questa nostra memoria, chi ve l’ha raccontata. Chissà che ne sapevate già di questa nostra città elegante e decadente, verde e al riparo, il più possibile, il più a lungo possibile, dalla vostra immaginazione, dalla vostra memoria.

Care persone della città bianca, proprio l’abitudine ne è stata la ragione, e sì, pure un’immaginazione vaga, da sistemare, da completare.

E dunque grazie per queste giornate di straordinaria quotidianità: un po’ lavoro, qualche giro, molte soste, brevi liste di spesa, un viaggio fuori verso una vallata umida fuori dal tempo, letture abbastanza, quattro rullini da sviluppare,  gentilezza in dosi appaganti, una mansarda perfetta a cui fare ritorno.

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É stata vacanza senza esserlo del tutto. Perché, come già convenuto più volte con Ludo di fronte a bevande e vivande di vario genere, una vacanza ha sempre aspettative troppo alte e un troppo frenetico da farsi, per lasciarti davvero il tempo di una quiete.

Scrivo ora da Malta, di fronte un mare in cui, e il solo pensiero mi dà tristezza, non nuoto più come prima.

In un mese sarà autunno, e l’autunno qui è la parte più bella dell’estate perché è solo quando i lidi si svuotano e tornano silenti che ci si può davvero e finalmente riconciliare con l’isola, amarla di nuovo, dare pace alle memorie.

Forse, tra un mese, riuscirò a mettere da parte Belgrado e quella nostalgia pungente che solo un altro luogo, se si esclude Malta, mi aveva dato molto tempo fa, dopo solo qualche giorno là trascorso. Nostalgia e un pungolo che mi sarei trascinata dietro per anni e anni.

Era un’altra vita. Ero molto giovane, persa tra gli esami, inquieta ma muta.

Era l’estate del duemila, la città Parigi.

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p.s. la prima foto è di Ludo, qualcuna è di Teo, altre fatte col telefono, tantissime sonnecchiano ancora nei rullini, spunteranno a ottobre-novembre, come i funghi

Su Parigi

Su Parigi non ho mai scritto molto. La città, l’ennesima di una salvezza, ha sempre parlato per immagini. Forse perché da quando ho lasciato Roma la scrittura è andata tutta ad annidarsi nelle note di campo, negli appunti di biblioteca, nei fitti capitoli di una tesi ormai discussa, difesa, messa per il momento da parte, in attesa di trovare senso in un’altra lingua.

Su Parigi non ho scritto mai molto, ma tanto l’ho percorsa arrestandomi spesso per ritrarla, man mano che nella fotografia trovavo una lingua più leggera e naturale di quanto lo scrivere non mi abbia mai dato, assieme a un’esattezza che le parole, per quanto scelte, non hanno mai soddisfatto del tutto. C’era sempre un aggettivo, un verbo, un nome che sarebbero stati più adatti, una costruzione che sarebbe girata più liscia nel rivolo veloce e necessario dei periodi.

Invece, in ogni foto, la luce, l’inquadratura e il momento sono sempre stati quelli giusti.

Su Parigi non ho scritto molto, ma molto l’ho amata. Mai a fatica, la fatica è stata lasciarla, a volte; e a volte, le ultime, tornarci. Fatica di dover fermare la mente su quello che impediva ai piedi, per dovere, di percorrerla ancora come avrei voluto, di fermarmi ancora mille altre volte e altre mille premere un tasto, fare “click”.

Su Parigi non ho mai scritto molto, e chissà se mi riuscirà di farlo ora, e se non adesso, da adesso in poi. Ora che la fatica è sfumata, che la ricerca e il libro sono stati discussi, difesi, celebrati. Ma non come un successo, piuttosto come la fine di un’incombenza. Non la luce rischiarante un lungo percorso dove tante persone e cose belle e cose brutte si sono messe a seguirmi o precedermi; non champagne e fuochi d’artificio. Per niente. Liberarmi della tesi è stato più come poter uscire, finalmente, da una stanza piena di cose preziose e cianfrusaglie, tirarmi la porta alle spalle, mettere la chiave in tasca, sapere che è tutto ancora là e poter tirare un sospiro di sollievo perché non si è più obbligati a tornarci dentro.

Su Parigi non ho scritto molto e volevo scrivere, davvero, ma come si fa a scrivere di quello che a stento si potrà mai esprimere?

Scrivere del dolore che mi ha sbiancato il cuore la notte del 13 novembre; non ero là, ma c’ero – non erano in quelle strade quelli che sono tra i miei più cari affetti?

Scrivere dello sgomento che ha tolto colore agli occhi e al viso, una domenica di dicembre, mentre percorrevo da sola boulevard Voltaire, dopo aver lasciato le mura di una casa amica dalle cui finestre per settimane ho osservato la vita scorrere per strada, come in un sogno. Scrivere d’essermi fermata, atterrita e commossa di fronte alla risacca immobile di fiori, candele, foto e biglietti con la gola prosciugata di ogni parola e la coscienza ancora incredula. Fosse stato davvero solo un sogno. Per me, per i miei amici, per tutti. Potessero davvero risvegliarsi tutti.

Scrivere che Parigi non sarà più la stessa città di prima, che sarà sempre un po’ la città del tredici novembre, che gli echi di quella notte uno se la ritroverà di continuo nel tondo di un tavolino mentre ordina un caffè, una birra, un bicchiere di vino; nel vimini scricchiolante di una sedia di legno che dà le spalle alla strada; nel biglietto per un concerto; nel vetro di un ristorante dietro il quale vede scorrere la gente, le auto, le luci.

In quei giorni una vecchia amica mi ha detto “mi hanno sottratto la mia città, me l’hanno portata via, la città della mia giovinezza” alludendo non solo a quella notte ma anche a tutte le discutibili reazioni di controllo e limitazione di ogni libertà. Avrei voluto dirle, anche a me, che in questa città ho trovato quello che che una giovinezza altrove non aveva mai saputo darmi.

Su Parigi non ho scritto mai tanto, ma questo non significa che non le sia grata, che non le voglia bene, che non cercherò sempre di farvi ritorno. I grandi amori, come i dolori più tetri, non trovano ordine nella discrezione delle lettere.

La loro ragione giace nella carne, nel respiro, nel silenzio.