Toronto: un appannato déja-vu.

Il viaggio per il Canada è iniziato una mattina d’estate del duemiladiciannove, qui a Malta – dalla sorpresa di un invito non a me indirizzato ma che non avrei perso* (quello di Teodor al Toronto International Festival of Authors) – e finito a Roma qualche settimana fa, su una panchina all’ombra di via dei Gracchi, quando con mamma e Gaia ci siamo passate le ultime foto appena ritirate dal negozio di stampe poco distante. Gaia con una granita di basilico e zenzero, io e mamma con un altrettanto indimenticabile pasto freddo preso nella gelateria più buona di quella riva.

Quel viaggio non poteva che finire a Roma, visto che da Roma era passato, sia all’andata che al ritorno, negli ultimi giorni di ottobre dello scorso anno.

Dell’andata abbiamo un’esperienza diversa. Tranquilla per lui, febbri (ec)citante per me. I viaggi verso luoghi nuovi sono sempre una piacevolissima e tonificante doccia fresca. A volte hanno anche le conseguenze delle docce fresche, quelle da cui non ti asciughi subito, prendi freddo e ti ammali. E infatti stavo poco bene, già all’imbarco, lo sono stata per tutto il volo. Ho rivisto il sempreverde Ghostbusters, poi La favorita, forse Get Out (o era al ritorno?); tentato di cominciare IQ84, cercato di ingannare le ore e il malessere con le parole crociate, crittografate, gli anagrammi, gli uniscipuntini, i coloracaselle, mangiato appena. Pensavo all’Atlantico sotto di noi, a come ci stavamo distanziando da tutto e mi sentivo già sazia: di blu, di viaggio, dell’attesa e dello stupore di ritrovarmi presto con i piedi su un altro continente.

Siamo partiti poco prima di pranzo e atterrati appena dopo, mentre sul corpo trascorreva la fatica di ben sei ore e mezzo. Ai controlli arrancavo dietro il carrello delle valigie e le parole che avrei dovuto usare per descrivere al personale della dogana le ragioni del mio viaggio, ma quelle mi scivolavano dalla lingua, ancora troppo impastata di stanchezza, ancora in bilico sull’oceano. Due ragazze del Festival ci attendevano all’uscita, sorridenti, con due bottigliette d’acqua. Frastornata tentavo di recuperare pezzi sparsi di attenzione per non dimenticare quel nuovo ingresso cittadino in cui ci addentravamo veloci. Le strade dagli aeroporti ai centri delle città si somigliano tutte – ho pensato. Finché, da lontano, l’emergere veloce dei grattacieli non ha contraddetto quel prematuro pensiero.

Quando penso a quella giornata la sensazione più forte è che non volesse proprio saperne di finire. Ricordo come, sperando di accelerarla, mi sono infilata subito sotto le lenzuola tese e fresche di un letto gigante al ventinovesimo piano, in una stanza verde scuro con vista su uno spicchio di città e sull’Ontario, una stanza dove del mio sonno non avrei saputo più che farne (come ho scritto tempo dopo in una poesia su quei giorni) per altre tre notti e mezzo, svegliandomi puntualmente tra le due e le tre.

Il mio primo jet-lag è stato la somma di tutti quelli che non avevo avuto fino ad allora.

Ricordo anche: tanti altri giorni di quasi totale inappetenza, una città appannata e udita da lontano, oltre il vetro della stanza, oltre il muro del mio orecchio ancora chiuso, oltre la sciarpa con cui cercavo di parare il freddo. Un bel ristorante dove non sono riuscita a finire un’ insalata e una torta di mele (ancora, l’inappetenza. Ma anche la notevole porzione – finita poi, a fatica, a cena in camera), e dove la cameriera mi ha fatto notare che le piaceva molto il mio maglione rosso brillante e io ho pensato che di rosso non vesto quasi mai.

E poi una colazione fresca di frutta e yogurt, alle cinque di mattina, in camera, quando mi è tornata la fame, ma solo per lo yogurt e la frutta. Un pranzo cinese troppo abbondante per un errore di comunicazione; una festa con torri di cupcakes; un altro pranzo in un accogliente ristorante su Ward’s Island che pareva fatto apposta per raccogliere marinai e guardiani di fari, dopo una passeggiata ventosa e ondosa, quando ho omesso la mia intolleranza per la cipolla pensando che sul pesce non ci sarebbe finita e ho dovuto aspettare, come tante altre volte, che preparassero di nuovo il piatto.

Mattine e sere trascorse all’ultimo piano dell’altra torre dell’hotel, barcamenandosi con piatti, tazzine, bicchieri di vino e argomenti interessanti da tirar fuori, con scrittori autoctoni (i veri autoctoni!) e con scrittori da tutto il mondo (ma con cui avevamo comuni amicizie maltesi – il mondo è piccolo, Malta non tanto come ci si aspetterebbe), ogni volta accolti da una ragazza italocanadese che raccontava di aver studiato a Milano.

Era dalle vetrate di quella suite adibita a spazio letterario comune che scrutavamo le isole di fronte, raggiunte poi in pochi minuti grazie a una piccola giornaliera imbarcazione; isole con le casette per la villeggiatura nascoste dietro le fronde, solo sentieri e bassi steccati, nessun cancello, nessun muro. Ricordo gatti che sbucavano dai cespugli come personaggi di filastrocche e anche come, successivamente, quel piccolo microcosmo felino di rive lacustri e giardini sia diventato poi il mio riferimento visivo per lo sleepcast Cat Marina, su Headspace – e questo mi rammenta ora quanto sia pessima e incostante nella meditazione. Ricordo i parchi con le loro mareggiate di foglie gialle, arancio e rosse, le fughe a scatti degli scoiattoli.

Ricordo una della prime sere, la sera più bella forse, quasi fuori dal tempo, trascorsa in un cinema, il Revue, dove proiettavano The invasion of the body snatchers, un cinema che sapeva di velluto rosso e popcorn al burro, in un quartiere di villette già tutte bardate per Halloween e strade come le scenografie di film masticati già centinaia d’altre volte.

Ricordo i dinosauri, il puzzle delle loro ossa giganti ricomposto nelle sale del bellissimo Royal Ontario Museum. Le vetrine di rocce.

