Nessuna è tranquilla

dsc_2909Dall’incipit:

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque neppure. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli. Tuttavia, pur non avendo attrattive speciali, non presentava nemmeno particolari difetti, e quindi non ci fu ragione di non sposarci. La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio” (p. 13, corsivo mio).

Anche l’attribuzione di mitezza e calma è uno dei linguaggi di controllo e definizione del maschile sul femminile, un modo come tanti per reprimere il possente e creativo potenziale che ogni persona può celare. Ne fui vittima anche io, molte volte, in passato. Ne accusai il peso e il fastidio in più di un rendiconto sul proprio compagno, da parte di amiche:

mi piaci perché sei tranquilla

mi piaci perché sei riservata

tu sei una che non dà problemi

In altre parole, posso controllarti senza sforzo e se voglio posso modellare il tuo carattere che stimo debole e malleabile, a mio piacimento.

Questo è ciò che trovo imperdonabile nei rapporti umani. Il fraintendimento con conseguenze; la superficie dei sentimenti in nome di  un calcolo

“sto con lei perché è conveniente”

la cruda, intenzionale e comoda classificazione che imprigiona destini e possibilità.

Nel quotidiano le sbarre sono invisibili, e forse solo una salutare visione, un viaggio o un sogno, dove le metafore sono sciolte da qualsiasi opacità, può indicarcene spessore e materia.

Yeong-hie, la protagonista dell’ultimo romanzo di Han Kang fa un sogno. Da allora in poi ogni sottrazione da sé di ciò che ognuno dà per scontato in lei si fa processo irreversibile: in maniera totale e assoluta si svincola dalle spire di un giudizio e di un potere – maschile – che da sempre intrappola le sue giornate, il suo corpo e le sue idee. Elimina il superfluo: dal corpo, dalle giornate, dalle idee. Elimina la carne – esiste un cibo che sia più maschile? Le sue scelte, che nessuno afferra, che nessuno capisce, sono scelte dettate da un estremo, possente, tragico desiderio di libertà. E la libertà parla per infinite, impreviste lingue. Anche mute.

La libertà dà problemi, è irrequieta, è nuda, la libertà vuole luce e acqua,

e andarsene via, in qualsiasi modo.

Swiffa (ottobre 2007- 12 novembre 2016)

15056484_1105734449543479_542289459752225778_nNell’ultimo anno, a ogni mia partenza, andavo a salutarla con il timore che ogni volta fosse l’ultima. La salutavo e mi sentivo un po’ triste e malinconica; per lei, per me, per Gaia. Quest’ultima volta non l’ho fatto, e lei se ne è andata.

Aveva molti anni addosso Swiffa, coniglietta quasi centenaria. Tanto tempo addosso, tanti minuti quanti i suoi morbidi ciuffi di pelo, periodicamente accorciati per far spazio ai suoi occhietti color dell’alba.

Zompetta ora in un paradiso di carotine, Swiffoletta, e salutami Tippy, DD e anche quel minuscolo coniglietto grigio troppo piccolo per zompettare solo. Eri minuscola quando ti abbiamo trovata, e c’erano ancora tutti, allora. Riempi di leccatine anche le loro dita, i loro palmi, appena li incontri. Non ritrarti, non scappare, come tutte le volte che ti inseguivamo sul terrazzo per riportarti al caldo.

I contorni

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Ci si allontana per vedere meglio, ci si allontana affinché le cose troppo vicine – quelle che strusciamo e urtiamo ogni giorno, con le braccia, con i piedi e con i pensieri – prendano contorni più nitidi, più spessi. Ci si allontana per distinguere tutte quelle cose che ci vivono addosso, a cui viviamo addosso, perché si sciolgano finalmente nei loro componenti, uno a uno, tanto quella massa raggelata di bisbigli altrui e nostri quanto quel blocco unico di impressioni d’oggi e mormorii di ieri, che mentre sono qui che scrivo si fanno distanti, sempre più distanti; ma non per questo sono meno limacciosi, meno urticanti, meno carichi di veleno.

Volevo scrivere su Malta ora che per qualche tempo la rivedrò solo strizzando lo sguardo; scrivere su di un’isola che una volta dipingevo di memorie turchine, di rumori di sassi verso discese che si aprivano su lidi luminosi e solitari, di parole abbacinanti come una luce che ancora non doleva all’occhio, di pasti col sole sulla tovaglia, di viaggi in autobus e appunti presi di sera, di preziosi imbarazzi.

