Sale

Per conoscere davvero una persona, mi ha detto qualcuno qualche settimana fa, devi mangiarci insieme un chilo di sale.

Pensavo quindi alle persone che credevo di conoscere abbastanza bene, e non mi riferisco, ovviamente, alle grotte inesplorate e ai sentieri mai battuti che ognuno si porta dentro, ma semplicemente al loro rapportarsi a me; persone che, dall’essere parte vivida e profonda della mia quotidianità, sia di persona, sia da remoto, si sono allontanate, alcune con uno strappo di una violenza inaudita, e tutt’ora incomprensibile, altre sulla linea di lacerazioni più lente, diluite nei mesi, ma non per questo meno dolorose.

Pensavo ai pranzi, alle cene, condivisi con queste persone, a casa mia, a casa loro, in giro. Forse mangiare sciapo non ha aiutato ad accumulare abbastanza sale

Pensavo a tutte le volte che siamo andate a nuotare. Nel mare di sale ne hai quanto ne vuoi, ti resta sulla pelle, sul costume, tra i capelli, e se il mare è mosso, se capita un’onda improvvisa, lo bevi anche, è salatissimo il mare. Non conta quello?

Anche se poi ricordo che al mare si andava poco. E sì che vivevamo su un’isola.

Naturale che così la quantità di sale non crescesse.

Se solo fossimo andate a nuotare di più, forse non penserei ora a quanto sale restava da mangiare.

Poco sale, dunque, mangiato, lasciato addosso ad asciugare, sparso, gettato tre volte oltre le spalle, perché non si sa mai.

Cum grano salis. Diceva un’altra persona, giudicandomi troppo ingenua e sprovveduta.

Sprovvista.

Sì, di sale.