E poi gli altri dinosauri, quelli della cittadina pendente verso le cascate del Niagara, dove l’acqua precipitava come risucchiata in un buco che non era nero, no, ma di luce e spuma bianca, vaporoso, tagliato dal volo intermittente dei gabbiani che apparivano e sparivano tra le nubi. Quelle stesse cascate che, ben prima che potessi imprimerle per la prima volta sotto le palpebre, erano state da sempre un ricordo anch’esso fittizio, una memoria stropicciata.

E memoria pre-figurata era anche quella dello scroscio, della spuma, del vapore freddo, dell’affaccio.

Dell’elemento principale di quel fragore invece, dell’acqua in sè, paradossalmente, nessuna pre-immaginazione. Come se quelle cascate fossero state, da sempre, solo di carta. Eppure l’acqua era ovunque, sulla lunga balaustra, sulla terrazza, nei tunnel, sul temerario vaporetto, nell’aria, nelle pozzanghere, sui capelli, sulle giacche, sull’obiettivo della Minolta che un po’ esponevo al rischio e tanto cercavo di proteggere.

L’acqua era la vera differenza capace di ridestarmi da quel sogno, dalla sensazione di non trovarmi più solo nei fotogrammi di un paesaggio percorso già col pensiero decine di volte ma, al contrario, nell’umida tangibilità di quell’altrove, dell’altrove più altrove in cui avessi messo piede. In un altrove dove era opportuno che i piedi, almeno loro, restassero asciutti.

Ricordo, infine, il ponte tra Canada e Stati Uniti, la nostra sospensione breve tra due paesi così diversi e il timore (irrazionale?) che, d’un tratto, i nostri passaporti non fossero più validi, che non potessimo più andare né dall’una né dall’altra parte, e che si dovesse restare per sempre su quel ponte a fissare le cascate da lontano, a seguire la loro corsa sfrenata di stelle filanti d’acqua a precipizio nel lago. E fissarle e fissarle fino a farle riavvolgere come bobine tra lo sguardo e il cervello perché ritornassero di nuovo sogno, memoria asciutta, ricordo di carta o cellulosa, fotogrammi sgranati di un film che qualcun’altro avrebbe poi visto sullo schermo di quel cinema che sapeva di velluto rosso e popcorn al burro.

*A huge thanks goes, of course, to the TIFA organisers Teodor was in contact with, who welcomed me and allowed me to enjoy the festival and the festival related events, even though I wasn’t there as a writer. Thank you!

E ora?

E ora, cosa faremo adesso? Sarà la stessa cosa di quando decidi di curarti gli occhi miopi, dopo decenni di mondi impressionisti nello sguardo? Sarà come passare da un risveglio senza contorni, solo colori, a un altro di bordi sempre più definiti? Quando sai che tuttavia devi aspettare, perché gli occhi devono imparare di nuovo a vedere (e la tua mente anche) o a distinguere, una a una, le lettere sulla pagina di un libro (i miei li rieducai su Cime Tempestose) e prendersi tutto il tempo di cui hanno bisogno per farlo? Quando devi trattenerti prima di guardare uno schermo, perché la luce fa male, e ti dici che aspetterai, che non c’è niente di urgente, niente di davvero essenziale nel virtuale e in quel ciarlare, in quel momento? Sarà così la nostra rieducazione a un mondo che non ci eravamo davvero soffermati a capire in tutti questi anni, a cui davamo solo occhiate distratte, e che inseguivamo, a nostra volta con l’idea bislaccca di dover sempre sbrigarci, come se qualcuno ci corresse sempre dietro? Sarà che capiremo che la vera urgenza è quella legata a cose più essenziali, la salute, l’istruzione, il rispetto, la gentilezza? E l’intelligenza collettiva di leggere e capire, a una a una, le istruzioni per questo nuovo mondo a cui dovremo addomesticarci piano, ci sarà? E per scriverne di nuove, chi prenderà in mano la penna?

Di cosa è fatta questa primavera

Da quando questo universale rinchiudersi è cominciato, al di là di una ragionevole ansia sui cambi di direzione che avrebbe comportato e continuerà a comportare, mentre si cercava di mettere insieme – più come un minestrone che come un ordinato mosaico – il nuovo assetto del nostro quotidiano, si è anche cercato di non soccombere all’assedio fragoroso di 30, 100, 1000 modi di impiegare il tuo tempo! Cosa vedi fuori dalla tua finestra? Metti a posto i tuoi vestiti in ordine alfabetico! Gli ortaggi in frigo secondo tutte le sfumature dell’arcobaleno! Hai mai provato a fare un Mont-Blanc a casa? Creatività a tonnellate, prendine una manciata! Iscriviti a questo gruppo! Arte, musica, poesie da condividere, visite on-line di musei, città… Sì, dico a te, ma stavi davvero pensando di oziare sul divano tutto il pomeriggio a seguire le curve di intonaco e i disegni della luce sul soffitto? A leggere? Ad ascoltare musica? Senza gli occhi piantati su uno schermo? Attenzione! Leggete tutti l’ennesima mail sull’innumerevole quantità di strumenti per la didattica on-line che abbiamo a disposizione, questo mi sa che vi è sfuggito! Continuità! Facile, facilissimo! So excited! Thanks technology, thanks! Ready for the next lecture!

La clausura (qui a Malta) era iniziata da un minuto e sedici secondi e già c’erano persone di fronte allo schermo, a ripetere la loro lezione, con un sorriso da guancia a guancia, quello dei primi della classe, di chi è sempre stato più svelto a salire sul treno; mentre io mi chiedevo ma cosa vi siete presi?

E pensavo, fermiamoci. Fermiamoci qualche minuto o tre giorni interi a guardare i movimenti di questo nuovo paesaggio sociale da lontano, in silenzio, per vedere oltre l’opacità di questo più che previsto rivolgimento, non construendoci subito una facciata di blanda illusione che la norma sia ancora replicabile, perpetuabile, per poi a far sapere a chiunque, come un urlo nella rete, che wow, sì, puoi farcela anche tu. TU.

Io.

Io, cosa ho fatto?

Io, che già da settimane vivevo su altri paralleli, cercando di soffocare l’angoscia per quello che stava accadendo in Italia; io che rinchiusa in me stessa ci sto da una vita, e in casa la maggior parte del tempo (specie in seguito a certi terremoti sociali a cui ancora non riesco a rimediare) quando non viaggio, quando non nuoto, quando non ho appuntamenti di lavoro, quando non vado in cerca di altri posti per stare sola. Io che preferisco stare dietro un obbiettivo che davanti. Davanti lo trovo sempre inopportuno, invasivo, violento. Che ancora non rivedo i video della mia discussione di laurea. Che a malapena riesco a sostenere la vista di quelli delle recite scolastiche di trenta anni fa.