Volevo scrivere di quest’isola di cui ho scritto e detto tanto a latitudini più alte, ma parlato sempre meno, man mano che i miei giorni sul suo suolo raggiungevano le quattro cifre. Volevo scrivere di un’isola di cui mi accorgo non scrivo e non parlo più se non con lo stesso amaro retrogusto di un caffè mal fatto, un caffè del dopo pranzo atteso con già un pezzo di cioccolata scura sul piattino, un caffè che si assaggia e poi si lascia quando ormai però è tardi, quei due sorsi sono già bastati per rovinarsi il palato. E neanche la cioccolata, a quel punto, va più di mangiarla.

E quindi nulla. Se parlare dell’isola si traduce ora in contorni frammisti, frusciare amaro di ricordi e prelibatezze lasciate sul piattino, allora di scriverne di nuovo non è ancora tempo.

O forse non lo è più.

Due parole, intanto.

Julieta, l’ultimo film di Pedro Almodóvar, è un film dove le assenze generano ingiustificati sensi di colpa e ingiustificati sensi di colpa costruiscono assenze. Dove il letterale e la cruda narrazione sono talmente forti da confondere e far pensare alla fine che invece sia tutto un simbolo, l’affastellarsi di quei due significati, colpa e assenza, attraverso più vicende, più persone. E viceversa: che uno non ci veda che simboli per poi grattare la superficie e non trovarci dietro nulla, se non un crudo dolore, una leopardiana verità mutuata dal mito, e già annunciata per bocca della protagonista, all’inizio della storia.

Julieta è un film molto bello.

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Biblioterapia: Beppe Fenoglio, “Una questione privata”.

14358828_10154437476716678_3428155504243333651_nBeppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, 2014 [1986]

Indicazioni: ansie da passato irrisolto; ricerca della verità; dubbio; lotta antifascista.

Posologia: Prendersi un pomeriggio, una mattina, una sera e leggerlo tutto d’un fiato. Accompagnato da fiumi di tè bianco. Se possibile, affrontare i soliloqui a voce alta.

***

A tratti, certo non sempre, ma io a questa cosa che la creatività sia legata al disordine, ai mucchi di carte e penne e tazze e filtri di tè sulla scrivania, non ci ho mai creduto molto. Negli altri tratti, invece, lo scompiglio di oggetti tra le chiazze blu del tavolo mi ha invece fatto assai comodo, ma solo perché si aveva tutto a portata di mano.

Mi capita, mi è capitato, sempre mi capiterà di lavorarci, in queste condizioni, chi lo nega, ma da qui a definirla una regola e una condizione ottimale, ce ne vuole. Quindi, spesso, quando ho tempo, la prima cosa che faccio è quella di liberare la scrivania, o almeno di dare una maggiore logica al mio disordine. Classificare, si sa, è un bisogno primordiale e universale e, oserei dire, la chiave di quasi ogni comportamento, individuale e collettivo, come il caro Durkheim e il carissimo Mauss mi hanno insegnato.

Se riduciamo all’osso il romanzo in questione, si potrebbe dire che mettere ordine è anche una delle ragioni che anima Milton, il protagonista inquieto de “Una questione privata”, di Beppe Fenoglio. E non si tratta di scrivanie, nel suo caso, benché di legna ce ne sia comunque molta. Ma come le scrivanie, anche il suo presente è colmo di oggetti non rimossi, ansie fuori posto, domande mai buttate via e che restano tutte là alla rinfusa nelle pagine di questo bel romanzo, sfocate, fuori portata, come i paesaggi gravati dalla nebbia, dalla rabbia, dall’affanno. “Ed è un libro assurdo”, scriveva Calvino, “misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”. Che è poi quello che capita con qualsiasi questione sospesa, cuore in frantumi, amicizia tradita.

Cose che francamente, a un certo punto, se la nebbia si fa troppo fitta, bisognerebbe lasciar andare, visto che ci si potrebbe anche rimettere la vita. Specie se sei un partigiano che ricapita nella villa della donna amata un tempo, e ancora amata – con la custode che tra una frase e l’altra ti mette in testa strane idee, come quella che lei amasse invece, ricambiata, il tuo compagno di battaglie. Compagno che ti ritrovi a cercare nella nebbia, nel fango, tra i monti, schivando pallottole, fuggendo.

Voglio sperare che abbia parlato seriamente, in spirito di verità, perché non mi abbia fatto costruire un mondo di dubbio e di sofferenza su certe parole dette tanto per dire, approssimativamente. Così come, forse, Fulvia mi ha fatto costruire tutto un mondo di amore su parole dette pure così per dire. Basta, basta, basta. Stavo male per non saper che fare, dove andare, cosa risolvere, domani. Ma ora so cosa farò domani (p. 115).

