Due parole, intanto.

Julieta, l’ultimo film di Pedro Almodóvar, è un film dove le assenze generano ingiustificati sensi di colpa e ingiustificati sensi di colpa costruiscono assenze. Dove il letterale e la cruda narrazione sono talmente forti da confondere e far pensare alla fine che invece sia tutto un simbolo, l’affastellarsi di quei due significati, colpa e assenza, attraverso più vicende, più persone. E viceversa: che uno non ci veda che simboli per poi grattare la superficie e non trovarci dietro nulla, se non un crudo dolore, una leopardiana verità mutuata dal mito, e già annunciata per bocca della protagonista, all’inizio della storia.

Julieta è un film molto bello.

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Il mondo da un oblò, la luna (sparita).

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La baia si dilunga più del previsto, più del dovuto (nella topografica mia immaginazione di un lungomare assai minuto). Seguono un parcheggio fortunato e scale fatte di polvere, carta strappata, sposalizi color seppia e graffiti.

Segue l’ingresso in due giganti camere oscure dove ci muoviamo come granelli di polvere all’interno di un apparecchio gigante, attenti a non colpire le bacinelle d’acqua ai nostri piedi. Sulle finestre una schiuma giallastra a fermare altri granelli, granelli di luce. La luce c’è ed è tonda, entra da un foro di vetro, entra e gioca con quello che accade fuori. Lo afferra, lo filtra, lo ribalta, lo proietta sul muro e poi sulle ante di un vecchio armadio bianco, come quello che avevo io una volta, in una bella stanza alta. La luce vetrata ricostruisce sottosopra marine acque luccicanti e persone come marionette di carta danzanti; schizzi di un acquerello tacito e ondivago sulla parete screpolata. Avanzano, corrono, sostano sul bagnasciuga. Basta una mano per cancellare tutto, riportarlo al nulla. Una mano sul foro vetrato.

Se una nuvola va sulla luna, qualche ora dopo, tra la notte e il mattino, scompare anche quella, la luna. Scompare una luna che già di per sé e quasi assente. Perché una mano di acque e terre emerse, vi ha gettato, sottosopra, la sua ombra, conica. La scomparsa di una luna (già) sparita.

Spaurita, la mia gatta, m’osserva da giù quasi a volermi chiedere – che ci fai in piedi e senza che io ti chiamassi?

-Guarda Olivia, guarda la luna. E’ rossa e bianca, come te – le faccio io.

E’ coperta di nuvole morbide come il tuo pelo che, anche ora, nasconde e svela lo zenzero brillante del resto del tuo manto.

Le nuvole si dileguano, un poco. La luna con i suoi crateri è tutta o quasi lì, mentre una falce chiara, abbacinante, le cresce addosso.

– T.?

Senza fori vetrati, pareti o ante di armadi lignei e bianchi, continua il gioco di scorgere ma non vedere tutto, intanto, per chi arriva sul terrazzo senza i suoi vetrini in una montatura. La gatta è in braccio, affondo il viso nel suo pelo, mentre chi si è procurato gli occhiali può di nuovo vedere tutto, ma non la luna, che come me annusa di nuovo le sue nuvole soffici. Cade qualche goccia di pioggia. I cumuli si muovono. Si vede qualche stella. Si vede Orione. La sfera rossastra torna. Torna una luna che non torna tutta, perché la sfera più grande su cui viaggiamo le sta gettando sopra, sottosopra, la sua ombra a cono.

Valletta, il pomeriggio:

Due coni per favore. Uno, amarena e caramello. L’altro pistacchio, speculos e… melone? No, caramello.

Fu allora che udimmo il primo schiocco di meteorite lunare che cadeva sulla Terra: uno “splash!” fortissimo, un frastuono assordante e nello stesso tempo disgustosamente molle, che non restò isolato ma fu seguito da una serie come di spiaccichii esplosivi, di frustate caramellose che stavano cadendo da tutte le parti. Prima che gli occhi s’abituassero a percepire quel che cadeva, passò un po’ di tempo: a dire la verità, fui io che tardai perché m’aspettavo che i pezzi della Luna fossero anche loro luminosi (I. Calvino).