Racconti e caffè

dsc_4059Cosa non ti sbuca fuori mentre ti appresti a mettere in ordine la scompigliata memoria del tuo pc. Correva l’anno 2014 e mi ero appena  rifatta gli occhi. C’è stata davvero una lunghissima epoca della mia vita in cui armeggiavo con lenti morbide e acquose e mi risistemavo l’occhiale sul naso, occhiale con montature prima dorate, poi blu, poi nere, poi bianche e infine rosso-viola?

Febbraio 2014, occhi nuovi dunque, lo sguardo ci avrebbe messo ancora molte settimane per rimettersi a fuoco. Dovevo imparare di nuovo a vedere dopo mesi (anni?) di buio. In pausa dalla tesi, quando lo schermo non fu più solo un ammasso di segni baluginanti, scrissi un racconto per il premio letterario Caffè Corretto della graziosa cittadina di Cave, a sud di Roma. La regola era semplice, si doveva proseguire l’incipit scritto da un altro. Arrivai terza, vinsi un libro sul coté art nouveau del luogo e una scultura bianca e sinuosa che è ancora dai miei e che quando mi deciderò a non riempire le mie valigie di libri, ciambelle al vino e parmigiano, magari, riuscirò anche a far sbarcare qui.

Di seguito, l’incipit dello scrittore Fabio Stassi; subito dopo il modo in cui decisi che la storia sarebbe dovuta continuare.

Il dono

La lettera Carmine non ebbe il coraggio di consegnarla nelle mani del vecchio. La sfilò di malavoglia dalla sua borsa di cuoio, rigirandosela davanti gli occhi. Poi si decise: con un solo balzo saltò i due gradini dell’atrio di quel palazzo con la facciata in cortina e i balconi triangolari e, raggiunte le cassette della posta, la lasciò cadere nel vano dell’interno 8. Anche se era appena un postino, provò subito vergogna. Di lettere così ne aveva recapitate altre negli ultimi mesi esapeva ormai cosa comunicavano. La busta era sempre prestampata e portava dietro, in grassetto, il nome del mittente. Il vecchio avrebbe capito svelto. Aveva fatto lo stesso mestiere, da giovane, e sapeva riconoscere le notizie buone da quelle cattive. Era gente gentile quella. Non avevano mai mancato di offrirgli un caffè e una sedia per tirare il fiato e Carmine ci si fermava volentieri prima di continuare il giro. Ma quel giorno andava di fretta. Augusto, dalla portineria, lo vide allontanarsi sul motorino di servizio senza riuscire a indirizzargli nemmeno un cenno di saluto.

 

Teneva in un mano un secchio d’acqua violastra e nell’altra lo spazzolone con cui aveva appena lucidato la rampa di scale dal terzo al quarto piano dopo che quella stessa mattina la signora Rapetti gli aveva fatto notare, non con un certo rimbrotto per l’anonimo untore, una serie di macchie lilla dalla forma esagonale, proprio al centro di ogni gradino. Erano venute però via facilmente, appena un paio di passate, e senza neanche dover ricorrere al detersivo.

Svuotò il secchio in un aiuola, dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse guardando. Poi, altrettanto cauto, si avvicinò alle cassette delle lettere; là l’occhio si soffermò dapprima su una rivista scientifica maldestramente incastrata nella fessura, rivista che era solito anche lui leggere, quando ancora suo figlio la riceveva per abbonamento; indugiò poi più a lungo sulla costa luminosa e palmata dell’angolo di una cartolina che faceva capolino da dietro il conto del gas dell’interno 5. Sostò infine, e senza ritegno, per due minuti buoni di fronte alla busta che Carmine aveva lasciato cadere velocemente nella cassetta dei signori Ortega.

“Brutto affare. Questi non mollano”, sentenziò una voce alle sue spalle.

Si voltò e vide il ciuffo ricciuto e biondo di una ragazza di bassa statura ascoltare il suggerimento di un’improvvisa brezza, tendere al suo inseguimento e poi, subito dopo, rinunciarvi, ritornando placido sulla fronte.

– Mi scusi? – le fece turbato.

– Eppure non credo ci sarà mai occasione per i signori di aprire quella busta, anzi, se vuole passarmela. Lei ha le chiavi di ogni cassetta, giusto? Così almeno mi è stato detto.