La guerra fuori e dentro, dunque. E intorno, lo abbiamo detto, una nebbia fittissima che piomba dopo quella visita dal e nel passato. Ma è il passato delle illusioni o quello delle verità? C’è poi differenza? Conta tanto la differenza in ciò che più non ci appartiene? Per distinguere l’uno dall’altro, appunto, Milton sospende la sua battaglia collettiva verso un nemico certo, ravvisabile e si getta nell’opacità di un paesaggio che non riesce più a scorgere, costruendosi  un nemico ambiguo, sfuggente, gettandovisi contro, rischiando molto.

‘Se è vero…’ Era così orribile che si portò le mani sugli occhi, ma con furore, quasi volesse accecarsi. Poi scostò le dita e tra esse vide il nerore della notte completa (p. 26)

Alla fine della storia la prima cosa che ci attraversa la mente è quindi, ma ne valeva la pena? Era proprio così necessario sapere?

Assolutamente no. La ricerca di verità passate (passate, appunto) non è quasi mai una buona idea. Non serve, né al passato né all’oggi: non è utile alla memoria, perché se in quella c’era anche qualche bel ricordo, questo si ritrova marcito, putrido; non serve al presente, se è solo una corsa di pensieri in circolo.

Le verità bisognerebbe a volte lasciarle nella nebbia e sotto il fogliame dei boschi dove gli alberi non cadono, perché non ne sentiamo il rumore. Perché se proprio non si rischia la vita, se ne compromette una buona misura.  Soprattutto, si smette di lottare contro i fascisti. Il che non è mai il caso.

Malgrado Belgrado, by now almost a habit (English version)

Trans. Teodor Reljić

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Belgrade, one year later.

Belgrade. Take two. As it turns out, take two was the best of the batch. Though truth be told, our first visit was rather discreet. Discreet and different, because both arrivals were different.

Last year, we travelled in the company of a conspicuous group – and as we all know, conspicuous groups divert your attention and fragment your point of view into many voices and many needs, all the while cultivating a simmering sense of impatience as you wait in one of the city’s squares, in a café, or at the beginning of a street and end up just staying there, trying your best to get the day’s plans going.

Last year, we were taken around a city that declared itself to us, but without raising its head too high above water; an interesting city, green, but one which left us with no chance to put any full stops in place along our journey. Instead, we ended up an ellipsis: just three dots, floating as if in mid-air.

Last year’s Belgrade was a filtered, modulated city, more so perhaps than all of the other cities we visit with some prior knowledge – cities you’ve had a chance to dream about and imagine. Last year, Belgrade was explored under the purview of somebody already familiar with its contours, determined by our collective expectations of what it should be and limited by the short amount of time we actually had to explore it – entering the city as we did always from the outside, by train or by bus.

Perhaps this was why my desire to return wasn’t as strong this time around. And if it weren’t for Ludo’s suggestion, I may not even have considered it. And so Belgrade would have remained, for at least a few years down the line, a city that was merely sampled for a brief period of time. A short trip, from the outside looking in.

But instead…

Instead, this time Belgrade reminded me just how much I miss living inside a city.

Its sounds and its streets, always the same yet always somehow different, that sense of muddled familiarity that it offers. The mornings fragrant with breakfast smells: fresh bread, cheese, yoghurt, the mountains of fruit and veg occupying large benches. School too, in our case. The sprinkling of water on the pavements, the sight of lowered shutters. Then, the afternoons are warmer, more grey… what shall we do this afternoon? Shall we stay in to study, or shall we go out? A beer, perhaps, in that strange cobblestoned street, ‘a modo loro’? And the books. I barely understood a word of what was written on them, of course, but it was beautiful enough just to see them around.

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Then, the yellowing evening is accompanied by musical notes as we leave the apartment to once again renounce any dietary vows we may have made – the fault of yet another local dish. But how can you say no?

As long as the dishes are accompanied by the ‘paradisiacal’ tomatoes that you don’t even have to toss – as long as there’s a bašta, a garden. Or a courtyard. Ah! The courtyards. Many courtyards, courtyards that you don’t even expect to be there, built with lightness and grace, with white seats, flowers, with customized furnishings, spiced coffees, prosecco sprinkled with rose petals… please, take me back to those courtyards.