Io, di cosa ho riempito questa strana primavera?

Non di quello che avrei voluto, non così spesso. Le lezioni hanno iniziato a prendermi molto più tempo di quello che normalmente ci voleva prima. Tre, quattro volte tanto. Organizzare la spesa per mangiare pure. Dimenticare quanto l’esperienza di uscire sia divenuta disturbante (anche se non così limitata come in Italia) non ne parliamo. Immaginare cosa potesse servire e tutte le combinazioni utili e intelligenti per resistere almeno due settimane, lasciamo perdere. Cucinare sempre tutti i giorni anche per un’altra persona e non risolvere in dieci minuti con un riso in bianco o una fetta di pane e pomodoro anche.

Capire cosa leggere, cosa ascoltare, a chi dare retta. Come non soccombere a un virus anche più infido, quello dell’acriticità, del pensiero comodo, della generalizzazione.

Dalla sua cella lei vedeva solo il mare. Dalla sua cella lei avrebbe solo voluto vedere il mare. E spera di non scorgere due lune…

Questo è solo un preambolo. Scampoli di tempo per inseguire altro ci sono stati.

E quidi alla prossima, presto, con una serie di frivolissimi post dedicati, tra le altre cose a

Libere colture di capelli bianchi

La gioia di scoprire (avendolo dimenticato) l’esistenza di un terzo volume del già lunghissimo romanzo su cui sto da mesi e avere così da leggere altre 395 pagine di una storia che proprio ora sembra fatta apposta per queste giornate. Cambiato il paesaggio, cambiate le regole.

Il mancato cambio di stagione. Stagioni in casa.

Meditazioni sul tetto.

Ricette e Propp.

E chissà che altro, chissà. È quasi estate, tempo per svuotare il tempo, ce n’è.

Grecia in sogno

La scorsa notte ho sognato di andare in Grecia. Non era che la breve tappa di un viaggio più lungo e di cui non saprei dire la meta finale. Ricordo solo una limpida e pura sensazione di felicità per quelle poche ore di transito in Grecia. Ad Atene, per la precisione. Ricordo di aver detto a Teodor che era con me, “dai corriamo a vedere il Partenone!”.
Non sono mai stata in Grecia ed è strano, perché è quel posto che di solito capita assai presto, quando si hanno ancora pochi anni, ma abbastanza per andare in giro da soli. Ma io, per cominciare ad andare in giro da sola, ho dovuto avere la “scusa” di una ricerca, una cornice accademica intorno, inquietudine insopprimibile e molti anni di più.
Non sono mai stata in Grecia (io, innamorata di Mediterraneo e di cultura classica, io che snobbo il Rinascimento al Louvre e co. per perdermi tra statue, fregi e cocci di vasi), non sono mai andata a studiare inglese a Londra (o chissà dove), non ho mai fatto un Interrail, quando tutti, intorno a me, andavano in Grecia, a Londra, in Interrail.
Forse è per questo che stare ferma troppo a lungo, ora, mi fa male alle gambe, che non aver studiato greco resta il mio più grande (scolastico) rimpianto – e una delle ragioni per cui lasciai Archeologia dopo un anno di università, migrando verso la più fascinosa, intensa e accattivante antropologia – lei sì che mi avrebbe portato via da casa.

Forse è per questo che ancora sogno la Grecia, e ancora me la lascio da parte, come quel boccone che appare più delizioso di tutti gli altri e per questo, nel piatto, lo si lascia alla fine.

Sperando sempre che non si tratti di cipolla.

Tempio delle Nereidi
British Museum, Londra

Scritti in barattolo

Contavo i giorni che sono stata via quest’anno. Fanno settantaquattro, se ci aggiungo le notti a Gozo. Più di due mesi con la testa su altri cuscini. E sì che mi ero ripromessa che sarei stata buona buona in casa, a scrivere. Invece c’è stata Roma, sei volte, e sono felice di aver trascorso quattro di quelle con Kiwi, prima che se ne andasse, il dodici agosto.

Gatto mio bello, il mondo è davvero meno dolce senza di te, senza il tuo occhio color ruscello di montagna e l’altro di nebulosa di stelle.

C’è stata Parigi a fine gennaio, Parigi che ancora mi mette a disagio visitare da esterna, non viverci più. Quei tre giorni a San Valentino a Innsbruck, per lavoro, e nelle pause le Alpi, il freddo, la neve e la sacher di cui avevo bisogno. Il mio compleanno a Lisbona, una città che profuma di crema, pagine di vecchi libri e limonata. E poi i viaggi di cui ancora non ho scritto – ma lo farò presto, appena consegnati i due articoli, le mie sudate carte d’autunno. Amsterdam, una sorpresa verde e fresca, e il volo oltre oceano, il primo, a Toronto, che ancora se ci penso non ci credo. Strana e velocissima Toronto, dirò presto qualcosa anche di te. Qualcosa in realtà ho già detto.

Sono stata parecchio fuori, ma anche parecchio ho scritto. Traduzioni, articoli accademici, un articolo per una rivista, un racconto per un concorso (è arrivato tra i primi cinque, non ha poi vinto), l’ennesima correzione a un romanzo che ho iniziato più di dieci anni fa e chissà se sarà mai pubblicato. E poesie. Io non scrivo poesie, di solito. Ma quest’anno, anche ispirata da un paio di eventi dove sono stata coinvolta come traduttrice di poesia dal maltese, m’è venuto da buttar giù qualche verso, di tanto in tanto.

L’ultima poesia si intitola Jet-lag. Quel che in effetti ho già detto di Toronto.

E quindi la promessa l’ho mantenuta. Ho scritto. Anche se i miei scritti sono per il momento come conserve di frutta diversa messe in barattolo, ognuna con una diversa etichetta (prosa, poesia, traduzione, antropologia, altro), appoggiate sullo scaffale del quando la apro non si sa ma dovrò a un certo punto, una per una, il prossimo anno. Saranno saporite, profumate, belle. Sono sempre così, tante cose che rileggi, dopo tanto tempo.

p.s.