– Lei… Ma lei è…?

– Ah, mi perdoni, certo. Il mio nome è Ida Lemara. Sono la nipote di Maia e   Federico Ortega. Se vuole posso farle vedere un documento.

– Ah, ma non ce n’è bisogno signorina, ora che me lo dice ricordo infatti di averla già vista assieme alla signora, qualche volta, non troppe però, purtroppo – cercò di accompagnare a quel punto un ammiccamento del tutto innocente. Non gli riuscì, potè capirlo dalla curva rimasta immobile delle labbra della sua interlocutrice, e quindi continuò – ma non so proprio se mi sia permesso di prendere la posta dei signori, il massimo che posso fare è togliere la pubblicità, quando è troppa, là son stato autorizzato, sa. Ma di lì a tirar fuori lettere… –

– Allora non le scoccerà se a farlo sono io. Si giri per favore. Occhio non vede… – e il suo ammiccamento, quello, si rivelò riuscitissimo.

Augusto le diede infatti le spalle, non sapendo neanche lui il perchè, e quando si permise di nuovo di scrutare con la coda dell’occhio la ragazza, la vide armeggiare con un fermaglio scuro affusolato e poi, con lesta abilità, sfilare la busta dalla cassetta e consegnarla nelle sue mani.

– Ecco fatto. Lettere come questa non dovrebbero neanche essere inviate ai miei nonni. Che coraggio.

– Concordo – bofonchiò l’uomo, sempre più impacciato nel suo improvvisato ruolo di complice.

– La ringrazio del suo aiuto. Ora scappo, nonna mi aspetta per la spesa. Tenga, la getti alla carta per favore.

E fluttuò vezzosa verso le scale.

La rivide appena dieci minuti dopo, la signora Ortega al braccio, placida e sorridente.

– Stella mia, vedi un po’ se c’è posta-

-No nonna, ho già controllato prima, niente.

Ed entrambe sparirono nella luce polverosa della strada che invase rapida le prime piastrelle dell’androne, poco prima che il portone a vetri facesse clanc dietro di loro, portandosi dietro rombi d’auto, cinguettii, svolazzi di carte e qualche raggio.

Le lettera, tuttavia, non era stata gettata ma infilata alla rinfusa tra alcuni documenti della portineria, ben celata tra ricevute e riviste, sul primo scaffale accanto all’ingresso.

Augusto la riprese e stette là a scrutarsela e tastarsela, leggendo ad alta voce il mittente, che ben conosceva. L’interno otto era infatti l’unico nel palazzo a non aver ricevuto ancora quella comunicazione. Come lui del resto.

La reazione non sarebbe stata buona, e l’indignazione dei due inquilini si sarebbe fatta sentire a lungo, soprattutto nei rientri delle loro pomeridiane passeggiate, quando si attardavano nella portineria dedicando a un ciarliero scambio di senso comune almeno una decina buona di minuti.

***

All’alimentari che faceva angolo tra la via dell’immobile dove risiedeva e quella che conduceva verso la stazione, Maia Ortega era già ben oltre metà della lista quando Carmine fece il suo ingresso veloce, giusto per far firmare una raccomandata al proprietario. Lei lo scorse e gli sorrise. Il postino abbozzò anche lui un sorriso. La donna gli fece cenno di avvicinarsi.

– Buongiorno Carmine, l’aspettavamo questa mattina, mio marito era pronto col fuoco da accendere e la macchinetta vibrante.

– Buongiorno signora Ortega, mi dispiace, le chiedo perdono, avevo la testa altrove oggi, e andavo di fretta.

– Andiamo Carmine, cinque minuti li ha sempre trovati. Pure quando, come oggi, di posta per noi non ce ne era.

Il postino restò interdetto. Ma come? Non l’avevano vista? Aveva forse sbagliato cassetta? Difficile, ma possibilissimo del resto. La vista di quella lettera lo aveva infatti assai turbato.

– Ho ancora dei giri da fare in zona, se mi permette di riparare alla mancanza di stamane farò con piacere un salto da lei e suo marito dopo pranzo, a turno finito.