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The ladies who do #dinner

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The night which is never empty, with streets that are always full but never breathless. Constellations of popcorn stands dotting the pavements of the main street, music until late at night, until ‘late’ morphs into ‘early’. The city that shakes itself off at the end of the day, but without too much conviction, the thunder and the waters of a violent storm. At the cinema for two evenings, without an intermission, submerged under red seats. Taking a downhill walk back home, and how beautiful it is to come back on foot, how beautiful it is for so many places to be at walking distance, and capped under the trees in the park.

Last year, I wasn’t quite sure what Belgrade wanted to say, exactly. This year, I learned to read the city just a little bit better.

But… Why? A waiter asks after we specify that we’d like the menus in both English and Serbian, because we’re in fact busy learning the latter language.

Why?

The same question is proffered by many others. Why? And the eyes of our interrogators suggest further questions… Why are you here, and not in Prague, Paris, Madrid? We don’t ‘do’ tourism here, there is no sea here, there are no fireworks and there’s no spectacle or obvious ‘attractions’. Here we live and we muddle along with our daily habits, until every now and then we hit upon an oasis of nostalgia, of memory… but it’s our memory, a memory whose shape you can’t even begin to imagine. And if you try to, you’ll only get the tip of it.

Who knows what they told you about our memories? And who were they, who told you about us? Who knew you would have discovered our elegant, decadent city, green and riparian and situated at the furthest edges of your imagination?

Dear people of the ‘White City’, I’m here to confess to you that my habits were to blame for not getting to you sooner. That, and an imagination stymied by vagueness – which had to be fixed and, somehow, made complete.

And so I’d like to thank you for these days, which were extraordinary and quotidian in equal measure: a bit of work, a short walk, plenty of breaks, tiny shopping lists, a trip to a humid valley out of time, plenty of reading, four rolls of film to develop, gentleness in humbling doses, and a gorgeous loft in which to return.

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It was a holiday without being one. Not really. Because, as I ended up mentioning to Ludo again and again over drinks and various dishes, holidays always leave you with ridiculously high expectations and have you moving at too frenetic a pace to enjoy even the shortest moments of calm.

I’m writing this from Malta, facing the sea which only inspires sadness, as I’m reminded that I don’t go swimming as often as I used to.

In a month, it will be autumn. And the autumn is always the more beautiful ‘half’ of summer because it’s only when the beaches are emptied of people that you can reconcile yourself to the island, learn to love it again, and make peace with your memories.

Perhaps in a month’s time I will be able to cast the pungent nostalgia of Belgrade aside, the kind of feeling that only a foreign place – barring Malta – is able to give me, after just a few days spent traversing it. Nostalgia is a spur that would have dragged me back for years and years on end.

It was a different life. I was very young, and lost amidst exams; unquiet but muted.

It was the summer of 2000. The city was Paris.

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Malgrado Belgrado, quasi un’abitudine.

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Belgrado, un anno dopo.

Belgrado buona la seconda, ma anche la prima era stata discreta. Discreta ma diversa, perché diverso era stato l’arrivo.

L’anno scorso, con un gruppo cospicuo di persone –  che si sa i gruppi cospicui diradano l’attenzione e smembrano il tuo punto di vista in tante voci e tanti bisogni e tante impazienze mentre si aspetta in una piazzola, in un caffè, all’inizio di una strada e si sta là, cercando di mettere un punto al da farsi.

L’anno scorso guidati per una città che già si dichiarava, ma senza alzare troppo il tono, interessante e verde, di punti ne erano stati messi parecchi, nessuno a capo. Solo puntini, tre, sospesi. Lo scorso anno era stata una città filtrata, molto più di quanto filtrata sia ogni altra città a cui giungiamo conoscendola già un poco, avendola già un poco immaginata. Belgrado era stata percorsa sotto la guida di chi già la conosceva,  sotto quello che ci si aspettava che fosse, imbrigliata dal numero limitato di ore concesso per capirla, da un arrivo sempre dall’esterno, per treno, per autobus.

Forse per questo la voglia di tornarci quest’anno non era così forte, non come lo era stata l’anno scorso. E non fosse stato per la proposta di Ludo, magari non l’avrei neanche presa in considerazione. E sarebbe stata ancora, tra qualche anno, la città di un breve viaggio, di un breve assaggio. Dall’esterno.

E invece.

E invece Belgrado mi ha ricordato quanto mi manchi una città quando ci vivi dentro.