Buon Natale, intanto. Anche di questi giorni di festa, di quanto mi manchi essere a casa con tutti, e di quanto ormai non si possa più essere a casa con tutti, avrei dovuto scrivere. Ma ci sono cose di cui nulla, neanche i versi, possono parlare. Solo i pensieri a occhi chiusi, i viaggi veloci tra ricordi di voci e lampi di visi e stanze, quelli che parlano tutte le lingue e sono traducibili in nessuna.

Il viaggio d’acqua

Il giorno prima di partire per Roma, a casa, è mancata l’acqua. Le bottiglie che di solito riempio e lascio piene per le piante sono servite a sciacquare via giusto il primo strato di sale, dopo un tuffo al mare. Il secondo e forse il terzo sono rimasti sulla pelle che è partita dunque assetata, impaziente di acque ben più sciape.

Alba di casa

Fuori da Fiumicino l’aria era già più fresca e clemente. Il giorno dopo era nuvolo, e ha piovuto. Quant’era che le narici non si riempivano di umidità buona e fresca? La pioggia ha fatto saltare il programma di recarsi tutti insieme alle terme, spostato al giorno dopo, e ci ha portato in centro, ad assistere al fenomeno di una città che si svuotava come una vasca a cui è stato tolto il tappo. A Malta non succede, Malta non si svuota mai.

Mentre percorrevamo le vie dietro Corso Vittorio ho ripensato che, quando si è a Roma, più di scarpe a prova di sampietrini (e no, le espadrillas piatte non lo sono) e un voto di resistenza alle gelaterie (miseramente fallito), è importante mettere in borsa una bottiglia vuota; e poi iniziare a vagare senza mete precise, ma con una lista – vaga – di posti in cui ci si vorrebbe di nuovo – casualmente – trovare e se non succede, pazienza. In tutti questi vagheggiamenti c’è però una costante e questa costante è il nasone, la fontanella. Non si va in cerca della fontanella, tuttavia. La fontanella è una cosa che capita, una bella sorpresa, come la neve e l’arcobaleno. L’acqua che ne esce è la migliore che si sia mai bevuta (se poi ci si vuole dissetare con acqua pura e buona come il miele, almeno così si dice sia, bisogna camminare fino a piazza Barberini, alla fontana delle api – luogo in cui, stavolta, non ci siamo imbattuti).

Il giorno dopo, finalmente, le terme di Chianciano. Ho perso il conto del tempo passato in acqua, sotto gli spruzzi, tra le bolle, a far sonnecchiare beato lo sguardo nel verde di un boschetto tutt’intorno, sotto l’ombra. L’acqua è il mio spazio di meditazione e riappacificazione con il mondo. Che sia il mare, il getto di una doccia o una piscina, l’acqua mi restituisce a quello che sono, a quello che vorrei essere: liquida, fresca, trasparente e vestita di tutte le sfumature del blu. Chiare, fresche e dolci acque.

Acqua, mescolata con altri ingredienti trasformati in qualcosa di divino, è quella che ci siamo ancora concessi prima di fare ritorno nel Lazio. Tre agosto duemiladiciannove è il giorno in cui credo di aver mangiato una delle pizze migliori di tutta la mia vita al ristorante Re al Quadrato di Chianciano: pomodorini, colatura di alici, alici, burrata e prezzemolo. Più gli assaggi alle altre: margherita e marinara. Chi dice che la felicità non può essere mangiata e perfettamente digerita?

E poi, infine, ancora mare, perché il mare è come la pizza, non se ne ha mai abbastanza. Sempre in Toscana, dove abbiamo fatto ritorno, ai piedi dell’Argentario. L’ultima volta che mi ero bagnata nel mio Tirreno era stato nel 2008, durante un paio di giorni a Orbetello con due care amiche antropologhe, prima che il destino ci disperdesse come correnti marine. Orbetello anche questa volta, ma dall’altra parte del promontorio, a Ansedonia. Guardando dal mare verso la spiaggia ho ricordato che il mare italiano è anche contrasto tra spiaggia libera e l’occupazione degli stabilimenti, e poi alternanza tra l’una e gli altri per chilometri, a perdita d’occhio.

L’acqua era una danza di rametti e sabbia, limpida e piacevole ma così diversa da quella a cui ora sono tornata. Acqua turchese, un poco mossa, che ho salutato questa mattina, facendomela di nuovo famigliare nel mio volo liquido tra tanti pesci e una medusa.

Not-So-Lost in Translation

Writing in other languages has always amused me. When I was a teenager with just a couple of years of English under my belt (in the ’90s we would begin studying foreign languages in secondary school), I used to fill in the pages of my school journal in that language too, or what may have passed for a primordial version of the same. The extension of expressive possibility given by other languages (and the fact that Latin couldn’t serve that purpose) made me very passionate about English, so that I chose it as the first subject during my maturità, preceding even Italian, which was my second subject*. In 2002 I dedicated a few months to Spanish, but it didn’t last. Then, in 2004, I discovered the beauty of the Maltese language and its familiar exoticism. Three years later, I followed this up by learning French, whose sentences would have brought me away, first to Paris for my doctoral studies, and then again to the island. I also gave Serbian a try, last time I was in Belgrade. The two weeks there were useful at least to manage to read the signs in cyrillic in a bakery, make the order and get the right (celestial) food. And what about my first love, what about my mother tongue? Well, just when I thought I wouldn’t find time for “her” again, as I used to to before, I found a way to renovate my passion and my dedication to it thanks to the immersion into the deep and graceful sea of possibilities which translation implied. Since then I translated from English, French and Maltese prose and poetry, thanks to all the writers who entrusted me with their work. In 2013 my friend Clare gave me the wonderful opportunity to translate her intense collection of stories, Kulħadd Ħalla Isem Warajh (Merlin Publishers, 2014). Among them I particularly liked these (here’s just an excerpt of some of them):

Promotional postcard campaign for the launch (Photography by me and design by Pierre Portelli)