– E noi l’aspetteremo con piacere Carmine, così si fa! Mai saltare i piaceri, piuttosto ritardare il dovere, ma i piaceri, son così rari, son così pochi che uno se li deve fabbricare, ce li dobbiamo ritagliare dalle giornate piano, piano, come un buon caffè… Perchè il caffè, lo sa bene, il suo gusto è anche nella pazienza, nei gesti lenti, nel tatto della dita che svitano la macchinetta stridente, nel rumore del barattolo fresco di frigo che si schiude, nel cucchiano che sprofonda in quella sabbia nera e odorosa, nell’attesa, nel canto del suo fuoriuscire.

E piegò la testa da un lato, sorniona.

– Assolutamente d’accordo madame- annuì rispettoso il portalettere, – ma allora – pensò nel frattempo- la lettera non l’hanno ricevuta. Non parlerebbe così, altrimenti. O forse sì? Era uno sfogo quello? Un ribadire risoluta la propria posizione sulla vita e sulle sue repentine fuggevoli bellezze? Su certe irrinunciabili abitudini anche quando il destino ci forza verso altro?

Tra i pacchi di pasta e i barattoli di conserva a Carmine non riuscì tuttavia di sciogliere alcuno dei suoi dubbi. E se ne stette là, cercando il modo più rapido e gentile per accomiatarsi.

La signora Maia gli venne, senza saperlo, in aiuto.

– A dopo allora- tagliò cortese – Ah, Ida, eccoti stellina. Saluta il signor Carmine, passerà da noi più tardi, per un caffè.

La ragazza sfoderò, se possibile, un sorriso ancora più felino di quello della nonna, ma non disse nulla.

***

Le due meno dieci. Carmine è ora in portineria. S’è affrettato e il turno lo ha concluso prima. Sono già dodici minuti buoni che è là. Lo si vede da dietro il vetro che agita le braccia e sbatte concitato le labbra in direzione di Augusto il quale non fa una piega, ritto e sicuro nelle sue ragioni. Quelle stesse ragioni che lo hanno portato a chiudere più d’un occhio sulle mani di una ragazza che, in fondo, sostiene, sempre più fermo e deciso, non ha fatto proprio nulla di male, anzi, tutt’altro. Vuol bene ai suoi nonni lei, e quella lettera può benissimo non essere mai arrivata, o andata perduta.

– Ma non è legale. Andiamo Augusto, ragiona! Passerò dei guai per questo!

– Non saresti l’unico.

– Ce l’hai ancora?

– Certo che sì.

– Dove? Dammela.

– È qui, al sicuro.

– Augusto, perfavore. Devo consegnarla. Non dovremmo neanche stare qui a discuterne. Guarda, la porterò direttamente io, userò tutte le accortezze possibili, lo prometto. So bene che le mie parole non potranno certo lenire l’indigazione che ne seguirà… Ma almeno capiranno di non essere soli nel loro dramma.

Il portiere sta qualche secondo in silenzio, lo sguardo rivolto verso la risma di carte che cela l’inopportuna missiva.

– Là in mezzo – indica vago.

E come aveva già fatto qualche ora prima, volge lo sguardo altrove.

***

– Carmine, buongiorno. Finalmente. Sai che ci sono rimasto un po’ male questa mattina quando t’ho visto partire dal balcone? Maia, c’è Carmine, ti manca tanto?

La signora Ortega si affaccia dalla cucina, asciugandosi le mani con uno straccio.

– Ho quasi finito, ma prego si accomodi pure caro. Federico, fa’ assaggiare intanto al nostro ospite quei dolcetti che abbiamo preso l’altro giorno al mercato a Piazza delle Erbe.

Il postino non accoglie l’invito ma inizia a fare avanti e indietro per la stanza, a scatti, soffermandosi una o due volte su una sola gamba, dondolando e torcendo l’estremità dell’altra, quasi a voler calciare lontano la notizia che si porta dietro, piegata in tasca. Intanto tiene le braccia dietro la schiena, le nocche sinistre non danno tregua al polso della mano destra, lo tormentano, lo segnano.

Si accorge della presenza della nipote solo in un secondo momento. La sua espressione non è mutata, neanche il minimo allontanamento da come l’aveva lasciata. Si crogiola su una poltrona, con un libro dalla copertina giallognola e il titolo in bordeaux.

Rumore repentino di tazzine su vassoio d’argento. Un richiamo tante volte udito e assecondato nelle sue tacite volontà, cinque minuti… Caffè!