Il suo rumore, le sue strade che sono sempre le stesse e sempre diverse, quel senso di scompigliata famigliarità che ci offre. La mattina odorosa di colazione, di pane fresco, di formaggio, di yogurt, di colline di frutta e verdura su grossi banchi. Di scuola, nel nostro caso. Di spruzzi d’acqua sui marciapiedi, di serrande ancora abbassate. Il pomeriggio più caldo, più grigio, più polveroso, che si fa oggi pomeriggio? Si studia o si esce? Una birra là in quella via dai sampietrini strani, a modo loro? E i libri. Non ci capivo quasi nulla, ovviamente, ma quanti e belli anche solo da vedere.

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La sera gialla, piena di note quando si usciva e fuori o a casa sempre un puntuale mancare ai propri voti alimentari, l’ennesimo cedimento a un piatto locale, ma come si fa a dire di no? Basta che ci siano ancora quei paradisiaci pomodori che neanche devi condirli, basta che ci sia un bašta, un giardino. O un cortile. Ah i cortili. Cortili tanti, tanti cortili che non ti aspetti, piogge di cortili fioriti, pieni di leggerezza e grazia, di sedie bianche, fiori, di mobili arrangiati, caffè profumati, prosecchi con petali di rosa, riportatemi in quei cortili.

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La notte mai vuota, per vie sempre piene ma senza più affanno. Costellazioni di pop-corn sul pavimento della via centrale, musica fino a tardi, fino a quando il tardi diviene presto. La città che si scrolla di dosso, ma senza troppa convinzione, l’acqua e i fulmini di un violento temporale. Un cinema per due sere, senza interruzioni, affogati dentro poltrone rosse. Il ritorno in discesa verso casa, che bello tornare a piedi, che bello quando parecchi luoghi sono a distanza di soli passi e sotto gli alberi.

L’anno scorso non sapevo cosa Belgrado volesse dire. Quest’anno ho imparato a leggerla un poco.

But… Why?  Ci chiede un cameriere quando, dopo la richiesta di un menù non solo in inglese ma anche in serbo gli spieghiamo che è perché lo stiamo studiando.

Perché?

E la stessa domanda pare ce la porgano in molti. Perché? Sembrano continuare a interrogarci gli occhi di molte persone, perché siete qui e non a Praga, Parigi, Madrid? Qui non si fa turismo, non ci sono fuochi d’artificio, mare, spettacoli, attrazioni; qui si vive, ci si arrabatta tra le abitudini, e qua e là, magari, ci casca pure nell’occhio un luogo di memoria, ma memoria nostra, memoria che voi neanche sapete che forme abbia. O se ve la immaginate dio solo sa come. Che chissà come ve l’hanno raccontata questa nostra memoria, chi ve l’ha raccontata. Chissà che ne sapevate già di questa nostra città elegante e decadente, verde e al riparo, il più possibile, il più a lungo possibile, dalla vostra immaginazione, dalla vostra memoria.

Care persone della città bianca, proprio l’abitudine ne è stata la ragione, e sì, pure un’immaginazione vaga, da sistemare, da completare.

E dunque grazie per queste giornate di straordinaria quotidianità: un po’ lavoro, qualche giro, molte soste, brevi liste di spesa, un viaggio fuori verso una vallata umida fuori dal tempo, letture abbastanza, quattro rullini da sviluppare,  gentilezza in dosi appaganti, una mansarda perfetta a cui fare ritorno.

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É stata vacanza senza esserlo del tutto. Perché, come già convenuto più volte con Ludo di fronte a bevande e vivande di vario genere, una vacanza ha sempre aspettative troppo alte e un troppo frenetico da farsi, per lasciarti davvero il tempo di una quiete.

Scrivo ora da Malta, di fronte un mare in cui, e il solo pensiero mi dà tristezza, non nuoto più come prima.

In un mese sarà autunno, e l’autunno qui è la parte più bella dell’estate perché è solo quando i lidi si svuotano e tornano silenti che ci si può davvero e finalmente riconciliare con l’isola, amarla di nuovo, dare pace alle memorie.

Forse, tra un mese, riuscirò a mettere da parte Belgrado e quella nostalgia pungente che solo un altro luogo, se si esclude Malta, mi aveva dato molto tempo fa, dopo solo qualche giorno là trascorso. Nostalgia e un pungolo che mi sarei trascinata dietro per anni e anni.

Era un’altra vita. Ero molto giovane, persa tra gli esami, inquieta ma muta.

Era l’estate del duemila, la città Parigi.