Rita

Sette minuti alle otto, il treno arriva racimolando fiacchezza e briciole di pane tostato ancora sulle labbra. Spazza via ogni sogno, bello e non, spazza via l’alito pesante. Spinge lontano il silenzio, ne occupa il posto appena per pochi secondi e poi riparte, lasciando che il primo si faccia di nuovo largo, e se non quello uno che gli somiglia. Otto meno sei, appare Rita con addosso il piombarle grave e ingombrante d’un cappotto acquistato l’inverno precedente a Petticoat Lane, molliche di toast sul risvolto, brutti sogni in bocca, gli occhi annebbiati dal basmati al curry. Qualche secondo dopo il suo arrivo sulla piattaforma di Stepney Green, linea verde, direzione Ealing Broadway, un treno si ferma. E preme sul silenzio, silenzio a cui lei si concede tutta. Resta immobile. Le persone le scorrono accanto come ratti, chi verso un vagone, chi verso un altro, chi in direzione delle scale. Due topini sbucano fuori di nuovo alla ricerca di quel pezzo di pane lasciato in sospeso, scovato prima che il treno si fermasse. Lei s’appoggia a un sedile attaccato al muro di piastrelle lerce, bianche. Raccoglie una copia di Metro dal posto accanto per dare un’occhiata ai pettegolezzi della giornata, scialbi come la notte. Come Salvo, le viene da pensare. Salvo è come la notte e questa copia di Metro come Salvo che è come la notte […].

(you can find the English version here)

Camilla

[…] Camilla Petroni, povera, non ebbe per niente fortuna. Perfino quando giunse qui. Restò prigioniera del suo dolore. Era come se un’ombra le gravasse addosso. Ombra, era questa la parola che usava. Dell, diciamo noi in maltese. E quest’ombra l’avvolgeva di continuo. L’ombra del ricordo di lui che ancora le permeava lo sguardo e s’impigliava tra i lunghi capelli. Un ricordo che non le dava scampo, notte dopo notte, quando dentro continuava a bruciarle l’umiliazione di essersi trovata tutto quello che le apparteneva messo alla porta, sparso sui gradini di Senglea. Invasa ancora dalle ultime parole che lui le aveva rivolto quel lunedì mattina, le ultime, in una fredda, stinta mattina. E se il passato continuava a scavarle dentro, ancora più profondo era il dolore inferto da un presente pieno di antidepressivi, dove lei si sentiva diversa, estranea anche a se stessa, irriconoscibile ai suoi propri occhi, tutt’altra donna da quella che era stata accanto a lui; le dita affusolate perennemente alla ricerca delle armonie smarrite di quell’amore, a tentoni verso il suono di una lingua, quella del mare, che non avrebbe più ascoltato; il groviglio dei suoi capelli come tentativo di celare tutto ciò che la dilaniava. Di lei serbo nella memoria lo sguardo di spettro, la voce avvolta in una tosse rauca e il bel corpo: una conchiglia imprigionata in un profondo blu, dove il suo cuore cercava rifugio. Eccola la mia Camilla.

Camilla would also go on to become a short film in 2018.

Polly

[…] Ovunque si recasse, Polly lasciava il suo marchio: pdm. Un piccolo scarabocchio sul muro, un graffio su una panchina o su una porta, su una ringhiera di ferro, per terra, su un secchio della spazzatura, sul sedile di un autobus, a una fermata del bus, sul monumento alla Libertà, i Barakka di su, i Barakka di giù, sui biglietti del trasporto di linea, sui barattoli di cibo, in fondo alle bottiglie del latte, nei cortili delle scuole in cui era stata, sui banchi della chiesa, minuto, appena appena visibile, con una moneta da due cent, su qualche lapide del cimitero, sotto le suola delle scarpe, su Gerfex la gatta tricolore, sul muro basso che circondava il tetto, nella cabina telefonica, nei pensieri dei bambini, sull’abito d’ogni bambola, sulla parete della fabbrica dove aveva per un po’ lavorato, su ogni macchinario d’assemblaggio d’occhiali, sul portone della libreria, sulla sua cartella, sul palmo della mano, sui santini dei defunti, sui libricini della messa, sul righello di legno da 30 cm, sui bastioni, sui lampioni, sulle porte dei club delle bande musicali, sul pianto versato dalla gente all’arrivo del feretro, sul chioschetto di legno in piazza, nel cantiere portuale numero uno, nei magazzini di Marsa, sulle scalinate, sul Cristo Redentore, sulle barche della regata, sui drappi, all’Ħofra[, nel cantiere cinese, sui vestiti stesi, sui cani randagi, sui giornali, sui segnali stradali, sulle sedie della sacrestia, sui lastroni delle tombe del padre e della madre, sulle cicche delle sigarette, sulla sua pipa, sulle facciate delle case, nella polvere, sul bordo delle gonne, tre minute lettere: pdm. E non solo con la moneta da due centesimi soleva imprimere il suo marchio, una volta erano ago e filo, un’altra vernice, un’altra ancora un pezzo di gesso o una pietra, sull’asfalto, sui marciapiedi, sui distributori di dolci, sui cavalli da giostra montati dai bambini, sui tavolini dei bar, sul muro del municipio, sul palo biforcuto sotto la statua del santo retto da un tipetto, nel posto di guardia o nel pubblico gabinetto, sui mai riempiti moduli del censimento, nelle croste di pane secco, nelle banconote, sulla busta della pensione, sui barattoli di tabacco, sulle bottiglie di limonata, sulle lattine di mais, sulle foglie dei fichi d’India, sui muri in macerie, nel mare, sull’elenco del telefono, ai Granai, sulle piante nei vasi, sul vetro delle finestre, nel cielo che si fa fosco, sulle rocce che fronteggiano il mare, sulle spiagge, sulle lingue della gente, sui cancelli delle grosse dimore, sulle portiere delle vetture della gente che la infastidiva e di quelli che la lasciavano stare, sui davanzali, i panni stesi, sulle mollette, sui menù svolazzanti appesi fuori le porte dei ristoranti, per terra, sul portamonete, sulla sua uniforme scolastica, ovunque non potesse essere scoperta, sulle saracinesche, sulle bombole di gas per la cucina, sullo scaldabagno al kerosene, sulle onde, le impronte delle persone, i giochi dei bambini, il suo grembiule, la bandiera con la torcia infuocata, il zittirsi delle pettegole, il tubare dei piccioni, il canto che si diffonde fuori dal convento delle suore di clausura mattino, pomeriggio, sera, sui poster, sul suo cuscino, sul letto, sulla sedia, sulla tavola, sulle scalinate, sui piedistalli nei giorni di festa, sui pannolini sporchi, sui piumoni messi via, nel vento, sui desideri dei bambini, sui lumini sotto l’Immacolata, nel confessionale, sul muro del palazzo del Gran Maestro, sui pomi delle porte, sui francobolli, sugli incarti dei pastizzi, sui cartelli dei prezzi al mercato del martedì mattina, sulle cassette delle lettere, i petardi durante le feste, i lacci che scivolano giù dalle code di cavallo delle ragazze, su un bicchierino di whisky o brandy, sulla porta del negozio di zio Vince a Whitechapel, sulla morte, sul suo fornello, sulla credenza, sul lumino tremolante sotto la Vergine, sulla litania del rosario, sulle scatoline dei fiammiferi, il secchio d’acqua saponata, la scopa, lo straccio da terra, i grani del rosario, sulla macchina da cucire, sulle cartoline d’auguri, sull’angustia serpentata delle strade, su bruttura, tristezza e solitudine, su tutto e niente, ovunque le capitasse d’essere, ovunque si recasse, tranne che sulla sua tomba, Polly lasciò il suo marchio, tre minute lettere, pure sul cuore, tre minute lettere: pdm.