La nipote è subito fuori dalla poltrona, davanti alla credenza, la apre, si gira, accompagna dolcemente con la spalla lo sportello di vetro, ha nelle mani zollette di zucchero bianco e nero. Il nonno cioccolatini e biscotti.

Nipote e nonno si spostano in cucina, invitano Carmine a fare altrettanto.

– Nonna, faccio io? Dai, almeno questo.

La nonna sorride bonaria.

– Non le permetto di lavare i piatti quando è qui a pranzo – spiega rivolta al postino – ma sul caffè ha carta bianca.

La ragazza apre il frigorifero, tira fuori un barattolo rettangolare e luccicante, lo appoggia su un ripiano, svita con forza la parte superiore, accosta delicatamente il filtro accanto alle varie componenti, apre il rubinetto, riempie il bollitore, vi lascia cadere sopra il filtro, ne adagia ritmicamente il macinato all’interno. Riavvita il raccoglitore, accende il fuoco, basso, lento. Poi rivolgendosi al postino:

– È da quando sono piccola che mi chiede di farlo. Non vuole che cucini, né che lavi i piatti, né tantomento che l’aiuti per altre faccende. Preparare il caffè è già per lei una premura abbondante, vero nonna? Ma un giorno, quando sarai distratta, farò anche tutto il resto.

– È più buono quando lo fai tu, stella. E fare i piatti mi rilassa.

Restano in silenzio mentre il liquido velluto matura, sale, scende, risale ancora e gorgoglia. La ragazza resta qualche attimo in ascolto, poi gira la manopola. Tra le dita ha già un cucchiaino d’argento, solleva il coperchio, mescola il tutto, richiude.

Il primo a ricevere la bevanda è Carmine che ringrazia, sempre più confuso, sempre più titubante.

– Zucchero?

– No grazie – mente, lui che il caffè lo prende sempre con almeno due cucchiaini abbondanti.

Lo tracanna impropriamente, poi afferra assieme cioccolata e dolce e butta giù pure quelli, assieme ai residui di caffè ancora caldo sul palato.

I tre lo osservano.

– Vogliamo dirglielo, signor Carmine? – fa la nipote, a tazzina vuota; e incalza – L’ha ripresa la lettera o è ancora in portineria?

La nonna si avvicina alla ragazza, le mette una mano sulla spalla, poi rivolta all’uomo:

– Caro Carmine, il suo turno non era finito a quanto pare.

Il postino si leva dalla sedia, a disagio, ma comunque sulla via del sollievo, dello scrollamento di quasi ogni malessere. Presto sarà fuori da quella casa, qualunque cosa accada. È tutto direttamente proporzionale alla velocità con cui estrarrà dalla tasca la busta e la consegnerà ai legittimi destinatari. Già, ma a chi darla? Si volta verso l’anziano, il primo nome sulla busta, ma lo vede ancora impegnato a scartare un cioccolatino, la nipote, invece, è già a rovesciare cucchiaini e tazzine nel lavandino. La signora, invece, non ha smesso di osservarlo. Va bene anche lei, il suo di nome è comunque là, stampato per secondo.

– Ecco, eccola. Le chiedo scusa, mi perdoni, io… Lo sa quanto è difficile a volte. Ma ultimamente non faccio che consegnare lettere di questo tipo e se uno stesse sempre a farsi problemi e farsi venire il mal di stomaco per… No, ma che dico. Non avrei mai voluto dover vedere proprio voi a combattere con una cosa del genere… In che mondo viviamo…

– Sono ancora loro cara? – lo interrompe l’anziano masticando con gusto il boccone di cacao nero ripieno alla crema di nocciole appena scartato.

– Certo, avevi dubbi? Non vogliono proprio capirlo eh? E sì che sono quasi tre anni che non facciamo che rifiutare la loro offerta. Figurati, noi, Federico e Maia Ortega, le star improvvisate eppure famosissime delle pubblicità del Caffè e moke Aromi che promuovono ora con disinvoltura queste loro nuove diavolerie a capsule… Ma se lo immagina lei? E ora ci inviano anche questo, siamo proprio con le spalle al muro caro, sta’ a sentire “Cari signori Ortega, congratulazioni! La nostra ditta vi omaggia con Versatofatto dell’ultimissimo sfavillante e pratico modello della nostra collezione, con l’augurio di tanti momenti di relax e benessere e la speranza d’inaugurare a breve un rinnovato, proficuo e duraturo rapporto di collaborazione… Bla, bla bla”.