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p.s. la prima foto è di Ludo, qualcuna è di Teo, altre fatte col telefono, tantissime sonnecchiano ancora nei rullini, spunteranno a ottobre-novembre, come i funghi

Su Parigi

Su Parigi non ho mai scritto molto. La città, l’ennesima di una salvezza, ha sempre parlato per immagini. Forse perché da quando ho lasciato Roma la scrittura è andata tutta ad annidarsi nelle note di campo, negli appunti di biblioteca, nei fitti capitoli di una tesi ormai discussa, difesa, messa per il momento da parte, in attesa di trovare senso in un’altra lingua.

Su Parigi non ho scritto mai molto, ma tanto l’ho percorsa arrestandomi spesso per ritrarla, man mano che nella fotografia trovavo una lingua più leggera e naturale di quanto lo scrivere non mi abbia mai dato, assieme a un’esattezza che le parole, per quanto scelte, non hanno mai soddisfatto del tutto. C’era sempre un aggettivo, un verbo, un nome che sarebbero stati più adatti, una costruzione che sarebbe girata più liscia nel rivolo veloce e necessario dei periodi.

Invece, in ogni foto, la luce, l’inquadratura e il momento sono sempre stati quelli giusti.

Su Parigi non ho scritto molto, ma molto l’ho amata. Mai a fatica, la fatica è stata lasciarla, a volte; e a volte, le ultime, tornarci. Fatica di dover fermare la mente su quello che impediva ai piedi, per dovere, di percorrerla ancora come avrei voluto, di fermarmi ancora mille altre volte e altre mille premere un tasto, fare “click”.

Su Parigi non ho mai scritto molto, e chissà se mi riuscirà di farlo ora, e se non adesso, da adesso in poi. Ora che la fatica è sfumata, che la ricerca e il libro sono stati discussi, difesi, celebrati. Ma non come un successo, piuttosto come la fine di un’incombenza. Non la luce rischiarante un lungo percorso dove tante persone e cose belle e cose brutte si sono messe a seguirmi o precedermi; non champagne e fuochi d’artificio. Per niente. Liberarmi della tesi è stato più come poter uscire, finalmente, da una stanza piena di cose preziose e cianfrusaglie, tirarmi la porta alle spalle, mettere la chiave in tasca, sapere che è tutto ancora là e poter tirare un sospiro di sollievo perché non si è più obbligati a tornarci dentro.

Su Parigi non ho scritto molto e volevo scrivere, davvero, ma come si fa a scrivere di quello che a stento si potrà mai esprimere?

Scrivere del dolore che mi ha sbiancato il cuore la notte del 13 novembre; non ero là, ma c’ero – non erano in quelle strade quelli che sono tra i miei più cari affetti?

Scrivere dello sgomento che ha tolto colore agli occhi e al viso, una domenica di dicembre, mentre percorrevo da sola boulevard Voltaire, dopo aver lasciato le mura di una casa amica dalle cui finestre per settimane ho osservato la vita scorrere per strada, come in un sogno. Scrivere d’essermi fermata, atterrita e commossa di fronte alla risacca immobile di fiori, candele, foto e biglietti con la gola prosciugata di ogni parola e la coscienza ancora incredula. Fosse stato davvero solo un sogno. Per me, per i miei amici, per tutti. Potessero davvero risvegliarsi tutti.

Scrivere che Parigi non sarà più la stessa città di prima, che sarà sempre un po’ la città del tredici novembre, che gli echi di quella notte uno se la ritroverà di continuo nel tondo di un tavolino mentre ordina un caffè, una birra, un bicchiere di vino; nel vimini scricchiolante di una sedia di legno che dà le spalle alla strada; nel biglietto per un concerto; nel vetro di un ristorante dietro il quale vede scorrere la gente, le auto, le luci.

In quei giorni una vecchia amica mi ha detto “mi hanno sottratto la mia città, me l’hanno portata via, la città della mia giovinezza” alludendo non solo a quella notte ma anche a tutte le discutibili reazioni di controllo e limitazione di ogni libertà. Avrei voluto dirle, anche a me, che in questa città ho trovato quello che che una giovinezza altrove non aveva mai saputo darmi.

Su Parigi non ho scritto mai tanto, ma questo non significa che non le sia grata, che non le voglia bene, che non cercherò sempre di farvi ritorno. I grandi amori, come i dolori più tetri, non trovano ordine nella discrezione delle lettere.

La loro ragione giace nella carne, nel respiro, nel silenzio.

Il mondo da un oblò, la luna (sparita).

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La baia si dilunga più del previsto, più del dovuto (nella topografica mia immaginazione di un lungomare assai minuto). Seguono un parcheggio fortunato e scale fatte di polvere, carta strappata, sposalizi color seppia e graffiti.