Translating poetry, on the other hand, came about as the result of an unexpected (but welcome) proposal which emerged in the summer of 2017, by Nadja Mifsud. Thanks to it, I was introduced to one of the more interesting voices in Maltese poetry. And so, I translated a few poems ahead of her participation in the Italian poetry festival Voci lontane Voci sorelle .

Parentesi

Primo giorno

Ti saprò, frammento per frammento
gli occhi per cominciare
gli stessi che invocavano i miei
dal bordo della piazza
dove una folla impaziente s’era radunata
per ascoltare Adonis
e un sacco d’altri poeti
- e poi -
dammeli
mi sussurrasti nell’orecchio
lasciamene bere un sorso
fammeli amare
e di me neanche sapevi il nome.

Secondo giorno
Il mento sulla tua spalla
la mano a cingerti il fianco
adoro
fasciare la tua guancia
col mio fiato

Terzo giorno
Già naturale per i miei occhi appena schiusi cullarsi nel tuo sguardo
e fugata ormai la paura d’annegarti dentro
amo immergermi sempre più
immergermi fino a non avere respiro
immergermi fino a toccare il fondo

Quarto giorno
Testa contro testa
su questo divano vacillante
già le tue dita si dilettavano col mio ombelico
quando mi dicesti di tua madre
del suo ferro da stiro
brandito come una minaccia
tutte le volte che lacrime e sogni marciti
tracimavano margini non più contenuti dal vino
t’avrei offerto riparo nel mio ventre, ridato la vita
amato dalla testa
ai piedi
ovunque
come creatura mia
offerto il mio seno
nutrito, appagato
saziato, vezzeggiato
messo in fuga ogni affanno.
Il mio amore era allora più forte
mentre ninnavo i tuoi pensieri di roccia
e capivo meglio perché
casa tua aveva mura di colori diversi
uno per ogni umore
avevi detto
più tardi
con un rivolo d’argento
sul mio grembo
t’ascoltavo compiaciuta
slacciare tutti i nostri dobbiamo
per riannodarli in altri intrecci
in un monile di baci

Quinto giorno
Scossa dal gorgoglio
del caffè
che annuncia un’altra alba
affondo il naso nel cuscino
dove il tuo odore indugia ancora
appagata dallo scalpiccio
di te in cucina.
Lascio che carezzi il mio torpore
dilato fin che posso questi istanti
- fosse solo per sogno -
questa storia tra parentesi

Sesto giorno
Un pensiero spiacevole
fluttua in superficie
scarico il lavandino
la schiuma s’aggrappa
una lotta muta
contro l’acciaio inox
Parto domani
e non ne ho voglia.
 No, non è vero che la terra è tonda 
(per S.)

No, non è vero che la terra è tonda
ha bordi aguzzi e taglienti
come le parole che tuo padre scagliava
in faccia a tua madre
si frantumavano contro i muri
franandoti in grembo
e tu le intrecciavi con i capelli delle bambole
sperando di farle svanire.

Studiavi i colori
col mento sul tavolo della cucina
la mano di tua madre
febbrile nella semina
di una manciata di pasticche
come fuochi d’artificio
negli angoli più remoti della sua testa
o sciogliersi come arcobaleno
nel nero amaro dei suoi occhi

Sapevi a memoria
tutti i c’era una volta
e i vissero felici e contenti
ti ci rannicchiavi
assaporandoli
succhiandone ogni parola
poi li rimboccavi sotto le coperte
illudendoti di ammansire così
le durezze di un mondo
che t’irrompeva dentro con i singhiozzi di tua madre
e la bestialità di tuo padre.

Continuavi a dar retta a quelle storie
anche da ragazza
care a te come la vita
talismani color confetto
sempre addosso
e non ti tornava perché in questo mondo ingarbugliato
dove ogni cosa è sottosopra
i principi si mutano in ranocchi
e non il contrario.

La mano trema
nel seminare una manciata di pasticche
bianche come la morte
te le figuri esplodere nella testa
straordinario gran finale
sciogli i capelli
spegni la luce
senza vestiti
sdraiata a terra
marcisci ancora un po’.

And then, last summer (poetry always keeps me company during the sultry Maltese summer), I went deep in the words of another Maltese poet, whose verses I will add here as soon as they are published.

***

*prior to the reform in 1999 (where the student was given the luxury of choosing a single topic from each subject to be tested on), the final oral exam (following the written ones in Italian and Maths for those who attended Scientific high schools – Classic ones got Italian and Latin, lucky them) consisted in questions about all the programme of the year in about four subjects (actually they were “just” two, which the student chose according to a strategy of marks and hopes that the professor wouldn’t have “changed” their choice at the decisive moment). In 1997 the subjects in the Scientific strand were Italian, English, History and Physics.

Gennaio

I primi battiti di ciglia di un anno che avanza già troppo veloce sono ancora impastati dei residui del vecchio. La tramontana non è bastata a farne pulizia. Non è bastato sciacquarsi giorno e notte il pensiero con la consolazione di un altro inizio, col sollievo che più passano le ore di questo nuovo anno disparo e più ci si allontana dalle insonnie del paro, dalle sue contaminazioni, dai solchi amari di rapporti stonati e storti trascinati per mesi, dalle loro ipocrisie e ottusità come pane quotidiano – io che il pane neanche lo mangio così tanto qui, mi è indigesto; è un pane ingannevole quello la cui mollica non si abbandona alla crosta ma vi si tende poco convinta, come una stretta di mano molle.

