Altra cosa spassosa che può capitare a chi lavora nel settore umanistico.

Sulla scia di un breve elenco di cose letteralmente da sbellicarsi in cui si incappa mentre si procede, con sempre maggiori ostacoli, in un settore, il mio, che pare sia ormai alla portata di tutti quelli che possono permettersi a) una macchina fotografica (che tanto fa tutto lei, no?) b) l’abbonamento premium di un traduttore automatico e c) la tentennante padronanza a livello di scuola secondaria, forse biennio superiori, della lingua italiana, vorrei aggiungere una mirabolante esperienza degli ultimi giorni che a me ha fatto perdere l’ennesimo lavoro (è il quinto o il sesto quest’anno?), ad altri qualcosa di più del vile danaro. Ma andiamo con ordine.

Sono in colloquio ancora informale, ma ben avviato, con Trullallà (nome di fantasia) per un lavoro che riguarda la traduzione di Sellalléro (altro nome di fantasia) in italiano. Il romanzo in questione ha una posizione di rilievo nel panorama della letteratura locale (cosa di cui sono pienamente consapevole, e non da ieri) e il fatto di essere stata presa in considerazione come traduttrice non mi dispiace, tutt’altro. Bisogna però che ogni lavoro sia pagato il giusto, sia per rispetto nei confronti della mia decennale esperienza (e una certa bravura letteraria) sia per il fatto che anche le traduttrici (udite, udite) si nutrono e hanno tasse, bollette, spese varie – io poi ho questo vezzo di non voler vivere sotto a un ponte, del non mangiare porcherie, fare ogni tanto qualche viaggetto fuori da questo Triangolo delle Bermuda di cemento per ritrovare verde e silenzio, e comprare qualche decina di libri all’anno; vezzi appunto, solo vezzi.

Mentre mi appresto a tradurre le prime pagine di Sellalléro da inviare a Trullallà come prova, ecco che vengo contattata da Eccallà (ennesimo nome di fantasia) che mi chiede delle mie intenzioni riguardo Sellalléro. Rispondo in maniera neutra e senza sbilanciarmi che la mia decisione è vincolata all’accettazione delle condizioni di lavoro da parte dell’editore, punto, cordiali saluti – perché, detto tra noi, comunque, 1) ma chi te conosce? 2) ma chi te conosce? 3) i miei accordi e decisioni li prendo prima di tutto con Trullallà, non con te, con tutto il rispetto e interesse (entrambi in abbondanti dosi) che posso avere per Sellalléro.

Eccallà non la prende proprio benissimo, diciamo, e dopo avermi proposto di scavalcare (sic) Trullallà e fare accordi direttamente con lui/lei/loro, con chi, insomma, detiene i diritti del romanzo, cancella il messaggio con tale proposta (che avevo comunque salvato e fatto vedere a Bellodecasa, nome di fantasia anche questo) e mi dice che cercherà un altro traduttore.

Perfetto (si fa per dire) e tanti saluti.

Ma a Eccallà questa cosa che non mi sia immediatamente dichiarata colma di onore ed esplicito entusiasmo per la possibilità (dipendente ovviamente dalla sua sentenza sul mio stile, a cosa credete servisse la prova di traduzione?) di tradurre l’equivalente locale (parole sue) di Levi, Pavese e Sciascia, proprio non va giù, e così, ore dopo, comincia a rovesciarmi addosso lunghissimi (e neanche tanto pacati) messaggi pieni di indignazione, accusandomi di “scarso tatto” ed “enorme ignoranza” della cultura e della letteratura locale, e di non aver capito nulla della posizione di Sellalléro nel panorama letterario locale e internazionale. Al che rispondo, sempre in maniera civilissima, che sta dando di scarso tatto e dell’ignorante alla persona sbagliata e chiedo, cortesemente, che non mi scriva più.

Ma Eccallà non demorde e continua la sua filippica sulla natura mercenaria del mio stile lavorativo (voire, essere pagata il giusto per un lavoro a livello professionale), il tutto condito anche d’una inutile dose di latinorum con tanto di traduzione in italiano. Eccallà, come se non conoscessi il latino. Aggiunge anche come io non prenda sul serio la letteratura di questa “piccola nazione” e alla fine mette anche in dubbio la conoscenza antropologica della stessa che dico di avere (e chi ha mai parlato di antropologia nel nostro breve, seppur dilettevole, scambio?)

Conclude sottolineando come io l’abbia insultato/a/i. E quando, esattamente, Eccallà? Parlando di giusta remunerazione?

Io al mio dentista – e al conto di migliaia di euro che dovrò sborsare nei prossimi mesi – cosa dico? Che dovrebbe essere onorato della possibilità che gli concedo di risistemare il sorriso al mio bel faccino, che la visita fatta l’altro giorno è giusto una prova gratuita per vedere come lavora, e poi decido io se pagarlo o meno e quanto, per il resto delle sue cure? Ma stiamo scherzando? Purtroppo no, per quanto spassosa, la comunicazione con Eccallà era tutto tranne uno scherzo.

Io, a quel punto, potrei far sapere a Eccallà che sulla sua “nazione” (termine a cui ricorre parecchio, ma siamo nel post-nazionale, Eccallà, rammentalo) ci ho scritto una tesi specialistica di argomento letterario; poi una tesi di dottorato summa cum laude sulla memoria sociale post-coloniale; ci sono anche articoli accademici, saggi, racconti, poesie… Anche le foto che faccio hanno a che fare, pensa un po’, con la letteratura o sono, a volte, mi si dice, letteratura – e tralascio tutto il resto della mia esperienza professionale, e soprattutto umana, nell’arcipelago. Potrei far notare questa manciata di quisquilie, ma preferisco di no; anche perché, nel frattempo, quella un pizzico indignata comincio a essere io.

Così come preferisco non dire che la letteratura locale non solo la conosco e la rispetto profondamente dal lontano 2004, ma che con i suoi scrittori e scrittrici ci vado pure a cena fuori.

Ora, magari adesso no, visto che grazie a gente come te, Eccallà (ora bloccato/a/i), per un po’ di tempo non potrò permettermi manco quello.