Segue l’ingresso in due giganti camere oscure dove ci muoviamo come granelli di polvere all’interno di un apparecchio gigante, attenti a non colpire le bacinelle d’acqua ai nostri piedi. Sulle finestre una schiuma giallastra a fermare altri granelli, granelli di luce. La luce c’è ed è tonda, entra da un foro di vetro, entra e gioca con quello che accade fuori. Lo afferra, lo filtra, lo ribalta, lo proietta sul muro e poi sulle ante di un vecchio armadio bianco, come quello che avevo io una volta, in una bella stanza alta. La luce vetrata ricostruisce sottosopra marine acque luccicanti e persone come marionette di carta danzanti; schizzi di un acquerello tacito e ondivago sulla parete screpolata. Avanzano, corrono, sostano sul bagnasciuga. Basta una mano per cancellare tutto, riportarlo al nulla. Una mano sul foro vetrato.

Se una nuvola va sulla luna, qualche ora dopo, tra la notte e il mattino, scompare anche quella, la luna. Scompare una luna che già di per sé e quasi assente. Perché una mano di acque e terre emerse, vi ha gettato, sottosopra, la sua ombra, conica. La scomparsa di una luna (già) sparita.

Spaurita, la mia gatta, m’osserva da giù quasi a volermi chiedere – che ci fai in piedi e senza che io ti chiamassi?

-Guarda Olivia, guarda la luna. E’ rossa e bianca, come te – le faccio io.

E’ coperta di nuvole morbide come il tuo pelo che, anche ora, nasconde e svela lo zenzero brillante del resto del tuo manto.

Le nuvole si dileguano, un poco. La luna con i suoi crateri è tutta o quasi lì, mentre una falce chiara, abbacinante, le cresce addosso.

– T.?

Senza fori vetrati, pareti o ante di armadi lignei e bianchi, continua il gioco di scorgere ma non vedere tutto, intanto, per chi arriva sul terrazzo senza i suoi vetrini in una montatura. La gatta è in braccio, affondo il viso nel suo pelo, mentre chi si è procurato gli occhiali può di nuovo vedere tutto, ma non la luna, che come me annusa di nuovo le sue nuvole soffici. Cade qualche goccia di pioggia. I cumuli si muovono. Si vede qualche stella. Si vede Orione. La sfera rossastra torna. Torna una luna che non torna tutta, perché la sfera più grande su cui viaggiamo le sta gettando sopra, sottosopra, la sua ombra a cono.

Valletta, il pomeriggio:

Due coni per favore. Uno, amarena e caramello. L’altro pistacchio, speculos e… melone? No, caramello.

Fu allora che udimmo il primo schiocco di meteorite lunare che cadeva sulla Terra: uno “splash!” fortissimo, un frastuono assordante e nello stesso tempo disgustosamente molle, che non restò isolato ma fu seguito da una serie come di spiaccichii esplosivi, di frustate caramellose che stavano cadendo da tutte le parti. Prima che gli occhi s’abituassero a percepire quel che cadeva, passò un po’ di tempo: a dire la verità, fui io che tardai perché m’aspettavo che i pezzi della Luna fossero anche loro luminosi (I. Calvino).

Malgrado Belgrado (una storia di pesci).

DSC_1346Della terra dove ho passato alcuni giorni d’estate, quest’anno, avevo due vividi ricordi risalenti a parecchi anni fa. Nel primo ho circa quindici anni e sono al liceo, la professoressa di lettere del biennio, una donna rossa di capelli, giovane, scarmigliata e con accento non romano, accantonando grammatica e Virgilio, ci fa “ragazzi, ma voi ve ne siete resi conto o no che qua vicino, oltre l’Adriatico, ci sta una guerra?”. DSC_1347

Allora credevo di saperlo, i telegiornali non parlavano d’altro e nei miei quindici anni di bambagia e isolamenti letterari, musicali e grafici quello che vedevo a cena e a pranzo mi bastava. Anni dopo, leggendo, studiando e riconsiderando il tutto con occhi da antropologa mi sono resa conto che no, nel ’93 di quella guerra non sapevo nulla.

Secondo ricordo, stavolta siamo nella seconda metà degli anni ’80. Gli zii e le cugine catanesi si fermano qualche giorno nella ex-nostra immensa e odorosa casa di pietra e scale a ridosso dei monti Lepini. Vengono da un lungo viaggio, hanno appena attraversato in camper un luogo chiamato Jugoslavia o Iugoslavia, come scrivevamo noi. E’ loro assai piaciuta.