Eppure, anno vecchio, non ti porto rancore. Che colpa può avere un numero, uno tra tanti, di arraffamenti a man bassa e appropriazioni indebite, di travisamenti della parola cultura, delle sue tante ignominiose riduzioni? Di giornate e stagioni riempite alla rinfusa come pignatte da svuotare poi fragorosamente, contenitori sulle nostre teste vomitanti tutto e niente, grandini di cartacce appiccicose già senza la caramella dentro, che al loro confronto anche l’effimero fuoco d’artificio ha più cose da dire mentre si consuma, che anche il coriandolo della festa ha più spessore?

Nessuna, nessuna colpa hai tu, vecchio anno.

Ma ora, e prima possibile, allontanati per davvero, scendi le scale, attraversa la strada e tuffati nella fredda baia che ho di fronte, scrollati dalla pelle tutto quello che ti ha reso inviso – i pesi, le opacità, le lame nella schiena, il sangue gelato – e torna nella mia memoria come l’anno in cui ho rivisto Berlino, Napoli, Palermo e la Puglia. Riporta indietro solo i visi delle persone limpide e, pure se non ce ne fosse bisogno, ricordami di nuovo a voce alta i loro tratti, quelli che sarà bello rivedere spesso, o presto. Ripresentati sull’uscio come l’anno in cui credevo di non far nulla fatto bene, e invece.

E invece.


Le notti di San Lorenzo

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Non era una notte sola, ma tre o quattro, tutte accalcate intorno a quella del dieci dove le aspettative di vedere il cielo pennellato di luci erano comunque sempre le più alte, le più forti. Le notti di agosto più interessanti, quelle di cui ho più nostalgia, le ho trascorse su una spessa balaustra di pietra con sotto quasi 100 metri di vuoto e un paesaggio incredibile, a fissare il cielo, per ore.

San Lorenzo era un giorno e un luogo. San Lorenzo era il dieci agosto, ma anche il quartiere romano dove mio padre era cresciuto, dove viveva nonna fino alla metà degli anni novanta, in un bell’appartamento da dove si vedevano senza intralci le mura aureliane e sopra quelle l’intreccio di binari che portavano via da Roma e a Roma ti riportavano.

San Lorenzo è stata quella notte di più di venti anni fa, dove con gli amici ci si era lasciati dietro il bar, la piazza, le panchine e le vie arancioni per inerpicarci, ben forniti di plaid, su per una strada non asfaltata, ripidissima, e cercare poi a tentoni un luogo per sdraiarsi, uno spiazzo, un prato, delle rocce piatte, avamposti di salite ben più faticose per i Monti Lepini. Una concorrenza di sguardi agguerrita, chi vede la stella cadere per primo, il desiderio è il suo, qualche battuta, tanto silenzio, un ragazzo che mi stava assai simpatico che mi strinse la mano, là al buio, sotto la coperta. E basta, fu tutto lì, per tutta l’estate.

Le stelle sono molto attente. E vogliono desideri ben precisi. Non si può essere vaghi e sciatti con le parole, quando ci si rivolge alle stelle. Lo scoprii nel 1996, l’anno successivo. Ero sul terrazzo degli altri nonni, un terrazzo che correva tutto intorno all’appartamento, dove amavo isolarmi fin da bambina, per giocare, per immaginare chissà che storie. Storie sempre più diverse, man mano che crescevo. A maggior ragione me ne stetti là la notte di San Lorenzo in attesa, stavolta da sola. Cadde una stella e con quella venne giù anche il solito tuffo al cuore: a una stella che si brucia cadendo non ci si abitua mai. Espressi un desiderio, dettagliatissimo. Si avverò, senza la minima sbavatura, neanche due settimane dopo. Ancora sorrido, quando ci penso, quando penso all’impeccabilità di quella stella.

Su quest’isola c’è troppa luce, troppo rumore, c’è troppo di tutto. Non c’è la pazienza dei luoghi bui, del silenzio, di ore passate a non fare nulla se non a guardare il cielo, in silenzio, per ore, in attesa di qualcosa che può anche non accadere. E probabilmente anche le stelle si devono essere stancate di ascoltare i pensieri, parola per parola, di prendere nota, di eseguire un desiderio alla lettera. O forse i pensieri sono ormai troppo impiastricciati, un desiderio litiga con un altro, non si sa a quale dare la precedenza. Oppure si fa fatica a trovarli, i desideri, in quella parte polverosa e caotica dei pensieri, dove tutto è stato ammucchiato senza cura, finito sotto cumuli di preoccupazioni, artifici, sorrisi a forza.

E la ragione di molti sogni si deve essere scolorita, o ha preso muffa. Forse.

Io e il maltese. Qualche appunto.

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(N., V. e G., primavera ’05, Msida).

Ci penso spesso. Ci penso molto ogni volta che mi ritrovo a tradurre. Il maltese è una lingua a cui sono più vicina visivamente che con la voce, o con l’ascolto. La lingua dell’isola in cui vivo è qualcosa di letto e scritto, prima che parlato. Una lingua con cui hanno maggiore famigliarità e agio i miei occhi, che le mie orecchie. In pratica, il maltese che capisco e uso meglio è una sequenza digitale (nel senso di separata e successiva) di lettere e parole; solo in un secondo momento una continuità circolare composta di suoni e pause che in gran parte capisco, ma con cui so poco interagire.

L’ascolto, specie quando mi chiama direttamente in causa esigendo rapido una risposta, lo trovo scomodo, se non perturbante: mi scuote dal mio spazio, espone i miei limiti e, invece di avvicinarmi, finisce col distanziarmi sempre un po’ dalla persona che a me si rivolge in quel momento. Nel tentativo di comprendere cosa mi sia stato chiesto, infatti, mi blocco, impigliata nella velocità delle parole e nell’urgenza di una reazione. Arranco, non ne esco più. Nel migliore dei casi farfuglio: jekk joghbok, tista titkellem bil-mod? Nel peggiore resto in silenzio, sollevo spalle e sopracciglia, chiedo tacita comprensione. Cerco di riportare alla mente una o due parole a cui, magari, appigliarmi. Mi butto, provo a indovinare. La mia risposta diventa un’altra domanda, la richiesta di una conferma. A quel punto la persona inizia a parlare in inglese. O peggio in italiano. Come i suoni che non ho saputo cogliere,  anche il suolo su cui mi trovo mi scivola da sotto i piedi. Mi sento inadeguata al luogo, perché è come essere appena arrivata, di nuovo.