– Hanno cominciato con i vicini, regalando apparecchi a tutti, e tutto questo per arrivare a noi, perchè restassimo isolati, perchè nessuno passasse più di qua per un caffè, come accadeva da tanti anni, regolarmente, ogni pomeriggio, perchè ne sentissimo anche noi il bisogno – interviene divertito il compagno – Siamo circondati ormai, ma si resiste, Carmine! Si resiste! Cinquant’anni fa era diverso, quando ci chiesero se volevamo essere i nuovi volti del Caffè Aromi, e pensi, semplicemente fermandoci all’uscita del negozio da dove avevamo comprato la nostra prima macchinetta! Altri modi, altra classe. Ricordi cara? Quant’eri bella quel giorno. Fu per merito tuo se ci si presentò quell’occasione, solo merito tuo.

– E sanno anche che non possiamo rifiutare, non si rifiuta mai un dono.  Non è educato, non si fa. E poi un loro dono. Che figura ci faremmo con la ditta che da anni ci fornisce di ottimo caffè gratuito, che ci ha reso famosi, che ci ha sollevato da ogni preoccupazione economica? Però, se me li dovessi ancora trovare davanti con uno dei loro apparecchi infernali pronto per la consegna, eh, non so proprio come reagirei. E di andare io stessa a ritirarne uno alla posta come è scritto qui… Umphf, non se ne parla neppure – ribatte l’anziana star del caffè macinato.

– Signor Carmine – si infila rapida la nipote suggerendo una soluzione che ha già pronta da tempo – a lei farebbe piacere? Le farebbe piacere portarsi a casa il loro regalo?

– Ci sono i filtri? – si tradisce maldestro il postino. La brama di possedere quelle macchinette che ha visto elargire come premio a destra e a manca negli ultimi mesi, missiva dopo missiva, non lo ha lasciato immune.

– Tutti quelli che desidera – prorompe ancora la signora – Ecco, le firmo una delega e può ritirare il suo pacco direttamente alla posta, a partire da domani. I filtri provvederemo a farli lasciare in portineria. Ci sarà una consegna ogni due mesi.

– Io, non so davvero cosa dire…Ma siete sicuri che…? E va bene, accetto, ma solo per sollevare lei e suo marito da un tale peso, solo quello. Chissà cosa penserebbero gli altri condomini se vedessero di nuovo i rappresentanti di quella ditta qua, davanti al vostro uscio sbarrato, o voi accettare un dono la cui esistenza avete sempre deprecato… Sì, capisco. Ma non c’era bisogno di giustificarsi, intuivo già lo spirito con cui avreste accolto la lettera sin da quando mi ci è andato l’occhio questa mattina. A me piace il caffè, eh, così come lo fate ancora voi, è lento è, come dire, pieno di ricordi, di tradizione, e le tradizioni si sa, vanno mantenute… Certo, sa, con i tempi che corrono, uno è sempre di fretta, un piede sulla porta, io in particolare, e una cosa così mi farebbe comodo, grazie, grazie mille. Mia moglie poi, non aspettava altro.

– Bene, perfetto. Allora siamo d’accordo. Che meraviglia – esulta quasi all’unisono la coppia, quasi rispettando un già noto canovaccio.

– Sì… Adesso devo proprio andare. Grazie ancora, vi auguro una buona giornata. Anche a lei signorina. Arrivederci.

E si catapulta verso il soggiorno, seguito dalla signora. Non vede, ai piedi di una poltrona, un barattolo di liquido color lilla, lo urta con la scarpa, qualche goccia trabocca, finisce sul pavimento, sui suoi lacci.

– Mi scusi, sono mortificato.

– Nessun problema, non è indelebile, va via subito – lo rassicura la signora Maia.

La porta di legno scuro si chiude. Carmine è sollevato. Stringe tra le mani la busta, pregusta già quell’omologato piacere a cialde rosse, blu elettrico, gialle e verdi, così moderno, cosi chic, così spendibile in tante nuove future conversazioni con i suoi colleghi.

Saluta velocemente Augusto intento a raccogliere una cartaccia. Non sorseggerà più un caffè a casa Ortega per lungo tempo, pensa.

 

© Virginia Monteforte