Io in Iugoslavia non ci sono mai stata ma avrei voluto, magari proprio a nove o dieci anni, quando la parola “estero” mi provocava emozioni viscerali, quando non sapevo nulla di invisibili confini etnici e nazionalismo e vivevo ogni esperienza in un presente infinito di stupore fluido e guizzante come le mosse di un pesce nel Danubio o nella Sava, i due imponenti corsi d’acqua che tra Zemun e Belgrado, sottolineava la zia di Teo l’ultimo giorno, a pranzo sulle loro rive, si incontrano per recarsi insieme verso il mare.

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Ho usato l’immagine del pesce di proposito. Il viaggio in Serbia, a metà agosto, è infatti storia di pesci. I primi sono stati quelli agognati da uno dei compagni di viaggio, Adrian, “pesci di fiume, river fish“, per noi assai comuni, qui a Malta dei rarissimi incontri. Nessuno stupore quindi se qualche ora dopo due esamplari della specie, elegantemente composti in un mosaico all’ingresso di una delle prime chiese ortodosse visitate, hanno strappato non pochi sorrisi. Ne avremmo avuto un veemente e vario assaggio qualche giorno dopo, in una radura danubiana. Vario perchè condito e cucinato in varia maniera, immerso in una zuppa saporitissima (che sì, in confronto altre zuppe di pesce sono acqua) o dorato in fragranti (anche se troppo sapide) fritture. Vario perchè protagonista di sorprendenti gesti, un salto dal fiume ai piedi e sullo zaino di una cara amica; oggetto di memorie a lungo termine e sussulti del primo giro in barca tra le isolette di conchiglie e gusci polverizzati di quella parte del Danubio che di lì a poco avremmo percorso anche a bracciate lente e gambe a rana.

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Le rane, anche quelle ne abbiamo viste parecchie, ranocchie grandi da poter stare nel palmo di una mano o minute da poggiarsi giusto su una falange.

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DSC_1472Nel piccolo ruscello che scorreva ai piedi di un giardino in una (per me) remota località a sud di Belgrado e verso la Bosnia, località intrisa di acque termali e abbracciata da montagne di un bel verde cupo, Teo mi diceva di come, bambino, si fosse messo a inseguire un pesce tra i ciottoli, lontano fino a dove il richiamo della nonna non poteva più seguirlo. Io in quel ruscello, affacciata dallo stretto ponticello di legno, ci ho gettato spesso gli occhi, sperando di scorgere un pesce da pedinare, trovandoci però solo una mela e il bagno momentaneo di qualche raggio al tramonto.

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Di mele, del resto, ce ne erano a perdita d’occhio.

Una, nell’acqua, doveva per forza scivolare.

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Ma torniamo ai pesci. I pesci di Belgrado, una città che mi sembrava di conoscere e percepire meglio quando non la conoscevo e che percorrendola mi ha fatto sentire miope, come se la miriade di dettagli che la componevano mi si fosse catapultata negli occhi in maniera distinta e rumorosa, senza tuttavia che una volta fatto qualche passo a ritroso, da lontano, DSC_1986riuscissi a ricostruire di quella stessa città un quadro completo, un sentimento tornito.

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I pesci di un pranzo giapponese, finalmente, dopo tanta carne, in un luogo dal nome, Supermarket, poco attraente, devo ammettere, ma pur sempre evocativo di luoghi dove la nazionalità e i confini geografici possono essere argomenti potenzialmente superati nello spazio di uno scaffale.

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I pesci dell’ultimo pasto a Zemun, luogo che trent’anni fa fu testimone della venuta al mondo di un giovane biondo, bello e di gentile aspetto, con sopra l’un dei cigli la memoria millimetrica e cicatrizzata di pelle recisa.

I pesci guizzanti fuori dal manifesto di una mostra, purtroppo chiusa, che mi sarebbe piaciuto vedere (e anche a Marta non sarebbe dispiaciuta, ne sono certa).  DSC_2001

I pesci nella chiesa di San Nicola, nell’affresco di un episodio del Vangelo che non sono in grado di evocare, nè ora ne poi. Forse uno di loro saltò nella barca, forse. DSC_2035

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A doverla dire tutta, la storia del viaggio in Serbia è stata anche storia di gatti cercati tra un numero imprecisato di cani, e storia di pomodori come non se ne erano più gustati da tanti anni. La vera abilità di questo scritto – e siatemene grati – è stata quella di riuscire a non nominare nè gli uni nè gli altri, e di non fare alcuna allusione alla loro paradisiaca condizione.

O quasi.

Mачка, mачка, mачка... 

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