Letto invece no, il maltese letto è tutto un altro mondo.

E’ una lingua di cui posso avanzare qualche pretesa di possesso attraverso l’uso, seppur in modo temporaneo, labile. E’ un enigma che so di poter sciogliere più o meno facilmente, una serratura da sbloccare, un intreccio di parole che sempre mi restituisce, alla fine, la piena dimensione del mio stare qui.

Leggere (o leggere e tradurre) il maltese mi radica, allo stesso tempo, nel presente della lingua che comprendo e interpreto e nella storia di quella a cui appartengo, e che mi appartiene. La mia identità è completamente in quella parola tradotta, nella traslazione ragionata di uno stesso senso in sequenze diverse di fonemi. Nella parola maltese di partenza che capisco o arriverò a capire e in quella italiana di arrivo (che in fondo sapevo già, ma non prima di averla trasformata) mi ci ritrovo tutta. E tutto ritrovo.

I rapporti che si intrattengono con le lingue sono vari, come quelli intrattenuti con le persone: relazioni fatte di circostanze, di tempi, di contesti, di rotture, di riprese. Le volte in cui il maltese l’ho lasciato e ripreso non si contano più, non me lo ricordo.

Ricordo però come questa mia invertita dislessia nella relazione con il maltese ebbe inizio e ricordo pure di essere stata particolarmente felice, se non eccitata, prima del mio arrivo a Malta, nel settembre 2004, di sapere che sull’isola, oltre all’inglese, ci fosse anche il maltese. La guida ne riportava alcune parole, sì, no, buongiorno, via. Iva, le, bongu, triq. Le note sulla pronuncia sfuggirono a me e alle mie amiche cosìcché, all’arrivo all’aeroporto, salutammo chi venne ad accoglierci con un largo “bonguuu” (non bongiu).

Le implicazioni contestuali, letterarie e sociali della lingua locale avrebbero avuto una certa rilevanza per la mia ricerca sui campi letterari, ben più di quanto avessi immaginato. Quello che mi trovai a fronteggiare, allora, era una sistema in cui i miei scrittori informatori investivano una composita ed energica strategia di possibilità, reclami indentitari, conflitti letterari intergenerazionali, invenzioni, rimaneggiamenti. Il maltese non era solo un mezzo di espressione invisibile, uno strumento fàtico: il suo uso apriva a uno spazio completo di azione, di scoperta, di costruzione. A volte gli scrittori maltesi mi apparivano come esploratori infaticabili in viaggio a casa propria, una casa dalle mura espandibili, dagli angoli ancora celati; una casa il cui numero totale di stanze restava (e resta) sconosciuto.

Il maltese era la linea fluida che incorniciava campi letterari e culturali in espansione, all’interno dei quali la nuova generazione si concedeva sempre più spazio per rafforzare e testare la propria legittimità. Là distendeva le gambe, alzava sempre più la voce.

Acquistai subito un libricino, l’unico allora per stranieri, per studiarmelo. Iniziai ad apprendere quella lingua in silenzio, di sera, dopo cena, scrivendo appunti a matita, riempiendo esercizi che nessuno avrebbe corretto, immaginando la pronuncia. Era un modo per conoscere meglio il mio terreno, per affondarci i piedi ancora di più, avvicinarmi alle persone che avrei incontrato.

Quel mio originario entusiamo fu scalfito anzitempo, anche se non in modo irreparabile.

Frequentavo già da qualche giorno la sezione Melitensia, nella libreria universitaria. Un giorno chiesi in prestito a uno dei bibliotecari, assieme a qualche testo inglese di critica letteraria, anche un paio di libri di poesie, in maltese appunto. Tutto quello che volevo era vedere la lingua nella sua forma letteraria, toccarla con mano, ripassarmela tra le mani come fosse una cartolina delle spiagge o delle città, la foto di un paesaggio, di una strada. Il fatto che non capissi cosa ci fosse scritto non era importante, per il momento.

La prima reazione del bibliotecario, dopo essere tornato dalla ricerca con in mano i testi domandati, fu quella di rifiutare parte della mia richiesta. Indicando proprio quelli di poesia mi disse:

“These ones are in Maltese”.

“I know” risposi candidamente.

“Do you read Maltese?” continuò, caricando di uno stridulo sarcasmo le due vocali della parola “read” che poi trovarono manforte nell’assonanza della seconda vocale della parola “Maltese”, tanto che l’espressione sibilò pressapoco così: do you riiid Maltiiiise?

Poi, senza aspettare la mia risposta, sicuro di aver concluso così quella sfortunata negoziazione, iniziò a separare i libri in inglese da quelli in maltese, tirando a sè i due volumetti a me proibiti. Prima che li sfilasse del tutto dalla mia vista, riuscii tuttavia a mormorare: “No, but I have someone that will help me to read them”.

Non era vero, ma almeno l’ebbi vinta, diciamo così, e quella sera, appoggiata al grosso bancone di marmo verde della cucina, tra parole che ancora mi sfuggivano e altre difficili da pronunciare, andavo in cerca di quelle note, o di quelle che anche solo evocassero quelle note, come inattesi spiragli sulla superficie di un muro la cui altezza e spessore avevo prematuramente sottovalutato. Strizzavo gli occhi per vedere cosa ci fosse oltre, ma quella barriera era ancora troppo spessa e compatta.

Il maltese era quel muro e col tempo si sarebbe sempre più assottigliato e riempito di crepe da cui avrei scorto un panorama sempre più vasto. Parti intere sarebbero crollate, e una selva di immaginari rampicanti non avrebbe più ricoperto le aperture a ogni partenza creduta definitiva. Il profilo della Sicilia, e di tutte le altre terre i cui lemmi la lingua maltese aveva in sé accolto, si sarebbe profilato all’orizzonte, sempre più nitido, sempre più netto.

Ma nel mio procedere rasente quel muro, i suoni avrebbero continuato a essere per lungo tempo un intralcio ai miei passi.